Rosanna Rubino.
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331 metri al secondo.
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2018 HarperCollins Italia, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Milano, quattordici anni fa. Chon ha dodici anni e l'udito di un pipistrello. Riesce a cogliere un bisbiglio a distanza di trenta metri. Ecco perch, quando sente due uomini correre su per le scale del palazzo in cui vive e sfondare la porta di casa, si nasconde e resta immobile sotto il divano. Poi, solo spari e sangue. Chon diventa l'unico sopravvissuto all'agguato nel quale perde la vita tutta la sua famiglia. Sotto choc, si sottrae al controllo della polizia e si rifugia nelle gallerie sotterranee della metropolitana, dove rimane per sessantaquattro giorni, senza mai vedere la luce.  qui che incontra Lara, una sua coetanea che  appena scappata di casa e che gli cambier la vita per sempre... Milano, oggi. Chon ha ventisei anni. Vive in periferia, in una villa abbandonata, e lavora come saldatore nel cantiere di due grattacieli di lusso, la Torre Ghiaccio e la Torre Vento. Lass, dove l'aria sfiora spesso la temperatura di 0 C, la velocit del suono raggiunge esattamente i 331 metri al secondo. Col passare del tempo il suo udito si  fatto pi potente.
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La citt  una sorgente di rumori intollerabili per lui, condannato dalla sua iperacusia a sentire ogni voce di gioia o dolore che si solleva dal suolo. Ed  per questo che Chon  diventato un informatore del Fermo, vicecomandante del Nucleo Investigativo. Solo tenendo le orecchie aperte, Chon riesce a scoprire piani segreti e crimini efferati. Ma quello che nessuno sa  che Chon da anni aspetta solamente una cosa: l'uscita di galera degli assassini dei suoi genitori. E quel giorno  appena arrivato...
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331 metri al secondo.
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A Ester e Armido.
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ORA.
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Milano, oggi.
FALLO CHON dice Lara.
Il vento  gelido stanotte, brucia la pelle come ghiaccio secco, prende a sberle lo scheletro della torre fischiando tra i pilastri in costruzione. Le reti di protezione vibrano, le impalcature cigolano.
In piedi sul ciglio del solaio, Lara fissa la citt. Sotto di lei, cinquantuno piani di vuoto. La sua figura sottile ha la consistenza di un'ombra. Indossa una gonna di tulle che piroetta nel vento. Si volta nella mia direzione.
 TUTTO A POSTO dice.
Sento i suoi bisbigli come se fossi l accanto a lei.
Invece sono seduto su questa sedia davanti alle porte degli ascensori. Ho ventisei anni, i vestiti lerci e la testa in fiamme. La sedia traballa, una delle gambe deve essere pi corta delle altre, e appena mi muovo ticchetta sul pavimento. Cerco di restare immobile per non sentire quel tic, e poi tic, ancora tic. Allungo le orecchie.
Milano parla.
La gente libera parole nell'aria, e le parole si sollevano dalle strade e s'impastano ai suoni della citt fino a diventare rumore. Un frastuono di uomini e cose che mi salta addosso e si appiccica alla pelle come sciroppo.
Se mi fermo ad ascoltare, per, i suoni schizzano fuori dal mucchio e io riesco a distinguerli a uno a uno. Posso riconoscere un singhiozzo nel mezzo della folla, posso isolare un bisbiglio dal boato di un tuono o sentire una risatina malgrado lo sferragliare di un treno in corsa. Se comincio a farci caso posso arrivare a cogliere una frase a trenta metri di distanza, fino alle singole parole.
Io ci provo a fare finta di niente, ma se sto troppo tra la gente finisco per sentire cose che non vorrei mai ascoltare.  la voce della citt, io la chiamo murmur.
Lara si allontana dal parapetto, percorre lo spazio che ci separa e viene a sedersi a cavalcioni sulle mie gambe. Il suo volto  a un soffio dal mio. Nonostante il vento polare, le sue cosce sono calde. Non sento il battito del cuore. Vuol dire che pompa lento, il suo cuore.
Di fronte, la Torre Ghiaccio troneggia nel buio. Pare un iceberg.  cos vicina che se allungassi la mano nel vuoto potrei quasi toccarla. La sua facciata  uno specchio gigante e le luci della citt sono tutte l dentro, riflesse su quelle superfici di vetro e cemento.
Guarda la torre, vedrai Milano.
Guarda la torre e ascolta la mia storia.
Do un'occhiata al cronometro del cellulare. Ho ancora qualche minuto per andare indietro nel tempo e provare a capire come diavolo abbia fatto ad arrivare a questo punto.
FALLO CHON insiste Lara.  TANTO CHE ASPETTI.
Le sue parole echeggiano nel vento come un comando.
Tic.


QUATTORDICI ANNI FA.

1

Milano, inverno
Il ragno  mio amico, perch non fa rumore.
Steso qui sotto il divano letto, fisso la sua sagoma color ruggine. Se ne sta immobile a un palmo dal mio naso, schiacciato contro il battiscopa.
Al centro del soggiorno la tavola  apparecchiata. Il cucchiaio di pap tintinna contro il piatto. Le dita di mamma tamburellano sulla tovaglia. Qualcuno mastica del pane, qualcun altro tira su col naso. La TV gracchia a bassa frequenza, mentre l'albero di Natale luccica in un angolo della stanza. Sento odore di brodo e aghi di pino.
Chon, vieni fuori di l! dice mamma.
Il ragno scatta in avanti. Mi sale sulla mano facendosi strada tra le dita, si avvicina al polso, poi frena. Le sue zampe sono sottili come spilli. Un lampo di dolore mi esplode nella tempia. Mi volto verso il centro della stanza. Respiro piano.
I piedi di pap torchiano il pavimento, quelli di mamma s'inarcano sulle punte come se mimassero un passo di danza. Lui parla forte, dice qualcosa, dice che oggi siamo rimasti a casa perch lei non  voluta andare a festeggiare il Natale sul lago. Lei gli sibila di abbassare la voce, ma lui continua a lagnarsi della gita mancata e a darci dentro col cucchiaio sul bordo del piatto, in attesa del pranzo.
Il cucchiaio cade a terra rimbalzando verso il divano letto. La mano di pap si allunga sul pavimento per raccoglierlo e il suo polso mi appare per un secondo, forte come un tronco. Mamma versa nei piatti il brodo di pollo. Chi vuole anche del riso? chiede.
Il ragno fa un altro scatto in avanti. Risale lungo il mio braccio, poi inchioda sulle zampe per qualche secondo, riprende ad avanzare, infine fila via rapido dietro il gomito.
Il dolore alla tempia migra in direzione della fronte.
Gi in strada una moto si avvicina al palazzo, e io la sento. Le ruote sfrigolano sull'asfalto, la marmitta ruggisce, il motore scoppietta, poi si spegne davanti al portone. Ci sono scarpe che si fiondano nell'androne, le sento, calpestano il marmo delle scale, in una manciata di secondi guadagnano il primo piano, poi il secondo facendo i gradini a due alla volta. Respiro piano.
Qualcuno versa da bere. Il suono del vino che si mescola nel bicchiere  dolce e corposo.
Le scarpe sulle scale raggiungono il terzo piano.
Ancora riso? chiede mamma.
Pap taglia una fetta di qualcosa. Sento odore di formaggio. Il coltello affonda nel morbido e batte sul legno del tagliere.
Le scarpe atterrano sul pianerottolo del quarto rallentando la loro avanzata per un secondo. Ci sono chiavi, forse monetine, che tintinnano nella tasca di un giubbotto, le sento.
Chon, datti una mossa! ringhia pap buttando gi un altro sorso di vino. Sono le ultime parole che gli sento pronunciare.
La voce  sottile, quasi femminile.
Ed  davanti alla porta di casa.
Dice: Tu a destra, io a sinistra.
Un'altra voce risponde: Vai prima tu.
Una schioppettata manda la serratura in pezzi.
Una scarpa centra la porta facendo saltare i cardini.
Mamma caccia un urlo.
Armi automatiche mitragliano la stanza di proiettili, e i proiettili spaccano piatti e ossa, crivellano mobili e arterie. I bossoli di ottone zampillano ovunque e si avvitano a mezz'aria rotolando sul pavimento. Il tavolo da pranzo trilla come un flipper. Una raffica di pallini centra in pieno una finestra mandando il vetro in frantumi. Vedo scarpe da trekking pestare vetro sbriciolato e schizzi di sangue. Vedo un paio di stivali pitonati avvicinarsi alla sedia di mio padre, un attimo prima dell'ennesima esplosione.
La mia fronte prende fuoco.
Mi tappo le orecchie con le mani e chiudo gli occhi.
Quando riapro gli occhi, il rumore  ormai cessato.
Lo cerco sotto il letto, ma del ragno neanche l'ombra. Scivolo fuori dalla tana e perlustro quello che rimane della stanza. Un taglio disegna il volto di mia madre da guancia a guancia, ora ha una bocca enorme. Avvicino il viso al suo. Lei mi fissa battendo le palpebre. Muove le ciglia su e gi, come una bambola. Le tiro via i vetri dai capelli, provo a chiuderle la bocca, ma la mandibola non si sposta di un millimetro, forse l'osso si  spostato. Le braccia penzolano molli ai lati del corpo. Le congiungo le mani sul grembo, ma quelle ricadono verso il pavimento. Mi tocco il viso. Uno sbaffo del suo sangue mi finisce sulla fronte ancora in fiamme.
Un bicchiere si  rovesciato sulla tavola. Un rigagnolo di vino serpeggia tra i cocci portandosi dietro molliche di pane e sangue. Mi avvicino al corpo di mio padre. Il suo petto sembra crivellato di pezzi di formaggio, la testa spalmata nel piatto, e il piatto  spaccato in tre pezzi. Ha del riso sui capelli imbrattati di brodo. Stringe ancora il cucchiaio tra le dita. C' qualcosa sul bordo del piatto, pare un sassolino sporco. Me lo strofino sulla maglietta per ripulirlo dal sangue, poi lo infilo nella tasca dei jeans. Le lucette dell'albero di Natale continuano a lampeggiare spargendo nel soggiorno schizzi di colore.
Torno a rintanarmi sotto il divano letto. Mi metto comodo, steso sul fianco, un braccio piegato a tenermi la testa. Il dolore migra verso l'orecchio. La TV ha smesso di gracchiare. C' silenzio, finalmente.
Poi ancora fracasso, di sirene questa volta.
Riappare il ragno, mi monta sulla mano solleticandomi le dita. Il ragno  mio amico, oh s, perch non fa rumore.


2

La berlina dei carabinieri guida la colonna di auto sfrecciando per le strade deserte. Sprofondo nel sedile posteriore e guardo fuori, la guancia spalmata contro il finestrino. La bocchetta del riscaldamento mi spara in faccia aria calda, puzzolente di motore.
Vorrei essere la polvere che respiro.
Come ti chiami? mi chiede il tizio seduto accanto a me. Ha il cranio pelato e l'alito cattivo. Odora di fumo.
Vorrei essere il marciapiede fuori.
Ehi, ti hanno mangiato la lingua? dice il tizio pelato.
Lascialo stare fa l'altro alla guida. Per un secondo i nostri occhi s'incrociano nello specchietto retrovisore. Sono azzurri i suoi occhi, come quelli di un husky.
Torno a guardare fuori. Le immagini scorrono a nastro al di l del finestrino. Luci natalizie, saracinesche abbassate, scritte sui muri, poi una panchina alla fermata dell'autobus, fino a quando un albero sbuca fuori dal nulla. Facciamo il pelo al parco. Intravedo le luminarie di una giostra. I tronchi salgono dalla terra neri e spogli, paiono carbonizzati. Il suolo  un impiastro di fango e foglie morte. Su tutto, la luce incolore della foschia.
Infilo la mano in tasca e tiro fuori il sassolino che ho trovato nel piatto di mio padre. Me lo rigiro tra le dita.  un dente. Lo rimetto in tasca.
Occhi di husky e Pelato parlano tra loro. Si lagnano perch la chiamata di oggi li ha costretti a interrompere il pranzo di Natale sul pi bello.
Occhi di husky ha una voce corposa, roca, granulosa, frequenze basse e timbro fermo, sembra venire da lontano, sembra che abbia fatto molta strada prima di arrivare l e che nel viaggio abbia visto un mucchio di cose, e poi quella sfumatura beffarda alla fine di ogni frase, come se la faccenda fosse grave, ma anche no.
Lucia come sta? chiede Pelato.
Occhi di husky mugugna qualcosa. Tutto bene dice alla fine.
Quanti anni hai, ragazzino? insiste Pelato tornando a guardare nella mia direzione. Neanche mi giro. La sua voce  come il miagolio di un gatto.
Quando la nostra berlina rallenta, anche le auto dietro rallentano. Quando la nostra berlina scarta sulla destra e s'infila in un portone, anche le auto dietro seguono a ruota. La nostra berlina frena, le altre pure.
Il cortile della caserma  circondato sui quattro lati da un porticato classico, con le colonne, gli archi, le volte e tutto il resto. Sprizza vecchiume da ogni pietra, pare tirato su nella notte dei tempi.
Le portiere delle auto si aprono all'unisono, come telecomandate. Non mi muovo. Il tintinnio  lieve, ma limpido, viene dalle erbacce alla base delle colonne, sotto il porticato. Fa cos freddo che le foglie sono ricoperte di ghiaccio, una miriade di cristalli che trillano mossi dal vento, e io li sento; compongono nell'aria una melodia gentile, simile a un carillon.
Vorrei essere una foglia.
Vorrei essere polvere di ghiaccio.
Occhi di husky esce dall'auto e viene a piazzarsi davanti al mio finestrino.  grosso come un armadio. Ha una mascella da vichingo e capelli biondi che gli scendono sulle spalle, lisci come spaghetti. Pare un po' fricchettone, anche se indossa un cappotto da damerino. Mi fa segno di uscire, ma io non batto ciglio, allora apre lo sportello da fuori e resta l a fissarmi senza dire niente, in attesa che mi decida a darmi una mossa. Vieni con me dice abbozzando un sorriso. Si sforza di essere gentile.  giovane, venticinque anni, forse ventisei. Allunga la mano come per invitarmi a seguirlo. Esco dall'auto e gli vado dietro.
Pelato invece si dirige verso un gruppo di agenti fermi al centro del cortile. Stronzetto sibila a denti stretti quando  gi lontano. I suoi bisbigli a 20 decibel viaggiano nell'aria solleticandomi i timpani. Ehi, tu! gli urlo. Lui si volta, mi guarda.
Mi chiamo Chon dico. Ho dodici anni.


3

Saresti capace di riconoscerli? chiede Occhi di husky.
S, signore.
Li hai visti in faccia?
No, signore.
Signore? salta su lui facendo lo stizzito. Nessuno mi chiama signore, mica siamo in un film americano, ragazzino! Abbozza un sorriso.
Come ti chiamano i tuoi amici? faccio io.
Il mio nome  Marco, ma gli amici mi chiamano Fermo, anzi Il Fermo.
Mentre  intento a spulciare la cartellina che contiene il fascicolo dell'indagine i capelli gli cadono dritti davanti agli occhi. Lui se li alliscia di continuo tirandoseli indietro con un gesto teatrale delle mani, ma quelli tornano a coprirgli la faccia prima ancora che abbia voltato pagina. Ha dei denti cos bianchi che paiono scolpiti nel gesso.
Quindi non li hai visti in faccia dice.
Faccio cenno di no.
Perch eri sotto il divano letto... giusto?
Faccio cenno di s.
E che ci facevi l sotto?
Avevo male alla testa. Volevo stare tranquillo.
Hanno detto qualcosa mentre erano in casa?
No.
Neanche una parola?
Niente.
Okay fa lui mettendo gi il fascicolo. Ma se non li hai visti in faccia perch eri sotto il divano letto, e se non hanno aperto bocca in quei pochi secondi che sono rimasti l, come fai a riconoscerli?
Ho sentito le loro voci.
Quando?
Mentre salivano le scale.
Vuoi dire che li hai sentiti parlare quando erano ancora fuori della porta? chiede incrociando le braccia sul petto. Il suo tono  beffardo.
Annuisco.
E come hai fatto?
Ci sento bene.
Si accende una sigaretta, fa un tiro, trattiene il fumo nei polmoni per una manciata di secondi, poi la spegne in un posacenere zeppo di mozziconi lasciati a met. A questo punto alza lo sguardo su di me. Non sorride pi ora. Mi prendi in giro, ragazzino?
La scrivania  sommersa dalle carte. Ha profili intarsiati e gambe bombate che finiscono dritte nelle bocche di quattro leoni e, a giudicare dal loro sguardo stralunato, paiono pi atterriti che inferociti. In cima a una pila di documenti c' un piccolo presepe di plastica sul quale brilla una luce a forma di stella, che ronza per tutto il tempo, accendendosi e spegnendosi a intermittenza. Il ronzio  continuo e monotono, mi d sui nervi. Infilo le mani nella tasca dei jeans e mi rigiro il dente tra le dita.
Allora? insiste Il Fermo Occhi di husky. Mi prendi in giro?
C' una donna seduta accanto a me, gli fa cenno di darsi una calmata. Ha occhi da gatta morta e capelli castani che le ondeggiano sulle spalle, pare una versione stagionata di Margot, l'avventuriera tutta curve della serie Lupin. Se ho capito bene quello che mi ha detto quando mi si  parata davanti mezz'ora fa, prima di entrare nell'ufficio del Fermo, fa l'assistente sociale. A quanto ne sappiamo il ragazzino soffre di un disturbo dell'udito dice rivolgendosi a lui.  scritto nel rapporto. Ha una voce dal timbro squillante, ogni parola  un rintocco di campana.
Il Fermo riprende a sfogliare il rapporto. In queste carte c' poco e niente.
 il giorno di Natale, Musi! ribatte lei. Abbiamo avuto solo un paio d'ore per mettere insieme qualche informazione. Tutto ci che abbiamo in questo momento  una copia della diagnosi del medico curante di Chon.  stato il ragazzo a farci il suo nome. Siamo riusciti a rintracciarlo poco fa. Il documento allegato al rapporto ce lo ha mandato lui via e-mail. Al telefono ci ha detto che Chon soffre di una sindrome chiamata iperacusia. Si tratta di un'alterazione dell'udito.
Parli facile, dottoressa! Che significa?
I rumori gli provocano fastidio e a volte dolore, tipo mal di testa. Nel suo caso il disturbo si presenta in una forma rara, perch il ragazzo non solo  sensibile ai suoni, ma ha anche una capacit uditiva superiore alla media. In altre parole, ci sente meglio degli altri.
Parlano di me come se fossi in un'altra stanza.
Iperacusia? ripete Il Fermo con gli occhi incollati al rapporto.
Esatto risponde lei. Comunque gli faremo fare altri accertamenti il prima possibile.
Cosa mi sta dicendo, che questo ragazzino ci sente meglio di lei e di me?
Cos pare.
Il Fermo si alliscia i capelli, poi rivolgendosi a me:  la verit?.
Sentissi di nuovo quelle voci, potrei riconoscerle dico.
Lui lancia il fascicolo davanti a s, quindi incrocia le braccia. La cartellina si apre e le immagini dei miei genitori crivellati di pallini si disseminano sulla scrivania. Margot scatta come una molla e si allunga sul tavolo per rimettere insieme le carte, sottraendole alla mia vista.
Sollevo lo sguardo. Ci sono degli angeli dipinti nei cassettoni del soffitto. Non ridono, non piangono: i loro volti paiono anestetizzati, i corpi sospesi e asessuati. Continuo a stringere tra le dita il dente di mio padre. Vorrei essere una creatura celeste che galleggia nel vuoto.
Il Fermo tira fuori un fazzoletto dalla tasca e lo allunga nella mia direzione. Pulisciti la fronte dice con tono imbarazzato. Hai un segno rosso, proprio qui... aggiunge indicandosi il sopracciglio.
Io non mi muovo, allora  Margot a sporgersi verso di lui per prendere il fazzoletto dalle sue mani. Ne inumidisce un lembo con la propria saliva, poi si avvicina a me come per passarmelo sulla fronte.
Faccio da me! dico. Afferro il fazzoletto e mi pulisco da solo. Lino bianco, stirato ad arte. Le cifre MM s'imbrattano del sangue di mia madre. Restituisco il fazzoletto al Fermo, che lo rimette in tasca.
Ho visto le loro scarpe dico. Uno aveva delle scarpe da trekking di colore blu e giallo, l'altro portava stivali arancioni. Gli stivali sembravano nuovi di pacca. Pelle di serpente e punta di ferro. Me li ricordo bene, perch non ho mai visto degli stivali cos. Solo nei film o nei fumetti si vedono stivali cos.
Il Fermo rovista in un cassetto della scrivania, tira fuori un'agenda e annota qualcosa in una delle prime pagine. La sua scrittura  minuta, regolare. Poi si rivolge a Margot. Con chi va a stare il ragazzino?
Non siamo riusciti a rintracciare altri parenti dice lei. Per i primi tempi sar affidato ai servizi sociali, poi troveremo una famiglia che possa prenderlo in affido.
Il Fermo annota qualcos'altro.
Comunque, agente Musi, penso che Chon sia scosso continua Margot. Ha l'aria confusa, pare stordito. Possiamo continuare domani? Ancora una volta parla come se io fossi altrove.
Non sono confuso n stordito dico sollevando di nuovo lo sguardo sugli angeli del soffitto.
Il Fermo guarda me che guardo il soffitto, poi si rivolge a lei. Col cavolo domani! Se vogliamo prendere quei due dobbiamo darci una mossa subito.  questione di ore.
Ce la fai a continuare? mi chiede Margot.
Faccio cenno di s, senza distogliere lo sguardo dal soffitto.
Allora, ragazzino, mettiti comodo sulla sedia, perch abbiamo un mucchio di cose da dirci! dice lui. Prende l'elastico che tiene al polso e si lega i capelli facendosi un codino sulla nuca, poi fa scrocchiare le falangi di entrambe le mani e riprende a esaminare le carte.


4

Il cartello sulla porta dice: Abitazione sottoposta a sequestro. Se c' qualcosa che vuoi prendere fallo ora mi fa Il Fermo appena mettiamo piede in casa.
Il mio zaino rispondo.
Lui lo chiama sopralluogo.
Vuole capire come sono andate le cose esattamente, dice.
C' Margot, c' Pelato, ci sono tre agenti dei Ros, lui e io. Ci sono anche dei segni bianchi a terra al posto dei corpi e odore di chiuso. Mi fanno mettere i guanti. Mi chiedono di ricoprire le scarpe con dei calzari di plastica. Mi raccomandano di lasciare ogni cosa al suo posto, almeno qui in soggiorno. Hanno ripulito la stanza alla bell'e meglio, ma sulle pareti ci sono ancora schizzi di sangue misto a cibo. Infilo la spina nella presa e metto in funzione le luci dell'albero di Natale. Il Fermo mi lancia un'occhiata infuocata. Ehi, non toccare nulla!
Quel giorno erano accese dico io.
Mentre spiego al Fermo dove mi trovavo io e dove si trovavano gli altri, finiamo col calpestare dei frammenti di vetro rimasti sul pavimento, e il vetro si sbriciola sotto le suole diventando polvere. A ogni passo il crepitio mi punge i timpani, come se quei frammenti fossero spilli. Resto immobile per qualche secondo e m'infilo due dita nelle orecchie.
Tutto ok? chiede Il Fermo.
Fa schifo qui per terra rispondo.
Mi guarda con l'aria di non capire. O forse capisce alla perfezione. Difficile dire cosa gli passi per la testa.
Tutto ok taglio corto.
Comincia a mitragliarmi di domande. Insieme tracciamo movimenti, mimiamo gesti, rievochiamo posizioni. Lui prova a chinarsi sul pavimento per essere certo della visuale che avevo io quel giorno, ma  troppo grosso per infilarsi sotto il divano letto.
Il pavimento  lercio. Appena si rimette in piedi guarda la propria immagine riflessa nel vetro della credenza, poi si passa una mano sul cappotto per scrollarsi lo sporco di dosso. Si atteggia a ganzo, con quei capelli ribelli e il cappotto scuro che sembra fatto su misura. Chi ci dormiva qui? mi chiede indicando il divano letto.
Ci dormivo io rispondo. Di giorno lo usavamo come divano, di notte era il mio letto.
Il Fermo scatta qualche foto con una macchinetta Kodak usa e getta. A un certo punto il flash fa cilecca e lui smadonna a gran voce. Pelato scatta sull'attenti e si mette a trafficare con l'aggeggio fino a quando il flash riprende a funzionare, mentre lui continua a farmi le medesime domande un mucchio di volte e io vado avanti a dargli sempre le stesse risposte, e solo quando finiamo di rievocare ogni dettaglio per l'ennesima volta, solo allora mi lascia andare nell'altra stanza.
 qui che dormivano mia madre e mio padre ed  qui che tengo le mie cose. Lo zaino si trova ancora sotto la scrivania, dove lo avevo lasciato la mattina di Natale. Dentro c' Il grande libro dell'udito, un volume di cinquecento pagine a met tra un'enciclopedia e un saggio. Lo tiro fuori: sulla copertina, il timbro della biblioteca di via Melzo.
La biblioteca mi piace.
In biblioteca la gente tiene il becco chiuso e le mani a posto. Da quando ho avuto il permesso di uscire da solo ci vado spesso. Prendo un libro, sfioro la carta con i polpastrelli e faccio scorrere le pagine una dietro l'altra dall'inizio alla fine, trenta o quaranta volte di seguito. Il loro fruscio mi culla le orecchie, come se avessi un panno di feltro avvolto intorno alla testa. All'inizio andavo l solo per sfogliarli, i libri, sfogliavo libri su libri, poi ho iniziato anche a leggerli.
Strano  strano.  la voce di Pelato.
Nell'altra stanza parlano pensando che io non li senta.
Chi, il ragazzino?, chiede Il Fermo.
L'hai guardato bene?, dice Pelato.
Certo che l'ho guardato, sono giorni che non lo perdo di vista.
Dal cassetto dell'armadio prendo la felpa di Tex Willer, qualche maglietta e un po' di mutande pulite. L'astuccio e i libri di scuola sono sulla scrivania, dove li ho lasciati l'ultima volta. Infilo tutto nello zaino insieme al Grande libro dell'udito, mentre in soggiorno continuano a blaterare.
Sta sempre zitto. La voce di Pelato, di nuovo. Pare che non gliene freghi niente, eppure  vivo per miracolo.
In effetti non sembra uno a cui hanno appena fatto fuori i genitori, risponde Il Fermo.
Tu lo hai visto piangere?, chiede Pelato.
 ancora sotto shock. Ora  Margot a parlare. Lo psicologo dice che mostra i sintomi del disturbo post traumatico da stress. Non  n il primo n l'ultimo ragazzino che fa finta di niente dopo cose del genere.
Basta! Quello ci sente meglio di un pipistrello, li zittisce Il Fermo. Si volta e vede che sono sulla porta del soggiorno con lo zaino sulle spalle. Si schiarisce la voce. Hai preso tutto quello che ti serve? mi chiede.


5

Porta che sbatte, 80 decibel.
Voce del Fermo, 60 decibel, 1000 hertz.
Martello pneumatico all'angolo della strada, 110 decibel, 800.000 hertz, velocit di propagazione nell'aria 333 metri al secondo.
Si gela nel corridoio del Palazzo di Giustizia. Seduto su una panca di legno accanto al Fermo, tiro su col naso e tremo dal freddo. Mi accorgo che porta un anello all'anulare della mano sinistra. Ci gioca con fare nervoso, se lo infila, se lo sfila, poi se lo infila di nuovo. Pare una fede. Non gliel'ho mai vista prima. Cos', ti sei sposato? gli chiedo.
Annuisce appena, senza girarsi. In mano ha una scatolina di Tic Tac. Ne mangia una dietro l'altra. Ne vuoi? mi chiede. Faccio cenno di no con la testa. Se mangio queste caramelle evito di abbuffarmi di schifezze dice. Oggi si  messo in tiro pi del solito. Indossa un completo scuro gangsta chic, cravatta gialla con arabeschi multicolor, mocassini ai piedi.
Ogni volta che metti una di quelle Tic Tac in bocca il livello di insulina nel sangue si impenna e il corpo produce grasso, lo sapevi? spiego io.
Mmh, e chi lo dice?
Un libro che ho letto.
No, non lo sapevo. Comunque a me le caramelle fanno passare la fame!
Quando? gli chiedo.
Quando cosa?
Quando ti sei sposato?
Due giorni fa.
Come si chiama tua moglie?
Che ti frega?
Niente, dicevo cos.
Silenzio.
Incrocia le braccia sul petto. Si chiama Lucia dice dopo un po'.
 carina?
 mooolto carina! risponde sornione.
Intorno a noi i vetri delle finestre vibrano, la gente non smette di blaterare un solo istante e le Tic Tac ballano il rock'n'roll nella loro scatolina tra le mani del Fermo, che continuano a muoversi. Le frequenze sonore paiono indemoniate oggi, e io ho le tempie in fiamme.
Le orecchie urlano piet, m'implorano di schiodarmi da l.
Vado in bagno dico.
Hai cinque minuti. Il magistrato ci chiama a momenti! mi ammonisce Il Fermo succhiando l'ennesima Tic Tac.
Mi chiudo a chiave nella toilette per disabili.
Faccio pip stando attento che il fiotto finisca dritto al centro del pozzetto d'acqua, musica per i miei timpani, uno sbrodolio grasso che mi tiene a bada i nervi. Finito di liberarmi il basso ventre, tiro gi la tavoletta e mi siedo sul water. Apro lo zaino, prendo Il grande libro dell'udito e vado alla pagina dove si parla degli animali dotati di superorecchie. Il brano che preferisco  quello della tarma e del pipistrello, lo conosco a memoria. Rileggo per l'ennesima volta.
(...) La tarma della cera (Galleria Mellonella, Linnaeus, 1758)  un lepidottero appartenente alla famiglia Pyralidae, noto soprattutto per il suo udito da record. Questo insetto  in grado di percepire ultrasuoni pi alti rispetto a qualsiasi altro animale sulla Terra, ovvero frequenze comprese tra 30.000 e 300.000 hertz (Hz). Gli scienziati ritengono che le orecchie cos sensibili di questo lepidottero si siano evolute nel tempo come strumento per sfuggire ai pipistrelli, i loro principali predatori.
Infatti, i pipistrelli sono gli unici esseri viventi che possono competere con queste tarme, arrivando a percepire suoni fino a 212.000 Hz.
Le due specie di animali si sono affrontate in una battaglia combattuta a suon di armi evolutive per migliaia di anni, cercando ognuno di prevalere sull'altro attraverso lo sviluppo di facolt che ne aumentassero le rispettive capacit di sopravvivenza.
Finisco di leggere e mi metto a far scorrere veloce le pagine. L'aria mossa dai fogli mi accarezza le orecchie. Il fruscio della carta mi tiene a galla. Il mio apparato uditivo poltrisce per qualche secondo. Fisso il pavimento. La fuga tra le mattonelle  grigia di lerciume. Si sente fetore di piscio stantio.
Il cuore comincia a battere forte di nuovo. Provo a respirare cercando di ricordare perch sono qui oggi, ma non mi viene in mente niente.
Cigolio di una finestra, 30 decibel.
Sciacquone nel bagno accanto, 43 decibel.
Pugno del Fermo che picchia sulla porta del cesso, 50 decibel. Chon, muovi il culo che tocca a noi!


6

L'aria  cancerosa.
Dal cielo cade polvere di pioggia, sembra acqua nebulizzata. La berlina marcia a passo d'uomo attraverso Chinatown, diretta all'istituto per minori fuori Milano. Il Fermo  alla guida, Margot sul sedile posteriore accanto a me. Tira fuori uno specchietto dalla borsa e prende a sistemarsi il trucco, poi si passa la lingua sui denti sbavati di rossetto.
Il Fermo impreca a raffica tamburellando le dita sul volante. Siamo bloccati qui da mezz'ora dice. Tanto vale fermarsi a bere qualcosa. Accosta al marciapiede e parcheggia davanti all'ingresso di una bettola cinese.
Dentro: strepitio di voci e tanfo di soia.
La pressione sonora si impenna, i decibel impazzano.
Ordiniamo, seduti a un tavolo d'angolo.
Il ristorante pullula di occhi a mandorla. Sei stato proprio bravo, ragazzino dice Il Fermo con quella sua voce un po' ruvida ma calda. Oggi sembra su di giri. Li abbiamo presi grazie a te. Il pubblico ministero  andato a colpo sicuro. Nonostante il rito abbreviato quei due bastardi staranno dentro per un bel pezzo.
I bastardi di cui parla lui sono i fratelli Madia, quelli che hanno fatto fuori i miei genitori. Vincenzo detto Vinni e Michele detto Michi. Un regolamento di conti tra spacciatori, di questo si  trattato. Mio padre non era certo un santo.
Doveva vederlo Chon durante le indagini! continua lui rivolgendosi a Margot. Concentrato e paziente quando doveva darsi da fare ad ascoltare tutte quelle voci, fino al giorno in cui ha beccato quelle giuste! E meticoloso nelle ricostruzioni durante il dibattimento. Mi fissa con fare sornione. Poi, terminate le udienze, di nuovo quell'aria da me ne sbatto di tutto.
Non ci voglio andare in un orfanotrofio dico.
Non sar cos male cerca di convincermi lui. Glielo dica anche lei, dottoressa!
Chon lo sa risponde Margot-voce-penetrante. Ogni volta che apre bocca i miei timpani implorano piet. Ne abbiamo parlato a lungo, di lui e della sua famiglia che non c' pi. Il tribunale ha disposto cos, e per il momento non ci sono altre soluzioni. Del resto  una cosa temporanea. In attesa di trovare una casa adatta a lui.
Arrivano le ordinazioni.
Caff lungo per lei, una lattina di birra cinese per lui, Coca-Cola per me, dolcetti per tutti. Lei butta gi un sorso di caff bollente. Il Fermo apre la birra. La lattina rutta gas.
La gente intorno blatera a raffica. Il brusio galleggia a mezz'aria. Il tavolo all'angolo opposto della sala emana vibrazioni strane. Mi volto a fissarlo. Il Fermo se ne accorge e drizza le antenne. Che hai da guardare quei due? mi chiede.
Quei due hanno occhi a mandorla e vestiti da rapper. Gesticolano con fare nervoso, buttano gi polpette fritte e confabulano a 40 decibel. Discutono di una partita di erba, tracciano piani commerciali, pianificano strategie di spaccio. Parlano un perfetto italiano, devono essere cinesi di seconda generazione. I loro bisbigli ondeggiano nella sala e mi sibilano in testa. Mi abbasso il cappello sulle orecchie fino quasi a coprirmi gli occhi.
Allora, mi hai sentito? fa Il Fermo. Che hai da guardarli in quel modo?
Parlano di erba.
E tu riesci a sentirli da qui?
Faccio cenno di s.
Cosa dicono?
Che l'hanno comprata da qualcuno e ora devono rivenderla a qualcun altro.
Ma davvero?! All'improvviso non sembra pi su di giri. Il suo umore vira sullo stizzito.
Sei un carabiniere, giusto? dico io. Non dovresti arrestarli invece di stare qui a bere birra?
Ehi, ragazzino, attento a come parli! E poi per arrestare qualcuno ci vogliono prove, non certo un mucchio di chiacchiere da bar. Ingolla il resto della birra. Continua a trafficare con i capelli che non ne vogliono sapere di stare al loro posto e gli ricadono ogni volta davanti agli occhi. Gli ronza qualcosa in testa perch rimane zitto per un bel pezzo. Stai dicendo la verit? mi chiede alla fine. Davvero stanno parlando di erba?
Certo, mica dico balle, io! Allungo la mano sul tavolo e arraffo l'ultimo dolcetto rimasto nel piatto. Sa di anice, che a me fa schifo, perci sputo quello che resta in un tovagliolo di carta.
Il Fermo continua a buttarsi indietro i capelli, ora pare un gatto che si alliscia le orecchie. Margot non sa che dire, tamburella le unghie sul tavolo, e le unghie sono spesse, lucide, laccate di nero. Perch la chiamano Il Fermo? chiede.
Tutto a un tratto lui sembra dimenticarsi dei musi gialli al tavolo d'angolo e si mette a parlare dei tempi dell'addestramento militare. Dice che si  fatto due anni all'Accademia di Modena e tre alla Scuola Ufficiali di Roma. Al poligono di tiro non sbagliavo un colpo. Facevo sempre centro. Con gli altri sottotenenti ci giocavamo le birre e io ero quello che beveva gratis. Erano talmente tante le birre che vincevo che tornavo in camera a quattro zampe una volta su due. Si mette a ridere. Gli istruttori dicevano che avevo la mano pi ferma che gli fosse mai passata davanti.
I due musi gialli si alzano dal tavolo e si dirigono verso l'uscita. Lui li segue con lo sguardo mentre saldano il conto alla cassa e si schiodano dal locale. Da Roma sono andato via con una laurea in Giurisprudenza e questo nome da romanzo criminale. Da allora mi hanno sempre chiamato cos dice.
Margot gli fa segno di tenere d'occhio l'orologio, come se ci fosse fretta di andare, poi chiede al cameriere di portarci il conto.
Mentre attraversiamo la sala diretti all'uscita faccio in modo di restare un passo dietro di loro.  questione di attimi. Appena ci ritroviamo in strada, scarto di lato e mi metto a correre lungo il marciapiede, lo zaino che mi ballonzola sulle spalle.
Piove di brutto, ora.
Margot si accorge che me la sto squagliando e si mette a urlare. Il Fermo si lancia al mio inseguimento, ma  grosso e lento, ansima fin da subito come un bisonte. Io invece sono smilzo e veloce, brucio tre metri al secondo.
Attraverso un mercato rionale facendo lo slalom tra cassette di verdura e banchi di frutta. Rimbalzo contro una vecchia carica di sacchetti della spesa. Faccio volare per aria un passeggino vuoto fermo davanti a una panchina.
Mi allontano da Chinatown.
Un branco di scimmioni in abiti firmati si fa da parte per lasciarmi passare, verso corso Garibaldi. Un bellimbusto incammellato dentro un cappotto beige sacramenta mentre gli sperono l'ombrello, all'angolo col Piccolo Teatro.
Il Fermo perde terreno. Io rallento, smetto di correre. Mi volto nella sua direzione. Vedo che si  seduto su una panchina e mi fissa, sul viso una smorfia che pare un ghigno. Muove le labbra. La parola coglioncello ondeggia sull'asfalto di Foro Bonaparte, percorre i cinquanta metri che ci separano e mi graffia la faccia. Gli faccio ciao con la mano e filo via.
Mi ritrovo in piazzale Cadorna. La pioggia martella e io sono zuppo. Davanti a me, la M bianca su fondo rosso. Scendo le scale e m'infilo nella metro. Mi frugo nelle tasche dei jeans alla ricerca di qualche moneta. Compro un biglietto e un giornalino, poi supero i tornelli e vado verso la banchina dei treni. Sparisco tra la folla.


7

Il buco  buio, e io ci vivo dentro.
Un cunicolo lungo come un minivan e largo quanto il bagno di una stazione, scavato nella parete della galleria sotterranea. Dista 149 passi dalla banchina, non uno di pi, non uno di meno, e se ti sporgi all'esterno, allungando la testa sui binari, riesci a vedere la stazione l in fondo, illuminata a giorno.
Il buco  pieno di vecchie centraline, sepolte sotto cumuli di polvere, e dall'aspetto ammuffito dei contatori direi che nessuno ci mette le mani sopra da anni. Il buco  pieno anche di topi, solo che dal giorno in cui sono arrivato io i topi se ne stanno alla larga. Li sento, che sgambettano su e gi lungo la galleria quando l'alta tensione  spenta, rosicchiano le tavole di legno tra i binari e cacciano suoni ad alte frequenze che restano per ore a galleggiare nell'aria pesante fino a quando i treni ricominciano a sfrecciare.
Il buco assorbe calore e rigurgita umidit, ma io ci sto bene qui sotto, distante parecchi strati di roccia dal resto del mondo.
So che  giorno perch i treni iniziano a passare.
Mi accorgo che  notte perch i binari smettono di tremare.
Trascorro le ore fissando i treni che mi sfrecciano davanti. Migliaia di corpi stipati uno sull'altro che sfilano a distanza di pochi metri da me. Sembrano spettri, impossibile distinguerne i volti, perch ci che vedo dal fondo del buco  un nastro di luce bianca, tutt'uno col fragore. Eppure di notte, quando i treni spariscono, questo budello nero  il luogo pi distante dal rumore degli uomini che potessi mai trovare.


8

Il coltellino ha la lama lunga e sottile come quella di un bisturi, e mi fa da grimaldello. Per allineare i pistoni della serratura, invece, uso una graffetta di metallo, ed ecco che il meccanismo fa clic e la porta si apre!
 buio all'interno dell'edicola, ma col passare dei secondi gli occhi si abituano all'oscurit e riesco persino a scovare la confezione di una torcia. La accendo. Davanti a me, ogni ben di Dio: fumetti e giornaletti, videocassette, Barbie e macchinine come se piovesse, sigarette e montagne di snack al cioccolato. Le riviste di moda sono ammucchiate in fondo e le buste di patatine appese al soffitto, a decine, un tetto denso di Fonzies e Rustiche San Carlo, quelle che piacciono a me, spesse, rigate, salate.
Mi riempio le tasche dei jeans con due tavolette di cioccolata e qualche busta di Fonzies. Lascio perdere le caramelle perch si attaccano ai denti, e io non posso lavarmeli, i denti, poi afferro al volo un numero di Tex Willer e mi richiudo la porta dell'edicola alle spalle, attento a lasciare tutto al suo posto.
Tornato nel buco, faccio fuori i Fonzies. Lecco il sale rimasto sul fondo della busta, mi pulisco le dita sporche sfregandole sulla parete di pietra, poi mi metto a leggere Tex illuminando le pagine con la torcia. Infine mi addormento nel silenzio.
Dopo quel giorno ci torno spesso di notte nell'edicola, e ogni volta mi porto via qualcosa. Patatine e tavolette di cioccolata, frutta secca e bottigliette d'acqua. E ora sul fondo del buco ci sono tutte queste confezioni vuote ammucchiate una sull'altra, e quando di notte mi giro su me stesso, dormendo, lo stropiccio della carta plastificata mi culla il sonno.
Ben presto le cose diventano semplici.
C' il mondo fuori tutto luce, rumore e vento. E c' il mondo dentro senza tempo, dove l'aria  immobile e l'odore raffermo. Niente giorno e niente notte qui sotto, ma solo luci che si accendono o che si spengono. L'universo si contrae fino a diventare questo buco dove ogni minuto pesa come un macigno. I suoni stagnano nel buio, e si ripetono puntuali a segnare il passo delle ore che corrono.
Lo sferragliare dei treni che viaggia sulle rotaie portato dal metallo, ma qui dentro ogni schianto si addolcisce perch la pietra assorbe i suoni come una spugna.
Lo spruzzo del vapore che gli addetti alle pulizie sparano sulle pareti della stazione ogni mattina prima che la metro apra i battenti, o lo sfregare delle spazzole contro la gomma antiscivolo del pavimento.
Il vociare sulla banchina, che in alcuni momenti del giorno ha le stesse frequenze di una valanga.
Il ronzare delle mosche.
Le gocce d'acqua che colano sulla parete del buco tra i solchi della roccia, restano in bilico per qualche secondo sul margine di una sporgenza, poi precipitano al suolo con un microtonfo.
Infine, il rosicchiare dei topi da quando i binari smettono di tremare a quando i treni ricominciano a sfrecciare.


9

 notte.
Metto il naso fuori dal buco e m'incammino lungo la galleria in direzione opposta alla stazione. Procedo per un bel pezzo fino a quando m'imbatto in un cunicolo scavato nella parete. Si trova a circa un metro da terra, e ha sezione cilindrica. Il suo diametro misura quanto quello di un hula hoop. Dal fetore che emana sembra un canale di scolo. Faccio luce con la torcia, ma non riesco a vederne il fondo, il canale va dritto nella roccia per un po', poi sembra curvare parallelo ai binari.
Ci salto dentro.
Il suolo  scivoloso. Dal soffitto pendono addensamenti di muffa e stalattiti di materia grassa, lucida come sugna. Accovacciato a quattro zampe, procedo per una ventina di metri strusciando contro le pareti incrostate di lerciume, poi tutto a un tratto la torcia si spegne. Provo a rimetterla in funzione, ma il tasto di accensione ronza a vuoto.
 buio pesto qui dentro, ora.
La nausea impenna, la testa gira. Mi volto sul fianco cercando di mettermi seduto, ma non ricordo pi da quale direzione sono arrivato. Smetto quasi di respirare. Stringo i denti nel tentativo di cacciare indietro le lacrime, ma finisco per mettermi a frignare per la paura e il fetore.
 a questo punto che sento l'eco.
L'eco del mio pianto. Allora smetto di singhiozzare e batto forte le mani, poi conto uno... due... tre... fino a quando l'eco si spegne.
Sul libro dell'udito c' scritto che il suono ci mette circa tre secondi a percorrere un chilometro nell'aria. Se ora batto le mani, continuo a sentire l'eco per almeno cinque o sei secondi, e questo vuol dire che il canale va dritto nella roccia per pi di 1500 metri. Il suono scivola lungo le sue pareti curve percorrendo una spirale. L'eco  pazzesca. Mai sentito niente di simile. Mi metto a cantare la prima cosa che mi viene in mente.
Chi lo sa che faccia ha?
Chiss chi ,
tutti sanno che si chiama Lupiiin...
Mamma era patita di Lupin, conosceva la sigla a memoria. Non se ne perdeva una puntata, tutti i giorni dopo pranzo, in piedi davanti al tavolo da stiro, il ferro in una mano, una mia maglietta nell'altra.
Sto tremando qui dentro di meee,
chi lo sa stanotte tocca a me...
Le parole si appiccicano l'una sull'altra allungandosi all'infinito per effetto della riverberazione. La mia voce schizza per centinaia di metri fino al fondo del canale, distorta, ellittica, vagamente metallica.
Scivolando come un gatto se ne va.
Sopra i tetti sotto i ponti Lupiiin...
Canto sguazzando nel viscidume e nel fetore.
A Lupin il mio cuore dar...
Canto a squarciagola fino a quando il fracasso dei binari che riprendono a sferragliare si divora l'eco a spirale e con essa il pensiero fisso di mia madre.


10

Era bella mia madre, con la testa sempre tra le nuvole, i jeans elasticizzati appiccicati addosso e le ballerine ai piedi. Per strada in tanti si voltavano a guardarla, anche perch aveva una criniera di capelli rossi e ricci che brillava a cento metri di distanza. Io ci provavo ad abbassarmi il cappello sulle orecchie e a fare finta di niente, ma li sentivo eccome i commenti della gente!
Una gnocca fotonica.
Come le  venuto in mente di fare un figlio con quel tipo l?
Ha l'aria triste.
Strana lei, strano il figlio.
E compagnia bella.
Aveva mollato l'universit una volta scoperto di essere incinta. Quando avevo un paio d'anni si era messa a fare la maestra d'asilo nido. Le piacevano i bambini. Mi diceva sempre che la fortuna dei bambini  che hanno vissuto troppo poco per accumulare ricordi e che quindi possono ancora essere felici. Io non capivo cosa volesse dire, ma lei sosteneva che un giorno ci sarei arrivato da solo, e io mi chiedevo quanto dovessero essere brutti i suoi ricordi per arrivare a pensarla cos.
Una cosa  certa, voleva che pap smettesse di fare quel lavoro l, a volte litigavano di brutto e non si parlavano per giorni, ma poi lui le portava un regalo, io venivo spedito dalla vicina di casa, loro andavano fuori a cena e tutto tornava come prima.
Ci parlavo poco con mio padre. Usciva prima che io mi svegliassi per andare a scuola, rientrava dopo che mi ero messo a letto. Alto e secco, un fiammifero sempre sul punto di prendere fuoco. Si accendeva a ogni scintilla, attaccava briga con chiunque. Ogni cosa come diceva lui, altrimenti erano guai.
Per quando era in forma ti faceva piegare in due dal ridere. Riusciva a stare simpatico a chiunque, e anche nei momenti peggiori era capace di tirare fuori una barzelletta che ti risolveva la giornata. Quando litigava con le persone - accadeva spesso! - affondava i colpi a suon di battute. Mentre la tensione saliva o cominciavano a volar pugni lui li freddava con una frase priva di senso, qualcosa che non si sarebbero mai aspettati, e si metteva a ridere. Questo  matto forte! diceva la gente, che per finiva per fare come voleva lui. Meglio lasciarlo perdere aggiungeva.
Chi se ne frega del modo in cui ottieni qualcosa sosteneva mio padre, perch la sola cosa che conta  arrivare al risultato. Il punto finale! Lo ripeteva sempre. Nessuno mai si ricorder se durante la strada hai preso il bivio di destra o di sinistra, ma solo di quanto era figo il posto in cui sei arrivato.


11

 di nuovo notte.
Percorro i 149 passi che separano il buco dalla stazione, raggiungo la banchina e aspetto che faccia giorno. Arriva il primo treno, poi il secondo, poi tutti gli altri, e io me ne resto qui a osservare il via vai per un bel pezzo, seduto su una panca.
I treni si rincorrono a distanza di due o tre minuti l'uno dall'altro sparandomi addosso sassate di gente, tra lo stantuffare di porte e fischi di rotaie.
Le giacche gocciolano pioggia e il pavimento della banchina  tutto un impiastro di polvere e segatura bagnata. Accanto a me viene a sedersi un uomo accompagnato da un bambino. L'uomo  tutto intento nella lettura di un giornale, mentre il bambino stringe tra le mani una confezione di coriandoli. A un certo punto il sacchetto si strappa. Il bambino comincia a sbatacchiarlo di qua e di l, e tutti i coriandoli volano in aria finendo sul pavimento impastato di sporcizia. Quando arriva il treno, l'uomo ripiega il quotidiano sotto il braccio e si trascina via il bambino. Salgono entrambi su una carrozza zeppa di gente lasciandosi alle spalle una scia di coriandoli sudici e un posto libero accanto a me.
 in questo momento che lei viene a sedersi sulla panca.
Indossa un costume rosa da uccello e ha uno zaino da scuola sulle spalle. Il costume di pelo le ricopre il corpo dalla testa ai piedi, a guardarla sembra un enorme pupazzo di peluche. Si sfila lo zaino e lo butta sul pavimento, poi sputa la cicca che ha in bocca, la attacca sotto la panca e dice: Hai l'aria di uno che ha bisogno di farsi una doccia!.
Lo dice con tono un po' pungente, un po' canzonatorio, che fa a pugni col timbro di voce che invece  morbido e vellutato. Mi allunga un pacchetto di Big Babol alla fragola. Faccio cenno di no. Lei invece ne prende una, la scarta e se la caccia in bocca.
Da cosa sei mascherata? le chiedo.
Da civetta, non si vede? Oggi a scuola c' la festa di Carnevale. Le ali del suo costume sono attaccate ai polsi e cos ogni volta che muove le mani le ali sventagliano su e gi, come se cercasse di spiccare il volo senza riuscirci. Pare un pennuto con le ali rotte. Si passa le mani sul costume per scrollarsi di dosso le gocce di pioggia, poi dice: Tu non ci vai a scuola?.
No rispondo.
E che fai?
Sto qui.
Nella metropolitana, vuoi dire?
S.
E come te li lavi i denti?
Non me li lavo.
Wow! E nessuno fa caso a te?
Vedi quella? dico indicando la telecamera sulla parete della galleria. Mi sa che  rotta. Finch sar fuori uso non c' modo che mi vedano quando vengo qui di notte. E di giorno c' troppa gente per notarmi.
Lei guarda la telecamera, poi guarda me.
Perch proprio una civetta? le chiedo.
E tu perch proprio Tex Willer? ribatte indicando la figura stampata sulla mia felpa.
Arriva un treno. C' gente che scende, gente che sale. Gli ombrelli gocciolano pioggia sporca. Lei non accenna a muoversi, si limita a fare una bolla dietro l'altra con la gomma da masticare.
Arriva un altro treno, ma lei non si schioda.
Non vai? le chiedo mentre il treno riparte.
No.
La osservo. Ha capelli neri, appallottolati nel collo del costume, e occhi altrettanto neri che si allungano ai lati come quelli di un'orientale.
Dove dormi? mi domanda.
Allungo il braccio a indicare la fine della banchina, dove inizia la galleria. Lei tira fuori dal suo zaino un fagotto di carta stagnola.  un panino al prosciutto dice. Mangialo tu, a me non va.
 la prima cosa somigliante a cibo fresco che vedo dopo settimane passate a ingurgitare snack dell'edicola o resti trovati nei cestini. Me lo divoro. Sa di buono.
Altri treni arrivano, frenano, ripartono. Lei resta accanto a me. Comunque io sono Lara dice. Poi aggiunge: Larissa, in verit... ma tutti mi chiamano Lara.
Io Chon rispondo buttando gi l'ultimo boccone di pane. Chon Cimmino.
Che nome  Chon?
 un nome cinese, ma si usa anche in Africa.
L'Africa la stiamo studiando ora a scuola. E perch hai un nome cinese?
Da giovane mio padre  stato a Shanghai e ha conosciuto un tizio che si chiamava cos. Gli piaceva questo nome.
E tu ci sei mai stato in Cina?
No.
E in Africa?
Neanche, per da grande vorrei andarci, perch nella savana ci sono pochi rumori.
Che hai contro i rumori?
Niente, ma preferisco il silenzio.
Mi guarda tra l'incuriosito e il diffidente. Fa un'altra bolla con il chewing gum, e la bolla le esplode sul naso con uno scoppio simile a uno sparo. Quanti saranno secondo te? mi chiede indicando a terra.
Cosa?
Tutti quei cerchietti neri dice. Quanti saranno?
I cerchietti neri sarebbero i tondini a rilievo del pavimento foderato di gomma antiscivolo. Rotoli di PVC che sono ovunque, qui sulla banchina, ma anche lungo i corridoi e al piano superiore dove c' l'edicola e i tornelli all'ingresso.
Quanti saranno in tutta la stazione, intendi? Non lo so, saranno migliaia!
Di pi! fa lei. Centinaia di migliaia, secondo me. Rimane in silenzio per un po' a fissare il pavimento. Chiss perch la gomma la fanno nera si chiede.
Azzardo una risposta di buonsenso: Forse perch sul nero si vede meno lo sporco.
Pensa se questa gomma fosse rosa shocking dice lei. Oppure immagina questa metro tutta blu elettrico! Scommetto che le persone non avrebbero pi quei musi lunghi. La mattina entrerebbero in un mondo rosa shocking, magari farebbero un sorriso. E poi, cambiando argomento: Quanti anni hai?.
Dodici.
Anch'io.
E che classe fai?
Seconda media.
Idem dice. Fratelli, sorelle?
Figlio unico.
Come me! Fa un'altra bolla con il chewing gum. Allora, mi fai vedere dove dormi?
Quindi non ci vai a scuola? le chiedo.
Oggi no.
Larissa-Lara non va a scuola oggi e neanche domani. Larissa-Lara resta qui con me. Ciondoliamo per la stazione fino a quando l'ultimo treno ci passa davanti e non rimane pi nessuno. A quel punto c'incamminiamo verso il segnale non oltrepassare alla fine della banchina, saltiamo gi in galleria e spariamo nel buio.
Prima o poi ti verranno a cercare le dico.
Forse risponde.


12

Di notte, nelle ore in cui la metropolitana chiude, la stazione  il nostro regno. Le luci d'emergenza, d'un bianco freddo, ronzano tutto il tempo, e congelano le ore catapultandoci in un mondo di silenzio. I corridoi sono labirinti di piastrelle, e quando li puliscono c' ovunque puzza di solventi.
A volte ci mettiamo a saltare su e gi per le scale mobili come fossero ottovolanti, proviamo a metterle in funzione pigiando tutti i pulsanti, ma quelle restano immobili. Lara fa lo scivolo sul cordolo tra due rampe. E io l'aspetto gi cercando di prenderla al volo, e quando mi piomba addosso caschiamo entrambi sul pavimento e rimaniamo l a terra a ridere come scemi, storditi dalla puzza dei solventi.
Immaginiamo di essere finiti nella pancia di un'astronave spaziale che viaggia alla deriva nel cosmo. Facciamo finta di essere gli ultimi umani sopravvissuti a una guerra nucleare. L'astronave  ormai lontana anni luce dalla Terra, ma per fortuna la cambusa  ancora zeppa di viveri, e la cambusa  l'edicola dei giornali.
Lara passa in rassegna gli snack, e non sa quale scegliere.
Ti piacciono gli m&m's? le chiedo.
S, ma solo quelli senza nocciolina.
Guardo se ci sono gli m&m's che piacciono a lei, ma non li trovo. Invece trovo una montagna di KitKat. E questi?
Il wafer  troppo leggero dice. Ti viene subito fame di nuovo. Un paio di Kinder Fetta al Latte sono sparpagliati vicino alle caramelle. Dovrebbero stare nel banco frigo, mica qui al caldo! Saranno andati a male. Afferra un Lion. Questo non mi dispiace invece!
Il Lion si attacca ai denti!
Per la confezione, wow... La testa del leone  stupenda!
Duplo nocciolato leggero? rilancio io.
Lara dice di non aver mai capito perch il Duplo si chiama cos. Dice che dovrebbe chiamarsi Triplo, perch ogni snack  diviso in tre parti: Tre wafer, tre nocciole, tre ripieni.
La crema dentro  buona faccio io.
Ci credo,  Nutella! risponde lei.
Lara mette gi il Lion e prende un Bounty, quello nella confezione rossa col cioccolato fondente. Il cocco mi fa schifo. Preferisco l'Ovetto Kinder. Gli Ovetti Kinder sono allineati di fianco a una pila di fumetti. Per anche questi finiscono subito, c' poco cioccolato, neanche il tempo di metterlo in bocca che non  rimasto niente, e poi le sorprese le conosco tutte a memoria. Lara continua a fissare le confezioni con fare pensoso.
Insomma, decidi! sbotto io. Non  un affare di stato. Sono solo merendine...
Lara rimette a posto il Bounty e prende un Twix. Questo! dice. Mou e cioccolato. Il Twix  lo snack pi buono del mondo, spiega, perch il mou ammorbidisce il biscotto e lo strato di cioccolato al latte rende il tutto delizioso. Dice proprio cos, delizioso. Dice che tutti gli ingredienti sono dosati secondo le giuste proporzioni e che le parti migliori sono le due estremit del biscotto dove il cioccolato abbonda. Mi racconta che ha un modo tutto suo di mangiarlo: lo lascia sciogliere sotto il palato e poi se lo succhia poco per volta. Va avanti a parlare di quanto sia buono il Twix per un sacco di tempo. Ne parla con quella sua voce tutta zucchero, che  musica per le mie orecchie, stremate dai rumori della giornata.
Quindi, cosa prendiamo? incalzo io.
Lara mette in tasca un paio di Twix e qualche Duplo.
Io ripiego su un Ovetto Kinder.


13

Lara dice sempre: Wow quando qualcosa le piace tanto.
Intende che quella cosa  fantastica, ma invece di dire fantastica sgrana gli occhi e se ne esce con uno dei suoi wow, e tu non capisci se faccia sul serio o ti stia prendendo in giro, tanto sembra esagerata la sua reazione.
E poi c' il wow che vuol dire che schifo! Lo dice quando ho le dita inzaccherate di unto dopo che ho mangiato una busta di patatine o quando si sveglia al mattino e si trova un topo che le cammina di fianco e allora urla: Wow!, scattando come una molla.
Poi c' il wow che sta per te l'avevo detto!
Lo usa per prendermi in giro ogni volta che faccio qualcosa che non le garba, tipo quando di notte voglio uscire dal buco e mettermi a camminare lungo i binari in direzione opposta alla banchina. A lei non va di avventurarsi in quelle gallerie. E se non riuscissimo a ritrovare la strada per tornare indietro? Poi io insisto, e lei finisce sempre per venire con me. La verit  che ha pi paura di restare sola nel buco che di arrischiarsi nel buio, ma dopo un po' che camminiamo mano nella mano raso muro, solo la torcia a illuminarci il percorso, anch'io comincio a farmela sotto, perch ogni scricchiolio suona sinistro e ogni cavit nella pietra sembra la tana di un mostro, cos le dico: Ok, forse  meglio tornare... e a quel punto lei fa: Wow melliflua e sarcastica, come a significare: Ma davvero!? Sei proprio un genio, Chon Cimmino!.
Infine, ci sono i wow che capisco solo io, come oggi, quando vagavamo per la stazione all'ora di punta e abbiamo visto un barbone che chiedeva l'elemosina. Era accovacciato a terra sulla banchina dei treni, pancia sotto, il viso che sfiorava i tondini neri del pavimento. Gli siamo passati accanto e Lara ha bisbigliato: Wow a voce cos bassa che sono stato l'unico a sentirla, e in quel momento non era certo felice o delusa o spaventata, era solo triste, cos le ho stretto la mano pi forte tirandola via di l.


14

 notte.
Non riusciamo a dormire, cos strisciamo fuori dal buco e veniamo sulla banchina dei treni. Lara si  messa addosso il costume da civetta, ormai una palla di peli avvizziti e scoloriti. Il suo corpo ci balla l dentro. Mi sembra che tremi. Ha la fronte sudata.
Tutto ok? le chiedo.
Si stringe nelle spalle. Ho i brividi risponde.
Facciamo un gioco le dico per distrarla. Vai dall'altra parte dei binari.
E poi?
Poi dimmi qualcosa, quello che ti pare, l'importante  che me la dici a bassa voce.
Che razza di gioco ?
Il gioco consiste nel fatto che io ripeto quello che dici tu.
Ok, ma come fai a sentire quello che dico se devo andare dall'altra parte dei binari e parlare a bassa voce? Ha l'aria perplessa.
Lascia fare a me! Di' qualunque cosa ti salti in testa, basta che parli piano.
Lei attraversa i binari e raggiunge il lato opposto della banchina. Io invece mi siedo a terra da questa parte e cerco di concentrarmi.
Funziona cos.
Nei luoghi affollati il rumore mi massacra i timpani, per ha l'effetto di potenziare il mio udito, tanto che in uno stadio pieno di gente posso sentire un bisbiglio a distanza di molti metri. Il rumore mi rende sensibile a tutti i suoni, come quando al sole vedi ogni dettaglio perch la luce  forte, mentre di notte ci metti un po' ad abituare gli occhi all'oscurit. E ora, qui sotto, lontano dal mondo fuori dove tutto  fracasso,  come stare nel buio pesto e ho bisogno di qualche secondo per abituare le orecchie al silenzio.
Sull'altro lato dei binari, Lara fa zig-zag tra i pilastri nella sua palla di peli sfioriti, poi s'infila nei corridoi, poi si siede sulle scale mobili, e nel frattempo mi parla a voce bassa, come le ho chiesto. Il mio colore preferito  il rosso sussurra. Le sue parole scivolano sulla volta della galleria e mi saltano addosso, seguite da una leggera eco.
Urlo: Rosso!.
Lei rimane un attimo in silenzio, poi continua a sussurrare: A colazione mangio pane e marmellata.
Pane e marmellata! ripeto.
Il mio programma preferito  I Robinson.
Robinson!
Sento che ride. Dice uno dei suoi wow. Odio Harry Potter aggiunge.
A me piace! rispondo.
Andiamo avanti cos per un bel pezzo. Lei mi parla sussurrando, io le rispondo urlando. Mi racconta che appena si sveglia si tocca sempre la pancia, e poi che  brava in Italiano, ma una schiappa in Matematica. Che le piace mettere un sacco di parmigiano sulla pasta al pomodoro e che della pizza mangia prima il cornicione, poi il centro. Inoltre, va a lezione di chitarra e da grande vuole fare la cantante. Gli animali mi piacciono tutti, ma ho paura dei serpenti dice. Alla fine sbuca da dietro un pilastro, viene verso di me, si ferma sulla linea gialla della banchina con le mani sui fianchi e mi chiede: Allora, come diavolo fai a sentirci cos bene?.
Tornati nel buco ci accucciamo a terra.
Allora, come diavolo fai? mi ripete.
A questo punto le racconto ogni cosa. I miei genitori spazzati via dalla faccia della Terra, Il Fermo Occhi di husky, i giorni del processo, l'ultraudito e i mal di testa da quando sono nato. Infine le dico del posto nel quale volevano rinchiudermi. Non ci finisco in un orfanotrofio. Cos rimango qui fino a quando non decido dove andare.
Lei si limita ad annuire senza fare una piega, come se non ci fosse nulla di strano nell'essere stato il testimone chiave in un processo per omicidio, essere orfano perch due killer hanno seccato i tuoi genitori o sentirci come un pipistrello. Insomma, hai le orecchie bioniche dice divertita. Come il colonnello Steve Austin.
Chi  il colonnello Steve Austin? le chiedo.
L'uomo da sei milioni di dollari! La serie TV, non l'hai mai vista?
Faccio cenno di no con la testa. Per ho visto Lupin!
Lupin  forte dice, poi si mette a parlare di s. Mi racconta di un attico che si affaccia sul parco di Porta Venezia, di un padre pieno di soldi, sempre in viaggio, e di una madre malata, costantemente a letto, odore di farmaci e pacchi di siringhe sparsi dappertutto, infermieri che vanno e vengono. Ha deciso di restare qui con me perch non ce la fa pi a vedere la madre cos. Non riesce pi a parlare e ha smesso di mangiare spiega. Finch resto qui posso pensarla viva, immaginare che mi chieda di portarle un bicchiere d'acqua o leggerle la pagina di un libro. Finch resto qui posso pensare che tutto rimarr uguale per sempre.
Ti staranno cercando ovunque le dico.
Fa spallucce.
In effetti non c' molto da dire. Restare qui sotto ci sembra la sola cosa da fare, entrambi abbiamo la sensazione che per noi non ci sia altro posto dove andare.


15

 giorno.
La navicella-treno guizza sui binari. La navicella-treno scivola sulla rampa di atterraggio nella pancia dell'astronave madre, poi si ferma. Ci sono alieni che s'imbarcano, alieni che sbarcano, poi la navicella-treno d potenza ai motori e decolla verso i confini del cosmo. Passati due minuti, ne arriva un'altra, poi un'altra, e un'altra ancora.
Tutti ci guardano ma nessuno ci vede. Seduta sulla panca accanto a me, Lara non dice una parola. E i miei pensieri galleggiano nel brusio galattico.
Il brusio galattico  uno sciame di frequenze che si dilatano e si contraggono seguendo la sorgente. Il brusio si solleva dai corpi, rimbalza sul tetto della rampa e scivola lungo le pareti della galleria, spazzato via dallo sferragliare delle navicelle-treno che atterrano in stazione.
Accanto a noi Abitante-di-pianeta-sconosciuto indossa un vecchio cappotto di lana e ciabatte ai piedi. Ha i capelli bianchi e la pelle rugosa come quella di un rettile. Tra le mani stringe un sacchetto contenente una confezione di latte, che beve direttamente dal cartone come fosse un quarto di vino. Quando le porte della navicella-treno si aprono, un fiume di corpi si riversa nell'unit-carrozza, urtandolo, e il sacchetto gli cade a terra. Il latte si allarga sui tondini neri del pavimento. Mentre si china a raccogliere il cartone ormai vuoto, le porte si chiudono e la navicella riparte lasciandolo solo sulla banchina. Lui si volta indietro per guardarsi intorno, a questo punto si accorge di noi. Ci lancia un'occhiata diffidente, poi scatarra in un cestino e si allontana lungo il corridoio schioccando la lingua. Va via tenendosi il suo sacchetto stretto al petto come se fosse la sola cosa che gli resta a questo mondo.
Di tanto in tanto qualcuno si fruga nelle tasche della tuta spaziale e ci allunga un euro astrale. A fine giornata abbiamo rimediato un bel po' di monete. Le portiamo tutte nel buco e le sparpagliamo a terra tra montagne di cartacce, giornaletti e snack ammuffiti.
Cos'hai l dentro? chiede Lara indicando il mio zaino, un attimo prima di metterci a dormire.
Tiro fuori Il grande libro dell'udito. Lei nota che sulla copertina c' un timbro. L'ho preso in biblioteca dico. Non l'ho mai restituito.
Si mette a sfogliarne le pagine, illuminandole con la nuova torcia presa nell'edicola-cambusa. Una bolla di luce le rischiara il viso. Intorno a noi, solo nero.
Sai qual  l'animale che ha l'udito pi sviluppato al mondo? le dico. La tarma, seguita dal pipistrello.
E quello che ci sente peggio?
Qui non c' scritto, ma so per certo che le scimmie sono mezze sorde.
Wow fa lei.
Ci puoi giurare! Hanno un orecchio simile a quello umano, ma sentono una gamma di suoni molto pi ristretta.
Lara mette gi il libro, sbadiglia, ha gli occhi lucidi.
Poi ci sono i serpenti che non hanno orecchie, ma possono avvertire solo le vibrazioni del terreno aggiungo. E i polipi che sono completamente sordi.
Mi fissa con sguardo assente.
E poi lo sai che il suono si muove nell'aria a velocit diverse a seconda della temperatura? le dico. Per esempio, a venti gradi centigradi si propaga tra i 343 e i 344 metri al secondo, ma se fa freddo, ovvero se la temperatura si avvicina allo zero, allora  pi lento...
Ho sonno dice lei con un filo di voce. Si lascia scivolare sul costume da civetta, che ormai  diventato il nostro giaciglio, poi chiude gli occhi. Le scosto i capelli arruffati dal volto e spengo la torcia. La bolla di luce svanisce, e noi con lei.


16

Deve essere giorno nel mondo fuori, perch le navicelle-treno sfrecciano a intervalli di tre minuti l'una dall'altra, mitragliando il nostro buco con dei flash di luce bianca. I fili elettrici pendono dalle centraline rotte, aggrovigliati ai filamenti di muffa. L'aria  pesante.
Tiro fuori dalla tasca il dente di mio padre e lo strofino sulla parete di pietra incidendo la lettera C di Chon e la lettera L di Lara. Lei  stesa sul costume da civetta, come sempre in questi ultimi giorni. Che stai facendo? mi chiede sollevando la testa.
Le faccio vedere cosa stringo nella mano. Era di mio padre dico.
Cos'?
Un dente.
Se lo rigira tra le dita, lo strofina sui peli del costume per dargli una ripulita. Non lo sfregare sul muro, che si consuma dice, poi me lo restituisce.
Ci sfreccia davanti un'altra navicella-treno.
Quella successiva invece procede piano e rallenta fino a spegnere i motori proprio davanti al buco. I corpi sono ammassati all'interno, immobili, talmente pressati uno sull'altro da sembrare inscatolati. Mi chiedo come facciano a respirare quelle creature aliene. I finestrini sono cos appannati che i corpi paiono ombre. Macchie di colore, addensamenti di materia in una luce bianca. C' un volto schiacciato contro la porta, gli occhi chiusi e la bocca aperta. Alita sul vetro. Da qui riesco a vedere l'alone di condensa che si allarga intorno alle sue labbra. Poco dopo la navicella riaccende i motori e sfreccia via.
Lara si passa una mano tra i capelli. Le cadono a mazzi, restandole tra le dita. Sono pieni di nodi dice. Non li pettino da settimane.
Il dolore alla fronte martella.
Mi copro le orecchie con le mani.
Poggio la testa sulle sue gambe.
Lei mi accarezza il viso e mi soffia sulle tempie.
Mi addormento, mi sveglio, mi addormento di nuovo. Il dolore alla fronte incalza. Lara si mette seduta e prende a frugare nel suo zaino di scuola. Tira fuori dei tappi per le orecchie. Dice che quando era a casa indossava quei tappi per non sentire i lamenti della madre. A me non servono pi, prendili tu.
Mi brucia la pelle.
Mi strofino la faccia e mi gratto le braccia.
Le unghie sono sporche di sangue.
Le navicelle-treno-serpenti-di-luce-bianca continuano a sfrecciare tutto il giorno senza sosta. Lara  sporca di terra. Se avessi delle forbici mi taglierei i capelli! dice. Prende una bottiglietta d'acqua e se ne versa un po' sulla testa. Oggi si muore di caldo. Cos dice, eppure a me sembra che stia tremando.
Non riesco a tenere gli occhi aperti bisbiglia, poi si stende accanto a me.


17

Deve essere notte, perch i binari stanno zitti.
Il buco trasuda umidit, la mia maglietta  bagnata.
Ho fame dice lei. Ho bisogno di mangiare.
Salto fuori, percorro i 149 passi che mi separano dall'astronave madre, quindi salgo sulla banchina deserta.
Il fruscio  debole come il ronzio di una zanzara. Mi guardo intorno cercando di captarne la sorgente. Si tratta della telecamera all'estremit opposta della banchina, devono averla rimessa in funzione. L'odore di solvente che sale dalle piastrelle mi fa sbandare. Barcollo. M'infilo in un corridoio, salgo le scale e raggiungo il livello superiore dell'astronave, poi forzo la serratura della cambusa, come sempre. Porto via un pacchetto di patatine e una Barbie Principessa. Richiudo la porta facendo attenzione a non lasciare tracce.
Torno a razzo da Lara. Mentre corro sulla banchina la telecamera ronza. Il ronzio m'insegue. Il ronzio mi fa girare la testa come se fossi su una giostra.


18

I binari fanno silenzio, poi rumore, poi ancora silenzio, poi di nuovo rumore. Brusio galattico sulla banchina e qualche schianto ai confini del cosmo. Data astrale sconosciuta. Spruzzi e fruscii, fino a nuovo silenzio. E poi topi che rosicchiano non appena i binari si zittiscono. Infilo i tappi nelle orecchie e metto la testa sulla pancia di Lara, stesa sul costume, e il costume puzza come un cane bagnato. I tappi sono umidi, forse  per questo che i timpani mi fanno male. Tiro via i tappi dalle orecchie e li lancio fuori del buco, sui binari.
I suoni ricominciano a saltarmi intorno. La condensa che gocciola lungo le pareti del buco. Il vento caldo quando le navicelle-treno ci passano davanti. Gli schianti dal mondo fuori, che raggiungono le mie orecchie passando attraverso gli strati di roccia. Il cuore di Lara batte lento nel petto mentre dice: Non riesco a respirare.
Dormiamo un po', ci svegliamo.
Passa del tempo.
Impossibile dire quanto.
Le voci arrivano dalla banchina e avanzano nella galleria.
Procedono lungo le rotaie, si avvicinano.
Lara mi stringe la mano.
Le voci sono a un passo da noi.
Un cerchio di luce si stampa sulla parete del buco, accecante come un sole. Lara affonda la faccia nella mia spalla.
Voce Uno dice: Vieni fuori!.
Il cerchio di luce raspa nell'oscurit trovando le mie scarpe.
Scatto all'indietro come se la luce fosse bollente.
Lara indietreggia strisciando contro la parete di fondo.
La luce guizza nel buio inseguendo i miei piedi. La luce e io giochiamo a rimpiattino per qualche secondo, alla fine mi faccio avanti, Lara invece resta dietro.
La luce m'ispeziona il volto.
Strizzo gli occhi, mi copro la fronte con una mano.
La luce mi perlustra le braccia.
Lara trattiene il respiro, immobile sul fondo del buco.
La luce mi fruga le gambe.
Voce Uno dice: Ogges. Ma  coperto di croste.
Non sono croste risponde Voce Due, e Voce Due  quella del Fermo. Sono piaghe.


UN PAIO DI MESI FA


19

Milano, inverno
Allora, che hai per me?
Un deposito illegale.
Che roba ?
Avorio.
Mi prendi in giro, Chon? Che me ne faccio di un mucchio di cianfrusaglie senza certificato d'importazione?
 traffico di animali a rischio di estinzione.
Lo so cos'!
Meglio di niente.
Me ne sbatto degli animali a rischio di estinzione.
Non ho altro.
Il Fermo e io siamo seduti su una panchina del parco Sempione, dove il prato scollina nel laghetto e l'acqua ha il colore del petrolio. Il cielo esplode di nuvole porpora. Il vento picchia, cos gelido che pare polvere di ghiaccio. Le foglie morte ballano il twist sull'erba. Raffiche di entropia elettrizzano l'aria e strapazzano i rami degli alberi. Siamo immersi in un fruscio sordo dalle frequenze costanti. Le mie orecchie sonnecchiano.
Allora devi muovere il culo fa lui.
Lo sto facendo.
Non abbastanza! Scuote la testa. Ci vorrebbe qualcosa tipo China Blue.
China Blue capita una volta nella vita.
E tu falla capitare di nuovo!
Ci vuole fortuna, e tempo.
E allora?
Io non ce l'ho il tempo.
Trovalo.
Ho un lavoro.
Che te ne fai di un lavoro se vivi in quella topaia?
 la mia topaia e io ci sto bene.
Non  la tua topaia!  la topaia di qualcun altro che l'ha lasciata l a marcire, e tu ti ci sei messo dentro. Prima o poi la raderanno al suolo. Potrei farti sbattere fuori di l solo con una telefonata.
Dopo tutti questi anni Il Fermo ha le palpebre gonfie e la pelle cotta dal tempo, ma gli occhi ancora trasparenti e i suoi lunghi capelli da vichingo. Un fisico tuttora possente, nonostante lo stomaco prominente a causa delle birre che si butta in corpo. E poi quella voce, ferma e corposa, che si fa pi ruvida a ogni stagione che passa.
Chon, dico sul serio! Datti da fare. Batti a tappeto i bar di Milano, bazzica le sale giochi, setaccia gli incroci, pianta una tenda nei giardini pubblici se necessario, ma portami qualcosa di buono! Ricordati che posso crearti una montagna di guai, se voglio. Abbiamo fatto un patto noi due.
Il patto  questo.
Io vado in giro nei posti pieni di gente tenendo le orecchie ben aperte. Afferro una parola qui, colgo una frase l, e gli passo qualche soffiata sui crimini in atto. Lui si fa trovare sul posto e li coglie sul fatto. Io gli faccio da spia, lui si fa bello in caserma. Io gli servo potenziali arresti su un piatto d'argento, lui diventa un pezzo sempre pi grosso del Nucleo Investigativo. Io mi faccio in quattro come suo informatore, in cambio lui non consegna al magistrato il video con le immagini di quel furto al BancoPosta quando avevo poco pi di vent'anni.
Le cose stanno cos.
Mafiosi, proprietari di bische e papponi d'assalto, artisti dello spaccio, estorsori, rapinatori, appassionati del crimine e amanti del soldo facile: se ne vanno in giro parlando tra loro. Chiacchierano, prendono accordi, tracciano piani. Disseminano parole nell'aria pensando che nessuno li possa sentire, ma io ho l'udito di un cane. Basta trovarsi nei paraggi. Incredibile cosa puoi venire a sapere se hai un po' di fortuna e orecchie da segugio.
Non si chiama patto dico io.
E come si chiama?
Ricatto.
Ti ho fatto un'offerta e tu l'hai accettata. Nessuno ti ha obbligato a farlo,  stata una tua scelta! Se preferivi, potevi farti qualche anno di galera.
Silenzio.
Che hai, Chon?
Niente, perch?
Sei strano negli ultimi tempi.
Strano come?
Non lo so... Strano. Stai rigando dritto?
Faccio cenno di s.
Hai smesso con le minchiate?
 un capitolo chiuso, quello.
Stai lontano dai guai, non posso pararti il culo per sempre. Sai che titoloni farebbero i giornali! Metro Boy sorpreso a rubare negli appartamenti.
 passata una vita da allora dico.
S, ma allora ne parlarono tutti i giornali.
Dodicenne assiste al massacro della propria famiglia nascosto sotto il letto. Sfugge all'agguato e testimonia al processo, poi scappa facendo perdere le proprie tracce. Sopravvive sessantaquattro giorni nascosto nelle gallerie della metropolitana di Milano.
Metro Boy, cos mi avevano soprannominato. M'intervistarono alla radio e partecipai a un paio di trasmissioni in TV. Fecero una gran cagnara. Tanto rumore, poi silenzio.
Dov'era tutta quella gente mentre mi facevo sei anni di orfanotrofio?
Da come ne parli pare che ti sei fatto il carcere. E comunque non c'erano altre soluzioni, lo sai. Eri minore, orfano, niente famiglia.
Nessuno mi ha preso in adozione.
Eri grande.
E allora?
La fai peggio di quello che  stato.
E tu che ne sai di cosa  stato?
Qualcosa ne so! So che in quegli anni hai dato fuori di matto e facevi a botte con tutti. So che ti volevano sbattere fuori dall'istituto, e io ho dovuto mettermi di mezzo col giudice perch ti tenessero. Come pensavi di farti adottare se ti comportavi come un teppista?
La testa mi scoppiava ogni giorno. Facevo una fatica bestiale a stare con gli altri.
Almeno sei andato a scuola, hai avuto un'istruzione! Una volta uscito di l avresti potuto continuare a studiare, andare all'universit, fare il medico o l'avvocato, il broker.
E con quali soldi ci andavo all'universit?
Invece ti sei messo a fare i furtarelli come un qualunque ladruncolo senza cervello.
Chiudo gli occhi e mi abbasso il cappello sulle orecchie.
Su Milano cala il frastuono dell'ora di punta, quando gli uffici si svuotano per il pranzo. Un esercito di voci piomba nelle strade. Le voci sbucano fuori dai palazzi e migrano verso bar e tavole calde, liberando milioni di parole nel vento, tutte insieme, tutte nello stesso momento. Le frequenze si impennano. Un mare di onde scuote l'atmosfera, simile a uno sciame sismico.  cos ogni giorno a quest'ora, dura pochi minuti. Respiro a fondo.
Lucia? chiedo.
Lucia cosa?
Come sta?
Bene, credo.
Tra voi come va?
Va come va. Sempre la stessa storia. Un giorno  a casa, un giorno sparisce.
Esce con qualcuno ora?
Con un chirurgo. Un pezzo grosso dell'universit, pare. Uno che va in giro con un cappotto di cashmere arancione lungo fino ai piedi.
E tu?
Io niente, che andasse al diavolo! ringhia lui buttandosi i capelli all'indietro. Si tira su il bavero del cappotto, poi prende l'elastico che tiene al polso e si fa un codino sulla nuca.  uno scimmione alto quasi due metri, eppure si alliscia i capelli nemmeno fosse una femmina. Negli anni la sua chioma si  brizzolata di brutto, ma lui l'ha tinta di giallo, e ora sembra che in testa si sia spalmato della senape. Vado a mangiare dice. C' un vento che ti gela le palle qui. Tu datti da fare, la prossima volta portami qualcosa in pi di qualche bestia mummificata! Si mette a piovigginare. Lui fa qualche passo verso il Castello Sforzesco, poi si ferma e si volta indietro. Chon! dice. Te lo ricordi che giorno  oggi?
La pioggia picchia forte ora, eppure non riesco a tenere gli occhi aperti. Sono cos stanco che finisco per addormentarmi sulla panchina. Quando mi sveglio sono ormai fradicio. Se mi ricordo che giorno  oggi?  il giorno in cui i fratelli Madia escono di galera: sono trascorsi quattordici anni da quando me ne restai immobile sotto quel divano letto.


20

Operazione China Blue.
Ottanta arresti, quindici denunce, settanta rinvii a giudizio per un totale di sessantotto condanne in primo grado. Sgominate le bande giovanili di musi gialli di seconda generazione che si spartivano il territorio tra Lombardia e Piemonte.
Taglieggiavano i commercianti, ripulivano le bische, assaltavano i locali armati di pistole e coltelli da cucina, estorcevano percentuali da infarto a puttane e massaggiatrici, fino a quando l'investigatore Marco Musi, conosciuto nell'ambiente come Il Fermo, fu messo a capo della squadra che gestiva l'indagine.
Cominci tutto per caso in un ristorante di via Paolo Sarpi.
Due teppistelli bombati di coca s'infervoravano per spartirsi il bottino di una rapina, tramando sottovoce la scalata ai vertici dell'organizzazione. Quel giorno la fortuna gli disse male, perch c'ero io che trangugiavo un piatto di noodles due tavoli accanto.
Captai i loro ringhi criminali.
Intercettai le loro ambizioni imprenditoriali.
Drizzai le orecchie e ripulii il piatto: stavano confezionando un colpo coi fiocchi in un minimarket della Stazione Centrale. Tenni a mente i dettagli, poi corsi dal Fermo. Lui prese la palla al balzo e il giorno del colpo si fece trovare sul posto, beccandoli con le mani nel sacco. All'inizio, durante gli interrogatori, i due teppistelli fecero i duri, poi si beccarono qualche ceffone in faccia e vuotarono il sacco. Spifferarono i nomi, e quei nomi fecero altri nomi.
Le indagini durarono mesi.
Il Fermo sbirreggi come su un set di John Woo. Piroett tra appostamenti e intercettazioni. Gigioneggi alle conferenze stampa. Sfoder fiuto da segugio e arguzia felina. Alla fine trionf: menzione speciale e promozione a vicecomandante del Nucleo Investigativo, due anni fa.


21

Tappi antirumore in resina anallergica. Lavabili, sagomati, fatti su misura. Indice di abbattimento del suono tra i 29 e i 35 decibel. Li infilo nelle orecchie e metto il casco di protezione, poi comincio a darci dentro con la saldatrice. Le scintille sprizzano dalla torcia e si dissolvono contro la visiera. Il metallo fonde come un panetto di burro e i giunti del montante si saldano sotto i miei occhi.
Gli altri operai sono poco pi in l, ciascuno alla sua postazione. Fa un freddo cane quass al ventesimo piano. Quando diluvia il vento gioca con la pioggia facendo volare le gocce nell'aria, e l'aria diventa tagliente, gonfia d'acqua nebulizzata. Oggi non piove pi, ma soffia un vento polare. Tiro su la lampo del giubbotto e mi concentro sul montante.
Uno dei saldatori mette gi la torcia, si alza la visiera del casco e sputa sul cemento, poi prende a fissare l'orizzonte.
Tutto ok l? lo apostrofa il capocantiere.
Per qualche secondo il tipo fa finta di non sentire, continua a guardare davanti a s. Mi metto a fissare l'orizzonte anch'io, attraverso la visiera del casco. Da qui si vede il profilo delle Alpi. Oggi il vento ha ripulito l'aria e il cielo  una lastra cobalto che pare solida.
Ehi, mi sentite? urla il capocantiere in direzione di entrambi.
Mi rimetto al lavoro, l'altro saldatore anche.
Millennium City  il fiore all'occhiello dell'amministrazione cittadina. Il progetto prevede la costruzione di due grattacieli. La Torre Ghiaccio  gi stata ultimata, mentre qui nella Torre Vento lavoriamo ancora a pieno regime. Ciascuno dei due bestioni promette cinquantuno piani di meraviglie. Scheletro di cemento, pelle di vetro, muscoli d'acciaio. E poi design all'avanguardia e interni avveniristici. I foto rendering del progetto ammiccano da mesi sulla homepage di Lions Incorporated, la societ inglese d'investimento immobiliare che ne ha promosso lo sviluppo.


22

Quattro numeri, sempre quelli.
Li digito un sacco di volte a settimana, eppure in questo momento non riesco a ricordarli. In piedi davanti all'armadietto, dito sul display, cerco di richiamare alla memoria la combinazione della serratura elettronica per aprire lo sportello.
Alle mie spalle lo spogliatoio rigurgita chiacchiere e fetore di piedi. Elettricisti, idraulici, muratori, saldatori come me. Una sequenza granulosa di suoni, lamenti e sghignazzi, calzini appallottolati sotto le panche e asciugamani bagnati. L'odore dolciastro di deodorante appiccica l'aria e il vapore delle docce ammanta ogni cosa di umidit. Io grondo sudore, giubbotto e pantaloni da lavoro ancora addosso. Incapace di muovere un muscolo, fisso la serratura come imbambolato. Cerco di ricordare, intrappolato nei secondi che scorrono. Tutto intorno a me si muove con bizzarra lentezza. Ehiii... Chooon... cheee... haaai...? sento dire a una voce. Tra una parola e l'altra, l'eternit.
Qualcuno da dietro mi assesta una pacca sulla spalla. Scatto come una molla. Mi volto, mostro il pollice alzato in direzione della voce, e torno a fissare l'armadietto. E finalmente i numeri vanno al loro posto.
Digito 1 3 0 5 sul display. La serratura scatta e lo sportello si apre. I miei abiti sono l, appesi a una stampella. Mi levo i vestiti da lavoro e infilo i jeans, poi la maglietta e il maglione blu, poi le scarpe da ginnastica, poi il bomber rosso, infine il cappello di lana grigio. Richiudo l'armadietto e schizzo via.
Quattro numeri, sempre quelli. Li digito un sacco di volte a settimana dal giorno in cui il cantiere ha aperto i battenti. Impossibile dimenticarli.
1 3 0 5
1305
13,05
L'ora dell'agguato, quel famoso giorno.


23

Alla fine del turno passo a salutare Caesar.
Sembra gi di tono oggi.
Che hai? gli chiedo.
Tira brutta aria. Hai sentito voci? Si dice che vogliano fare tagli a personale.
Caesar  peruviano. Parla italiano meglio di un madrelingua, ma detesta gli articoli, non c' verso di sentirgli dire un la o lo. Per lui gli articoli sono fronzoli.
Ha quarant'anni, un corpo minuto come quello di una bambina, ma forte quanto un cingolato da guerra, una moglie e una figlia da qualche parte in una baraccopoli di Lima.  il custode del cantiere, e vive qui in un prefabbricato a pochi metri dall'ingresso. Indossa sempre una maglietta a maniche corte, perch dice che soffre caldo moltissimo, ma soprattutto, ha le braccia perennemente segnate da graffi.
Tutta colpa di prurito, amigo! dice ridendo forte.
Caesar si gratta tutto il giorno, si gratta a sangue fino a farsi venire le piaghe sulla pelle. I dottori non capiscono di cosa si tratti. Nessuna allergia, dicono. Niente funghi o dermatiti. Zero eczemi, forse una rara forma di micosi. Eppure lui non riesce a smettere di grattarsi, tutti i giorni, ogni momento.
Se perdo lavoro come mando soldi a casa? dice tornando a parlare delle voci sui tagli del personale, mentre si strofina il collo con un asciugamano di spugna. Una volta mi ha detto che ne tiene sempre uno a portata di mano, perch a grattarsi con la spugna ci si fa meno male. Ehi, ci vieni oggi a conferenza stampa? mi chiede con la sua voce bella gagliarda. Quando parla i suoi polmoni si gonfiano, il petto s'inorgoglisce. In Triennale, si parla di Millennium City. Ci saranno pezzi grossi.
A te che importa di andarci?
M'importa! Vieni anche tu, e se c' qualcosa che non capisco, tu mi spieghi.
Mica parleranno di licenziamenti! rispondo. A quanto ne so l'evento si preannuncia un gigantesco spot mirato a promuovere i nuovi uffici a una platea di addetti ai lavori e giornalisti, non certo un incontro tra management e sindacalisti.
Okay, ma io ci voglio andare lo stesso. Caesar non sente ragioni. Se ne sta in piedi dritto come un fuso davanti alla parete rosso mattone. Se l' dipinta lui di questo colore. Colore di monastero di Santa Catalina ad Arequipa. Mi ci port mia madre da piccolo mi ha detto una volta. Fu bellissima giornata!
Caesar si siede al tavolo. Davanti a lui, una distesa di emulsioni idratanti e oli emollienti, pomate antinfiammatorie, balsami lenitivi, schiume antimicotiche, gel antistaminici, creme cortisoniche. Tutti i tubetti sono stati spremuti dal basso verso l'alto, cos da non sprecarne neanche una goccia.
Li stanno affittando gli uffici? gli chiedo.
Qui c' sempre gran via vai di gente che viene a visitare cantiere. Da quello che so hanno gi dato via un terzo di piani risponde Caesar. Lo dice con tono soddisfatto. La cosa sembra rassicurarlo sullo stato di salute dell'operazione immobiliare, e quindi del suo contratto di lavoro. Allora, vieni a conferenza stampa? mi ripete con voce sempre gagliarda.


24

Prima di passare in Triennale faccio un giro in centro.
Corso Buenos Aires  una casba multicolor. Lampeggia come un albero di Natale. Vomita smog e rutta rumore a 90 decibel.
Tolgo i tappi dalle orecchie, infilo le mani in tasca e mi metto a camminare lasciandomi portare dalla corrente. I suoni sono come onde. Potrei muovermi a occhi chiusi e spostarmi solo in virt della sorgente, seguendone alcune, scansandone altre.
All'incrocio con viale Tunisia il rumore  cos forte che devo allungare il passo per schivare la raffica di fracasso. L'onda d'urto mi spinge lontano. Poco pi avanti mi sembra di captare una parola sospetta che fa al caso mio, cos prendo a inseguire proprio quella voce tra le centinaia che sento, ma la voce si perde nella folla e io resto l a girare in tondo alla ricerca di una traccia fino a quando mi ritrovo al punto di partenza. Intorno a me, gente che ride, litiga, blatera a vanvera, spiffera segreti, si mitraglia di male parole o si scambia smancerie. Ascolto di tutto, ma niente che alluda a piani criminali.
Arabialand sbraita alla mia sinistra, tutta kebabbari, vintage bar e supermarket etnici. Citt Studi signoreggia sulla destra, con i fregi art dco sui fronti dei palazzi, schiere di villette basse e ristoranti shabby chic.
Attraverso piazzale Loreto e imbocco viale Monza, e qui  tutta un'infilata di cartolerie, ferramenta, drogherie, bar e mercerie. Sento una donna ansimare al di l di una finestra e un vecchio singhiozzare dietro una saracinesca mezza aperta. Bevo un cappuccino bollente in un bar gestito da musi gialli. Mangio un gelato all'uscita di un supermarket pieno di romeni. E durante tutto questo tempo passo al setaccio migliaia di parole, e le parole si vanno a incuneare nella mia testa come proiettili, ma l'emicrania  tornata alla carica da giorni e io non riesco a tenere a mente niente. Dimentico ogni sillaba che sento.
Mi ritrovo in mezzo a un prato.
Tolgo le scarpe da ginnastica e sfilo i calzini, poi mi metto a camminare avanti e indietro a piedi nudi sull'erba gelata. Il sole  ancora alto. Mi siedo sulle radici di una quercia ad ascoltare il vento. Finalmente le orecchie si quietano e, per la prima volta oggi, mi sembra valga ancora la pena di stare a questo mondo.


25

Pensavo non venissi dice.
Caesar fuma, seduto sulle scale all'ingresso. Il vento ha ripulito l'aria. Il sole cerchiato di arancio gli spara addosso l'ultimo raggio di tepore della giornata e lui se lo prende tutto neanche fosse l'attimo prima della fine del mondo. Quando mi vede spegne il mozzicone sul gradino e conserva quello che resta nel pacchetto di sigarette, poi si alza e mi segue oltre la porta.
Il palazzo della Triennale  tutto in ghingheri, la sala meeting tirata a lucido. I foto rendering di Millennium City scorrono sullo schermo davanti a un pubblico di immobiliaristi, curiosi e giornalisti.
La Torre Ghiaccio  un monolite dai profili sghembi, tagliato su ogni lato come fosse un iceberg. La Torre Vento, invece, s'inarca su un fianco allungandosi nel vuoto con i suoi prospetti concavi, sembra una vela gonfia lanciata a trenta nodi nel blu. Linee dritte contro linee curve. Forme spigolose da una parte, strutture arcuate dall'altra.
Diverse nelle linee eppure complementari, la Torre Ghiaccio e la Torre Vento stanno una di fronte all'altra in una giustapposizione di volumi e forme, come un'alchimia di sensi, dice il testo di una slide.
La sala  piena, i posti occupati.
Noi restiamo in piedi all'ingresso.
Dopo poco parte la presentazione.
C' chi illustra le fasi del progetto, chi commenta grafici, chi snocciola numeri. Uno dei relatori parla di certificazioni Leed con qualifica Gold. Interni avveniristici, uffici ecocompatibili, tetti fotovoltaici. E due piani di centro fitness con vista sui pinnacoli del Duomo progettati all'insegna del decorativismo pi sfrenato. In altre parole, eserciti di colletti bianchi si pomperanno i muscoli tra metalli corrosi e marmi preziosi, finiture lucide alternate a superfici ruvide, argenti invecchiati e ottoni ossidati. Le immagini mostrano file di tapis roulant ultratech puntati sull'orizzonte. Dipendenti di banche d'affari e multinazionali correranno alla conquista del terzo millennio sospesi sulla citt a duecento metri di altezza.
Il pubblico annuisce celebrando le meraviglie del progetto. Il nuovo polo direzionale di Milano  lo sviluppo immobiliare pi fico d'Italia, dicono. I giganti di vetro e cemento ammiccano, seducono, conquistano. Milano risorge trionfale dalle macerie della crisi facendo il suo ingresso nel terzo millennio. Cool, dicono tutti.
L'accordo  ufficiale, pare. Closing siglato. Una joint venture da due miliardi di euro. Il Fondo Sovrano del Qatar ha acquisito il trentacinque per cento delle quote del progetto.
Che vuol dire? bisbiglia Caesar.
Vuol dire che un investitore internazionale scommette sul real estate italiano nonostante la crisi. Qatar Holding fa shopping di grattacieli griffati in centro a Milano e Lions Incorporated Italia prende fiato. Gli emiri iniettano petrol-capitali nelle casse del promotore italiano e l'intero settore tira un sospiro di sollievo. Ecco cosa vuol dire, rispondo.
Milano, provincia araba di Doha.
Un'operazione in grande stile commenta nel microfono Ines Montella, CEO di Lions Italia, la filiale italiana del gruppo inglese, mentre le immagini dei bestioni multipiano continuano a scorrere sul megaschermo alle sue spalle. Lady Montella  nata tra le calli di Venezia, ha meno di cinquant'anni e l'espressione di qualcuno che si  appena morso la lingua. Millennium City  la principale piattaforma d'investimento esistente oggi in Italia per operatori internazionali. I player globali tornano a credere nel nostro paese dice con un'inflessione cantilenante che ricorda il capriccio di un bambino. Si  trasferita qui pi di vent'anni fa, cos recita la biografia sul sito di Lions Italia, eppure il quarto di secolo passato a Milano non ne ha stemperato l'accento veneto, perch la sua voce pare ancora una lagna.
La parola passa ai correlatori. Lo sceicco del Qatar emireggia. L'assessore all'urbanistica si pavoneggia. Il pubblico applaude. Il microfono fischia. Le basse frequenze di un aereo che taglia in due il cielo mi fanno ballare i timpani.
Guardo fuori attraverso le finestre che danno sul parco. Ora il cielo cazzeggia tra il viola cremisi e il blu cobalto. Le cime degli alberi si piegano al vento e una pioggia di foglie morte investe il palazzo.
Sembra tutto ok dice Caesar, fiducioso. Non penso che manderanno via persone. Lo fisso, ha la pelle scura, segnata dal sole. Sorride, nonostante i graffi sul collo. A me invece l'emicrania torna a martellare la fronte. Guardo di nuovo fuori,  quasi buio.
E poi questa sensazione da fine del mondo.


26

Il treno sferraglia sui binari lanciato verso il capolinea a quarantacinque chilometri orari. Io sono seduto in fondo al vagone, la guancia appoggiata al finestrino. Il vetro vibra, la mia testa pure. Il fragore delle rotaie cancella ogni altro rumore scaraventandomi indietro di anni, quando lo sfrecciare dei treni davanti al buco era l'unico suono a scandire il tempo.
Infilo i tappi nelle orecchie e mi lascio cullare dal tremolio del vagone. Le persone intorno a me parlano, ma io non sento cosa dicono, al riparo da tutto nella mia bolla di silenzio.
Pi in l, davanti alle porte, c' una ragazza che suona la chitarra e canta, eppure nessuno sembra accorgersi di lei. La ragazza continua a cantare anche quando il vagone si svuota e l'unico rimasto qui dentro sono io.
Le luci saltano a ogni curva facendo precipitare il vagone nel buio per qualche istante. Lei non batte ciglio, assorta nella sua musica. A un certo punto mette gi la chitarra e viene nella mia direzione. Dice qualcosa, vedo le sue labbra muoversi. Ha un'aria familiare. Indossa un chiodo di pelle rossa, una gonna lunga fatta di veli di tulle e stivaletti con le frange. Ha capelli corti e neri, occhi scuri da orientale, una mezzaluna di ombretto verde sulle palpebre e sopracciglia disegnate come le eroine dei manga.
Si avvicina, mi saluta con la mano.
Mi tiro via i tappi dalle orecchie.
Sgrano gli occhi e la guardo meglio, sbalordito.
 qui davanti a me ora, la sua faccia vicinissima alla mia. Si abbassa su di me e mi soffia piano sulle orecchie. Wow dice con quella sua voce tutta burro che potrei riconoscere tra mille, poi sorride.


27

Lara e io scendiamo al capolinea. C'incamminiamo nel buio lungo la strada sterrata e proseguiamo accanto al canale che taglia in due la campagna.
Il murmur cala, la foschia monta, la luna ci si tuffa dentro.
Prendiamo un sentiero in mezzo ai campi. Facciamo luce con le torce dei cellulari. Le balze della sua gonna s'impigliano nei rami a ogni passo, ci fermiamo diverse volte lungo il percorso per staccare i veli dai rovi. Camminiamo in silenzio ascoltando il fruscio dell'erba mossa dal vento.
Quand' che ti sei tagliata i capelli? le chiedo.
Quando  morta mia madre.
Non li hai fatti pi ricrescere?
Mai pi.
La casa  l, spanciata in un fazzoletto di terra dove un tempo passava una strada, ma la strada  stata chiusa e ora la costruzione troneggia in mezzo ai campi incolti, avvolta nella nebbia.
 immensa, marcia, abbandonata, e io ci vivo dentro.
Pi che una casa sembra un castelletto. Ha una veranda sul fronte, prospetti foderati di maioliche e due torrette ai lati. Nel salone al piano terra la muffa si  mangiata la carta da parati scoprendo l'intonaco, che ormai  nero d'umidit e lerciume. Le lancette dell'orologio a pendolo sono ferme sulle cinque, da sempre. L'armadio al piano di sopra trabocca di vestiti ammuffiti e i bicchieri nella credenza in soggiorno sono tutti crepati. Manca l'elettricit. L'acqua c' a giorni alterni. Quando sono arrivato il divano era fradicio, e malgrado l'abbia tenuto fuori al sole per ore, puzza ancora di putredine. Il pianoforte invece funziona a meraviglia, ma io non so suonarlo, cos se ne sta l da anni a reggere la polvere.
Questo posto  pazzesco! commenta Lara mentre accendo il caminetto. Resta davanti al fuoco per qualche minuto a scaldarsi le mani, poi viene a sedersi sul pavimento accanto a me. Ci mettiamo a parlare come se ci fossimo detti ciao un'ora fa.
Te lo ricordi l'ultimo giorno? mi chiede.
Impossibile dimenticarlo rispondo.
Il giorno in cui ci tirarono fuori dal buco, l'ultima volta che ci siamo visti. A stento riuscimmo a salutarci. Io fui affidato ai servizi sociali, lei torn a casa dai suoi. Io finii su tutti i giornali con la storia di Metro Boy, lei fu portata via da Milano, sparendo nel nulla. Il padre, dirigente di una grossa banca d'investimento, fece in modo di insabbiare il suo ritrovamento per proteggerla da TV e giornalisti. Nessuno ha mai saputo che avesse trascorso quelle settimane l con me.
E poi, io ho passato anni in orfanotrofio. Lei ha visto la madre morire, e ha vissuto col padre e una sfilza di tate.
Io mi sono messo a fare furti negli appartamenti.
Lei ha ereditato una barca di soldi.
Io lavoro come saldatore per la Mariani Costruzioni.
Lei  fuoricorso alla Statale.
Io faccio l'informatore del Nucleo Investigativo.
Lei sogna ancora di cantare, cos tutti i giorni si porta la chitarra nella metro e si mette a suonare. Lo faccio perch mi piace come mi guardano dice.
Perch, come ti guardano? chiedo.
Come se non esistessi.
Lara accende tutte le candele, poi se ne va in giro per la casa con un candelabro in mano a illuminare ogni angolo buio.
Il frigorifero? chiede.
Funziona con un generatore di corrente.
E come cucini?
Con una bombola di gas.
Il pianoforte a coda?
Non l'ho mai toccato.
Ma  uno Steinway! dice. Dall'aspetto avr pi di cent'anni. Che meraviglia! Lo apre, ne sfiora il leggio. Guarda che bello l'intaglio del legno, pare un ricamo. Poggia il candelabro sulla coda del piano, si siede sullo sgabello e tira via il panno che ricopre la tastiera, poi soffia sui tasti sollevando una nuvola di polvere. Gli Steinway sono considerati le Ferrari dei pianoforti spiega. Peccato che nessuno lo suoni.  uno strumento che deve darsi da fare ogni giorno, altrimenti muore. Mette le dita sui tasti e prova a suonare un paio di note. Le senti le armonie? Sono perfette! Il suono brillante, rotondo.
Apre le credenze della cucina e passa in rassegna i piatti ancora intatti e i servizi di porcellana sepolti sotto strati di polvere. Osserva i lampadari antichi con le lampadine crepate, scurite dal tempo, opache. Si affaccia a tutte le finestre. Si mette a scavare in un baule pieno di giocattoli rotti e calzini sporchi. Infine torna in soggiorno, si tira su la gonna e si siede con le gambe incrociate sul divano davanti alla televisione rotta. Passa una mano sui cuscini umidi. Puzzano di muffa sentenzia.
Lara dice che la casa  meravigliosa.
 come se qualcuno fosse stato costretto ad abbandonarla alla svelta, talmente in fretta da non poter portare via nulla, e allora tutto qui dentro  rimasto congelato nell'attimo della fuga. C' qualcosa di sospeso qui, dice, rimasto incompiuto, che col tempo si  avariato. Dice che questa puzza di marcio si avverte ovunque. Sono le frasi lasciate a met, le risate interrotte, le liti mai risolte. Le hanno abbandonate qui a putrefarsi. Si stiracchia e allunga le gambe sui cuscini. Ha la pelle trasparente, come chi non si espone al sole da anni. Un reticolo di vene e capillari bluastri le si attorciglia sui polpacci, a partire dalle ginocchia fin gi alle caviglie. Quando si accorge che le guardo le gambe, si copre con i veli della gonna per nascondere le vene alla mia vista. Mi stendo accanto a lei e metto la testa sulle sue cosce, come facevo un tempo. Lei mi soffia piano sulle orecchie, come faceva un tempo. Da come ci sprofondo dentro, sembra un sonno senza ritorno.
Durante la notte apro gli occhi per qualche istante.
Sento un fruscio nel campo davanti casa.
Calpestio di erba.
Scricchiolio sul portico.
Faccio finta di niente e subito mi riaddormento. Se la mattina dopo non trovassi questo biglietto inchiodato alla porta d'ingresso, potrei pensare che ieri sia stato tutto un sogno.


28

Il corridoio  un budello di luce rossa.
I neon corrono lungo le pareti e mi sparano in faccia riflessi color ciliegia. La mia pelle luccica, opalescente. Non vola una mosca qui dentro. Galleggio in un silenzio amniotico.
Raggiungo l'ingresso del Cuba club. All'interno la musica pompa. Sbarello a causa delle onde d'urto. Mi abbasso il cappello sulle orecchie per rimediare al danno. Ballerina cosce lunghe strizzata in un corpetto da sballo si dimena sulla pedana al centro della sala sculettando in direzione dei clienti. Un dragone di cartapesta appeso al soffitto le alita sulla nuca. I tavoli a bordo pista pulsano di colletti bianchi dagli occhi a mandorla.
Cerco Michi e Vinni dico al barista.
Cosa?! fa lui sporgendosi oltre il bancone. Avvicina la sua faccia alla mia. Apre forte la bocca come per sgranchirsi la mandibola. I suoi molari esplodono di otturazioni vecchia maniera. In bocca ha pi piombo che dentina.
I fratelli Madia! urlo.
Barista indica una porta. Sala Karaoke dice. Si sgranchisce di nuovo la mandibola, la sua articolazione mi scrocchia in fronte.
Entro nella Sala Karaoke. Perlustro l'ambiente: maxischermi incassati nelle pareti, luci basse, fiori finti dappertutto e un paio di stivali arancioni in pelle di serpente che mi chiamano da un divano in fondo alla sala.
Uno  secco, l'altro grosso.
Uno parla, l'altro resta zitto tutto il tempo.
Chon! esordisce quello secco alzando gli occhi su di me. Sei qui, vuol dire che hai ricevuto il biglietto che ti abbiamo lasciato sulla porta! Finalmente ci guardiamo in faccia dopo tutti questi anni. Sul tavolino, una ciotola di patatine fritte. Ne mangia una, si pulisce le dita sul divano in ecopelle e dice: Io sono Vinni, lui Michi, indicando il tipo grosso accanto a lui.
Non riesco a staccare gli occhi dai suoi stivali. Se ne accorge. Te li ricordi, eh? chiede. In questi anni non ho avuto molte occasioni per usarli... Sono ancora nuovi di zecca! Indica una sedia vuota. Mettiti comodo.
Mi siedo.
Hai proprio una faccia da secchioncello continua lui. Chi l'avrebbe detto? Non ti si noterebbe in una stanza vuota, con quel maglioncino girocollo blu da bravo ragazzo. Mi allunga una birra. Serviti pure.
Vinni il secco parla, io lo osservo.
I polmoni pompano aria, l'aria gli fa vibrare le corde vocali, e le corde vocali producono suoni. La laringe sussulta dando alla sua voce un timbro sottile, molto femminile. Muove piano labbra, denti e lingua, perch i suoni vengono articolati con una certa lentezza. Le parole gli colano fuori dalla bocca senza fretta, vischiose come bava infetta. Sei stato gentile a venire dice con tono affettato. Non la bevi la birra?
Faccio cenno di no.
I suoi occhi simulano indifferenza, ma in verit orbitano odio. S'infila in bocca un'altra manciata di patatine. Mentre ti aspettavamo Michi e io abbiamo chiacchierato un po'. Parlavamo del fatto che siamo proprio diversi, lui e io. Lui  uno che vuole godersi la vita, a me invece non me ne frega un cazzo di comprarmi una cintura di coccodrillo o un completo di Armani. L'unico sfizio che mi sono tolto nella vita sono questi stivali da pappone dice abbassando lo sguardo e allungando i piedi sotto il tavolo.
L'altro continua a tenere la bocca chiusa. Ingolla birra abbracciato a un cuscino di pelliccia rosa. Se lo accarezza come fosse un gattino che fa le fusa.
A Michi piace fare quello fico continua Vinni. Gi me lo vedo tra qualche mese sbiancarsi i denti e scialacquare i soldi con qualche mignottella rimorchiata in palestra. Sar che sono il fratello maggiore, ma tra noi due sono sempre stato io quello che pensa alle cose importanti. Il futuro, per esempio! Si ficca in bocca l'ultima patatina rimasta nella ciotola. E in tutti questi anni di galera ho avuto molto tempo per pensare al futuro... Ehi, ma non hai caldo con quel cappello in testa?
Un gruppo di ventenni tirati a lucido ondeggia sul divano di fronte con un microfono in mano. Testi di una canzone cinese e immagini di liceali in divisa scolastica scorrono sullo schermo a cristalli liquidi. Il microfono passa di mano in mano e loro cantano a turno fissando le lolite in microgonna blu, come ipnotizzati.
Voglio parlar chiaro con te continua Vinni. Michi era nero dopo il processo, e voleva farti fuori. Oh, avremmo potuto! Nonostante fossimo dentro, c'erano diversi amici in giro che ci dovevano un favore.
Vinni indica di nuovo la birra sul tavolino, intonsa. Davvero non bevi? La prende lui, ne butta gi un sorso. In questi anni ti avremmo trovato anche in capo al mondo, se solo avessimo voluto. Michi non pensava ad altro, per io l'ho fatto ragionare. Gli ho fatto capire che tu eri solo un mocciosetto segaiolo rimasto orfano, e che era stata colpa nostra se tu te l'eri cavata, perch avevamo avuto fretta quel giorno, troppa fretta, e non ci eravamo accorti che tu eri l, nascosto sotto quel divano letto.
Una fitta di dolore comincia a martellarmi il cranio.
L'errore fu nostro, Chon. E non possiamo biasimarti per aver testimoniato al processo.
Il gruppo di fronte sembra scaldarsi.
Due ragazze cominciano a darci dentro di lingua strusciandosi l'una sull'altra, mentre tutt'intorno si mettono a battere le mani e a mitragliarle di noccioline. Il tizio col microfono in mano sale in piedi sul tavolo tra i divani e mima un passo di twerking scuotendo il bacino su e gi. Gli altri continuano a battere le mani.
Vinni  un fiume in piena ora.
Veniamo al punto, Chon, il motivo per cui ti abbiamo chiesto di venire qui stasera. Michi e io desideriamo andarcene al diavolo in qualche posto dove si pu stare in giro tutto l'anno in maglietta e infradito. Vorremmo mettere su un'attivit che ci consenta di stare tranquilli, capisci? E tu devi aiutarci a tornare in pista.
I muggiti del gruppo di fronte mi trafiggono il cranio. Comincio a massaggiarmi le tempie. Michi finisce la sua birra, sempre muto, e fa segno al cameriere di portargliene un'altra.
Sei un miracolato, ragazzo, lo sai? continua Vinni. Ti abbiamo salvato la pelle un'infinit di volte. La prima, quel giorno a casa tua. E poi durante tutti gli anni che abbiamo passato al fresco. S, perch ogni giorno di questi ultimi quattordici anni che non hai trovato qualcuno sotto casa pronto a farti la festa tu lo devi a noi. E ora  arrivato il momento di ricambiare il favore, e restituirci quanto ci devi. Silenzio. Lo vuoi sapere quanto ci devi?
Le due ragazze continuano a strusciarsi l'una sull'altra. Il tizio sul tavolo molla un ceffone a una delle due. Lei rimane immobile, pare stia per piangere. Invece scoppia a ridere. Un altro del gruppo d uno spintone al tizio sul tavolo. Scatta una rissa tra i maschi del branco.
Ci devi cinquecentomila euro dice Vinni.
Stai bene, girocollo blu? mi chiede dopo un po'. Da quando hai messo piede qui dentro non hai detto una parola. Magari starai pensando che Michi e io, insieme alla birra, ci siamo bevuti anche il cervello. Oppure starai pensando: dove diavolo li trovo io cinquecentomila euro? Be', non  affare nostro! Ti diamo sei settimane di tempo.
Un cameriere si precipita verso il gruppo di fronte cercando di sedare la zuffa. Quelli si danno una calmata. La ragazza che si  beccata il ceffone in faccia si alza e va via. L'amica di lingua la segue a ruota. Le parole della canzone scorrono a vuoto sul maxischermo.
Uno: se vai alla polizia sei morto dice Vinni. Due: se non ci porti i soldi entro sei settimane sei morto. Tre: se tenti di scappare sei morto, e se sei proprio bravo a far perdere le tue tracce al punto che n noi n i nostri amici riusciamo a trovarti, allora sar la tua ragazza a essere morta, e se non hai una ragazza perch sei ancora il mocciosetto segaiolo di un tempo, sar il tuo carabiniere scimmione a finire sottoterra, e cos via. Hai capito, girocollo blu?
Devo andare dico alzandomi dalla sedia.
Un'ultima cosa conclude Vinni. Lo sai perch  andata in quel modo anni fa?
Michi si volta nella mia direzione e incrocia le braccia. Mi guarda dritto in faccia per la prima volta da quando ho messo piede qui dentro. Il suo viso  grosso e tondo, gli occhi piccoli e vicini.
Tuo padre era bravo a piazzare la merce continua Vinni. Era un artista dello spaccio. Aveva una parlantina da star della radio. Un negoziatore nato, avrebbe venduto i datteri ai beduini e i semi di bamba ai colombiani. Mai visto uno che ci sapesse fare pi di lui con le parole, ma invece di rispettare i patti si era messo a fare il coglione e non ci dava quello che ci doveva. Gliene abbiamo lasciate passare tante. Lo abbiamo avvisato un sacco di volte. Gli abbiamo detto di rigare dritto, perch aveva famiglia. Abbiamo cercato di fargli capire che chi ha famiglia deve stare pi attento degli altri, e rispettare i patti, anche se  un fuoriclasse nel suo lavoro, ma lui niente! Pensava che non avessimo le palle per metterlo a posto. Era convinto di essere pi furbo di noi. Non lo era, girocollo blu! E chi fa il coglione in questo mestiere prima o poi finisce male. Funziona cos.
Mi volto senza dire una parola, alzo i tacchi e filo via.
In strada prendo fiato. Il dolore alle tempie  passato, ma la testa ondeggia come un hula hoop. Mi tengo al palo di un lampione per non cadere. Intorno a me, il silenzio pare irreale.
Zero suoni, nessun rumore.
Poi, tutto insieme, il boato m'investe. Uno sciame di lamenti, risolini e singhiozzi che sale dai palazzi intorno. Centinaia di voci mi piombano addosso. Mi tappo le orecchie col palmo delle mani e mi siedo sul gradino del marciapiede. Il lampione mi disegna intorno un cerchio di luce gialla.


29

Il dio del sonno mi vuole male stanotte. Mi tiro su dal letto e mi metto a frugare nell'armadio, e l'armadio  di noce massello, zeppo di vecchi vestiti che non sono miei, ma di qualcuno che un tempo li ha indossati e appesi qui per l'ultima volta prima di lasciarli a marcire tra queste mura decadenti. Ci sono una marea di cianfrusaglie qui dentro. Tiro fuori un sacchetto di gomitoli di lana. Butto per aria una scatola piena di pantofole puzzolenti. Passo al setaccio una cassetta di bottoni. Poi, finalmente, sotto una pila di pezze ricamate, trovo quello che cerco.
Sono secoli che non lo leggo. Grosso e spesso, Il grande libro dell'udito pare un volume dell'enciclopedia. Comincio a sfogliarlo, attento a non strapazzarne le pagine, ingiallite ma ancora intatte dopo tutti questi anni. Mi salta all'occhio un passaggio che avevo sottolineato da piccolo.
(...) Si narra che a fine Ottocento in Pakistan, alle pendici dei monti del Belucistan, vivesse un pastore che riusciva ad avvertire la presenza di una formica in una stanza sentendo il rumore dei suoi passi. Lo chiamavano l'Uomo falena, facendo riferimento alla capacit di questi insetti di percepire frequenze pi alte di qualsiasi altro essere vivente sulla terra. Quando nella regione cominci a spargersi la voce delle incredibili facolt sensoriali del pastore, dai villaggi vicini presero ad arrivare molti curiosi solo per poterlo conoscere o toccare. Gli portavano doni pensando potesse essere l'incarnazione dello spirito di un dio. Nel corso della sua vita il pastore ebbe tre mogli e cinque figli, ma nessuno di loro eredit la straordinaria capacit uditiva del padre.
Nella prima met del secolo scorso una donna che viveva in Giappone, nella regione di Nagasaki, riusciva a sentire con chiarezza i bisbigli delle persone che si trovavano a distanza di svariate decine di metri da lei. Di nome Yukiko, faceva la sarta. Era in grado di ripetere intere conversazioni che avvenivano nelle abitazioni sul lato opposto della strada. Per questo divent oggetto di studio da parte di un gruppo di ricercatori dell'ospedale universitario locale. Sfortunatamente la donna perse la vita durante l'esplosione della bomba atomica, in seguito alla quale andarono distrutti anche i risultati delle ricerche effettuate.
Nonostante i progressi registrati negli ultimi decenni nel campo della psicofisica, ancora oggi la scienza non  in grado di spiegare come sia possibile che alcuni esseri umani, il cui apparato uditivo non presenta anomalie rispetto alla media, possano avvertire suoni dalle frequenze superiori a 20.000 hertz, allo stesso modo dei cani o di alcuni insetti. Molti di questi individui finiscono per vivere nell'ombra e non fanno parola con nessuno delle proprie facolt, per timore di essere presi in giro, discriminati, o - al contrario - trattati da fenomeni.
L'orecchio umano percepisce suoni nella gamma compresa tra i 20 e i 20.000 hertz. Ciononostante, si stima che lo 0,006% della popolazione mondiale possa riuscire a percepire ultrasuoni fino a 25.000 hertz (...)
Metto via il libro e vado di sotto.
Esco sul portico, mi siedo sui gradini. Sono talmente tante le cose che ho per la testa che finisco per non pensare a niente. I pensieri girano in tondo, incapaci di centrare un punto, neri come il cielo sopra di me. Resto seduto qui a fissare i campi fino a quando la citt si sveglia e il murmur monta. La voce di Milano e quella del vento si fondono insieme snocciolando l'intero spettro di frequenze, con toni che vanno da semplici brusii fino a sibili acuti, passando per bisbigli e boati. Un tuono spazza l'orizzonte e ogni asse di legno usato per tirare su questa casa scricchiola sotto il mio culo gelato.
Solo quando il cielo si accende di lavanda torno dentro. Prendo un panno di feltro e me lo avvolgo stretto intorno alla testa, poi vado di sopra, mi raggomitolo nelle coperte ammuffite come fossero un bozzolo e mi stendo sotto il letto.


30

Sono ore che provo a telefonarti dico.
Ho il cellulare spento biascica lui.
Ti ho lasciato un messaggio in caserma.
Non ci vado da ieri in caserma. Cosa sei venuto a fare a casa mia, Chon?
Devo parlarti.
Non  il momento.
Siamo in piedi sulla porta d'ingresso. Il Fermo ha due cerchi neri intorno agli occhi, le palpebre a mezz'asta e la voce roca. Ondeggia come il pennone di una barca.
Allora, mi fai entrare? dico.
Mugugna qualcosa, traccheggia un po', ma alla fine mi fa strada all'interno. La casa  un loft extralarge con lucernari antiproiettile e una copertura a falde cos maestosa che pare il tetto di una chiesa. Un vecchio magazzino rimesso a nuovo in zona Mecenate. Faccio qualche passo all'interno zigzagando tra panni sporchi, cumuli di carte e palline di stagnola. Sul piano della cucina a isola, in mezzo a una sfilza di cucchiaini e accendini, una pistola.
Scusa per il casino dice guardandosi intorno.
Lucia non c'? chiedo.
 andata via ieri, si  trasferita da Chirurgo-palle-mosce. Ha detto che vuole il divorzio.
Non  la prima volta che lo dice.
Stavolta pare faccia sul serio.
Non so che dire. A lui, invece, va di parlare. Tutta colpa dei soldi! Non le bastavano mai. Io le dicevo che avrebbe dovuto sposarsi un broker di piazza Affari, non certo un carabiniere, ma lei diventava una furia e rispondeva che se sei in gamba puoi fare carriera anche nell'Arma e che potere e quattrini vanno a braccetto. E poi voleva un figlio, ma quel figlio non  mai arrivato. Lei diceva che il motivo per cui non arrivava era il fatto che io non c'ero mai a casa. Ma se non ero a casa  perch ero in giro a cercare di fare soldi!
Si siede su uno sgabello al bancone della cucina, un monolite bianco sagomato alla perfezione, liscio, privo di angoli appuntiti o giunzioni. Con un colpo di gomito lascia cadere sul pavimento i cucchiaini e gli accendini disseminati sul bancone, poi si versa dell'acqua. Beve, torna a parlare di lei. Ho sempre pensato che fosse una stronza dice.
E allora perch ci stai male? chiedo io.
Perch si comporta da stronza solo con me. E non riesco a sopportare che qualcun altro si prenda il meglio di lei. Ci pensa su qualche secondo, poi aggiunge: Da una parte la voglio perch so che pu essere fantastica, dall'altra la detesto perch non  fantastica con me. E questa cosa mi distrugge, Chon. Scuote di nuovo la testa, si versa un altro bicchiere d'acqua. E in fondo penso che sia colpa mia se riesco a tirare fuori solo il peggio di lei lasciando il meglio agli altri. Tira su col naso. Ogges, sto parlando come un fottuto sentimentale.
 a causa di quella merda che ti butti in corpo. Smetti di farti, vedrai che tornerai a essere il bastardo narcisista di sempre.
Mi fissa con quei suoi occhi di husky, azzurri e gelidi, due biglie trasparenti, poi sorride. I suoi denti, un tempo bianchi come gesso, sono ingialliti dal fumo, rigati di tartaro.
Mi guardo intorno. Il loft puzza di soldi. Superfici dai profili metallizzati, finiture patinate, arredi griffati. Un arazzo dai motivi optical occupa la parete a doppia altezza del soggiorno. Sembra una casa da pappone modaiolo.
Dove hai preso i soldi per comprare tutta questa roba?
Ne parliamo un'altra volta, Chon, vai a casa.
Devo dirti una cosa.
Dimmela domani.
 importante.
Quanto?
Tanto da venire fin qui.
Non  abbastanza. Ne parliamo domani.
Afferra un tovagliolo di carta, lo apre e lo strappa in quattro parti, poi continua a farlo a pezzi, dividendo ciascuna parte in altri ritagli uguali, e cos via, fino a quando del tovagliolo non rimane che un mucchietto di quadratini tutti identici.
Okay, ne parliamo un'altra volta mi arrendo.
Annuisce.
Magari domani. Spero che domani tu stia meglio dico.
Lui solleva lo sguardo dal mucchietto di carta e mi lancia un sorriso beffardo. Cosa? Tu speri che io domani stia meglio, ho capito bene?
 quello che ho detto.
Risparmiati la fatica. Sperare  una perdita di tempo sbotta. Ne ho le palle piene della gente che dice speriamo! Un branco di falliti, mammolette senza palle. Dicono sempre le stesse cose: speriamo di vincere alla lotteria, speriamo che gli sbirri non mi becchino, speriamo di non crepare di cancro, speriamo che domani sia meglio di oggi! E nel frattempo se ne stanno tutti l in attesa di svoltare. Passano il tempo a rosicare smerdandosi nelle mutande per la paura di scoprire che il loro vicino di casa sta meglio di loro. Sai che ti dico, Chon? Che andassero tutti al diavolo! Certo che io sto meglio di loro!
La testa gli cade in avanti, i capelli pure. Io sto meglio di loro perch so come stanno le cose e mi va bene cos. Chiude gli occhi, li riapre. E tu?
Io cosa?
Quanta verit sei in grado di sopportare tu, te lo sei mai chiesto? Anche tu sei tra quelli convinti che la vita cominci a quarant'anni e che il tempo guarisca tutte le ferite? Dimmelo, Chon! Un po' di bava gli cola sul mento. Si alza dallo sgabello, ma barcolla finendo a terra lungo disteso. Invece di tirarsi su, rimane l senza muoversi.
Provo a farlo alzare, ma pesa un accidente. Non resta che sedermi sul pavimento accanto a lui. Si acquatta sul fianco. Sembra un feto di cento chili. Poco distante c' una lampada che emette riflessi bluastri e il suo corpo gigante galleggia in questa luce amniotica. Stringe i pugni. Ha le unghie nere. Nel frattempo non smette di blaterare. Sai qual  il bello di starsene chiuso in questo loft del cazzo con la coca che martella nel cervello, l'ero che schizza nel sangue e la testa che brucia come un lanciafiamme? Lo sai, Chon?
No, non lo so.
Il bello  che in questi momenti non m'importa di niente, e la sola cosa in cui spero  che il cuore non mi faccia un botto nel petto o che una vena non mi esploda nel cervello. E sto bene, te lo assicuro, sto da Dio, sto proprio da Dio!
Finalmente riesce a mettersi a sedere sul pavimento, resta un po' l tranquillo, poi si tira su, allunga la mano, impugna la pistola che si trova sul bancone della cucina e si lascia cadere di nuovo sul pavimento. Se la punta contro ficcandosi la canna dell'arma nella bocca spalancata. Mi guarda con aria di sfida. Preme il grilletto. La pistola spara. Uno schizzo di liquido trasparente gli innaffia la gola. La migliore vodka in circolazione! dice, poi scoppia a ridere. Va avanti cos per un bel pezzo.
Una scritta fluorescente troneggia sulla porta d'ingresso:
Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
Quando vado via lui  ancora l a terra che ride di gusto nella luce blu, la pistola giocattolo stretta in pugno.


31

Mi fa male la testa dico.
Non  una novit! risponde Lara.
In questi giorni pi del solito.
Quant' che non vai da un medico?
E chi se lo ricorda!
Lara poggia i limoni sulla bilancia, pigia il tasto corrispondente, appiccica l'adesivo col prezzo sul sacchetto trasparente e me lo mette tra le mani. Tienilo tu dice.
Al reparto latticini la temperatura  gelida. Oggi a Milano ci saranno cinque gradi, eppure qui dentro ti sparano addosso un'aria condizionata da megalopoli tropicale. Pare di stare dentro una cella frigorifera. Lara afferra al volo una confezione di uova. Tieni anche queste dice.
Il supermercato  grande quanto un hangar e bianco come un ospedale, e noi siamo qui che camminiamo lungo i corridoi deserti. Le sto raccontando del karaoke di Chinatown e dell'incontro con i fratelli Madia, e del fatto che ho provato a parlarne col Fermo senza riuscirci, e lei non fa una piega, come se fosse normale, in fondo, andare a incontrare i killer dei tuoi appena usciti di galera, quando all'improvviso, non so neanche io perch, tiro fuori questa storia del mal di testa che  tornato alla carica.
Da bambino i medici dicevano che non avevano mai visto niente del genere.
Lara fissa gli scaffali del latte. Tentenna, non sapendo quale marca scegliere. Taglio corto prendendo una confezione a caso e la infilo nella tasca del giubbotto. Tanto una vale l'altra... faccio io. Ehi, hai sentito che ho detto?
S che ho sentito. Hai detto che i medici non avevano mai visto niente del genere... Andiamo a prendere la farina.
Una volta uno specialista del Policlinico voleva portare i risultati dei miei esami a un congresso di audiologia e chiedere dei fondi per mettere in piedi un progetto di ricerca su di me.
Wow.
Ma mia madre disse di no. Non voleva che diventassi un fenomeno da baraccone. Desiderava che avessi una vita normale. Diventava una furia se veniva a sapere che avevo parlato del mio superudito con qualcuno. Nessuno doveva conoscere la verit. Se capitava, diceva che io soffrivo d'iperacusia e spiegava che  una sindrome che provoca sensibilit ai rumori, cos diceva, tutto qui.
Be',  vero!
 vero che i rumori mi danno fastidio, per lei si guardava bene dal dire che potevo sentire qualcuno bisbigliare a trenta metri di distanza, e questo non ha niente a che fare con l'iperacusia!
E tuo padre?
Del mio udito non parlava mai, almeno con me, lasciava fare a mia madre. Comunque non passavo molto tempo con lui. Ricordo che il giorno prima dell'agguato mi venne vicino mentre stavo facendo i compiti delle vacanze e mi chiese cosa stessi studiando. Diede un'occhiata veloce al libro, poi mi disse una roba tipo: Nella vita ti sentirai dire molte volte che conviene adattarsi alle circostanze, ma tu non crederci, cerca sempre di fare in modo che siano le circostanze a adattarsi a te, mai il contrario. Ora non ricordo le parole precise che us, ma il senso era questo. Non mi stupisce, era tipico di mio padre. Si  fatto seccare pur di fare quello che voleva lui! Quando penso a mio padre mi viene sempre in mente quel momento l, quando mi disse questa cosa.
Raggiungiamo il corridoio dei dolci.
Lei prende un pacco di farina e se lo ficca in tasca, e pure una bustina di lievito e una confezione da sei di Duplo nocciolato leggero. Io una bustina di mandorle sgusciate.
Ma non era meglio prendere un carrello invece di tenere tutto in mano? chiedo io.
Li odio i carrelli! La gente li riempie di cibo senza considerare che potrebbe non vivere abbastanza a lungo da riuscire a mangiare tutto quel ben di Dio. Quando vedo i carrelli pieni divento triste. Preferisco comprare solo le cose che sono certa di poter consumare il giorno stesso. E cos mi sono data una regola: mai uscire dal supermercato con pi di quanto riesca a tenere tra le mani o infilare nelle tasche! Come mai non hai raccontato al Fermo dei Madia?
Ci ho provato! Sono anche andato a casa sua.
Per non glielo hai detto...
Non ci stava con la testa.
Potevi dirglielo lo stesso!
Scrollo le spalle. Apro la confezione di mandorle, ne mangio qualcuna. Che ci devi fare col latte, le uova e la farina? le chiedo.
Una torta di mele.
Mmh, e dove sono le mele?
Torniamo al reparto della frutta. Le mele sono centinaia, impilate con rigore geometrico, tutte uguali, tutte lucide. Sembrano finte. Poco pi in l, tra le cassette di frutta esotica c' qualcuno che ci fissa.  Pelato, il collega del Fermo. I nostri sguardi s'incrociano per un secondo. Mi fa un cenno di saluto, poi sparisce nel corridoio dei legumi. Lara non si accorge di nulla, continua a fissare le mele. Dal soffitto piove una luce bianca.
Pi tardi, nella stazione della metro di piazzale Cadorna, sembra sia passato solo qualche giorno da quando Lara e io ci siamo incontrati su questa panchina. Come allora, anche oggi l'astronave-madre straripa di facce aliene.
Con la spesa tra le mani, restiamo qui a fissare la sfilza di navicelle-treno che ci passano davanti. Poi, col trascorrere delle ore, i tempi tra un atterraggio e l'altro si allungano sempre pi e la banchina si svuota. Lara mangia un Duplo, io finisco le mandorle rimaste nella confezione. Insomma, ci pensi mai? mi chiede.
A cosa?
Al fatto che potresti morire senza riuscire a mangiare quello che hai comprato l'ultima volta che sei stato al supermercato.
Non so cosa rispondere, resto in silenzio.
Chon.
Dimmi.
Perch sei andato dai Madia? dice con lo sguardo fisso nel vuoto, come velato da cupe fantasticherie.


32

In principio, quando i lavori erano appena iniziati, c'era solo il prefabbricato di Caesar e due enormi scavi di fondazione, voragini profonde decine di metri e larghe quanto un campo di calcio. Poi sono arrivate le torri. Gli sono cresciute ai lati, piano dopo piano, e ora all'ingresso del cantiere c' questo casotto minuscolo e i due bestioni di cemento che gli fanno il girotondo intorno.
Amigo! esclama Caesar quando entro a salutarlo alla fine del turno.
Gli mollo una pacca sulla spalla. Indossa una maglietta a maniche corte che gli lascia scoperte le braccia, segnate anche oggi dai graffi. In alcuni punti le lesioni appaiono lucide di sangue e la pelle punteggiata di piccole croste. Ci sei andato dal dottore? gli chiedo.
Sono andato a pronto soccorso risponde. Mi hanno dato numero di specialista dermatologo. Oggi ho chiamato per prendere appuntamento, ma costa troppo.
Le orecchie-antenne si drizzano. Rumore di passi impastato a vociare di gente nel raggio di una trentina di metri. Mi volto nella direzione da cui proviene il suono e butto l'occhio fuori della finestra. Un gruppo di persone sta uscendo dalla Torre Ghiaccio. C' Giovanni Mariani, boss della Mariani Costruzioni, la societ che si  aggiudicata l'appalto per la realizzazione dei lavori, nonch mio datore di lavoro, e c' Ines Montella, che furoreggiava in Triennale qualche giorno fa alla conferenza stampa, CEO di Lions Italia, promotore dell'operazione immobiliare. Intorno a loro, una corte d'ingegneri e portaborse che si danno un gran daffare a starnazzare, e i loro starnazzi arrivano dritti qui a titillarmi i timpani.
Cosa ti hanno detto al pronto soccorso? chiedo a Caesar.
Che prurito dipende da testa. E che  inutile curare prurito se prima non curo testa! dice in quel modo tutto suo, tenendosi alla larga dagli articoli come fossero schizzi di vomito. Poi mi hanno dato pillole aggiunge.
Che genere di pillole?
Pillole per stare tranquillo spiega indicando una confezione di farmaci sulla scrivania. Le ho prese, ma invece di stare tranquillo mi  venuto sonno. E non sono neanche riuscito a dormire, perch prurito mi ha tenuto sveglio tutta notte, con risultato che oggi sono pi stanco e arrabbiato di ieri. E con braccia tutte rosse!
Il gruppo fuori si disperde. Mariani e Montella vengono in questa direzione, diretti verso l'uscita del cantiere. Devo fare pip, mi aspetti? dice Caesar prima di sparire dietro la porta del bagno.
Resto solo. Mi guardo intorno. La solita sfilza di oli e pomate sparsi un po' ovunque, oltre a una confezione di Xanax. Inchiodato alla parete rossa dietro la scrivania c' un foglio di sughero sul quale sono attaccate alcune foto della figlia di Caesar. Mentre provo a prenderne una per darci un'occhiata da vicino, il pannello di sughero si stacca dal muro e cade dietro la scrivania. Nell'abbassarmi per recuperarlo vedo che sotto la scrivania c' un mobiletto con lo sportello aperto. Al suo interno, altre foto, messe l alla rinfusa.
Hanno l'aria di essere foto di famiglia, per la gran parte in bianco e nero. Scatti che risalgono a molti anni fa, quando ci si metteva il vestito buono e si andava dal fotografo per farsi fare il ritratto in posa. Foto di fratelli, figli, zii, qualche amico, forse.
Una delle immagini mostra una spiaggia lunghissima battuta dalle onde dell'oceano. Un'altra, una piazza circondata da portici, e poi una chiesa spagnoleggiante che pare una cattedrale. Su ogni foto compare la scritta Lima seguita da una dedica, e le dediche sono tutte scritte a mano con una penna stilografica a inchiostro. Le guardo a una a una, leggo le dediche, osservo i volti scuriti dal sole e ingialliti dal tempo.
Nel frattempo Montella e Mariani sono arrivati davanti al prefabbricato. Anche se guardassero all'interno attraverso la finestra non potrebbero vedermi, perch sono ancora accucciato qui sotto la scrivania a guardare le foto. Loro non vedono me, ma io sento loro. Pi che parlare, bisbigliano.
... in ufficio da lei, come le altre volte? chiede Mariani. Cos'ha? Oggi mi sembra gi di corda. Invece dovrebbe fare i salti di gioia. Il tono  vagamente beffardo.
Davvero? fa lei.
Direi di s! Tra qualche giorno vi consegniamo il cantiere, lei e il suo emiro siete su tutte le prime pagine, sulla carta avete affittato un terzo degli uffici e in Triennale avete fatto faville. Cosa vuole di pi?
Vediamoci a Porta Venezia, nei giardini dice lei.
Questo  l'ultimo pacco dono, un altro motivo per sorridere...
Alle tre, area cani taglia corto lei.
Sono soldi spesi bene, se lo ricordi. Silenzio. Domani c' la prima di Madama Butterfly alla Scala, mia moglie e io ci andiamo, lei ci sar?
Vada al diavolo sbotta Lady Montella con quel suo tono cantilenante, poi si allontana senza aggiungere altro.
Quando Caesar esce dal bagno io sono ancora qui sotto la scrivania, con le foto tra le mani, che cerco di dare un senso alle parole appena ascoltate, ma quelle mi rimbalzano in testa indemoniate.


33

I pioppi sono perfette macchine acchiappa-murmur.
Tappi naturali per le mie orecchie, e frusciano che  una meraviglia. I pioppi hanno chiome voluminose e foglie grosse, triangolari, piatte, il cui brusio supera di una decina di decibel quello di querce o betulle. Quando il vento picchia forte, le foglie dei pioppi sfregano le une sulle altre assorbendo alla grande il fracasso delle strade.
D'inverno, per, i pioppi perdono le foglie, e in giornate come oggi puoi contare solo sui sempreverdi. Prendi gli abeti, per esempio, hanno rami affusolati e aghi sottili. Comincio a sentirli appena raggiungo il parco di Porta Venezia, migliaia e migliaia di aghi che mi vibrano intorno emettendo un sibilo spettrale dalle frequenze basse, tutto giochi di luce e vento.
Ha appena smesso di piovere.
Attraverso il cancello di via Palestro, supero il Planetario e passo accanto all'area giochi per bambini che oggi  fuori uso. Le luci della giostra sono spente, le altalene immobili, i viali deserti. Nell'aria, solo vibrare di abeti e profumo di castagne arrostite.
Poco lontano, la brace di un ambulante. Mi avvicino per comprarne un sacchetto. Il tepore che filtra attraverso la carta mi riscalda le mani. Le castagne si sfarinano in bocca, pastose e bollenti. Lancio le bucce nei cespugli.
Cammino su un tappeto di foglie bagnate. Dal ramo di un platano mi piove sulla nuca una goccia d'acqua che scivola gi lungo la schiena gelandomi il collo. Ho freddo. L'umidit nell'aria fa brillare i colori. I marroni sembrano pi marroni, i rossi luminosi, i gialli fin troppo intensi, il verde dell'erba cos lucido da dare alla testa.
Quando raggiungo il luogo convenuto per l'incontro Mariani  gi l, su una panchina all'interno dell'area cani, con un barboncino che gli ronza intorno. Mi fermo a distanza di sicurezza e mi metto seduto sulla radice di una quercia. Da qui riesco a tenerlo sotto tiro di sguardo. Mariani  un tipo alla Hemingway, naso grosso, capelli bianchi e barba folta. Le sopracciglia incolte sembrano sculture. Indossa un paio di occhialini da vista dalla montatura leggera e quando parla ha sempre un tono canzonatorio, come se la conversazione celasse qualcosa di molto divertente di cui  al corrente solo lui.
Lady Montella spacca il secondo. Ha un cappotto cammello, stivali bassi e un borsone a tracolla. Varca l'ingresso dell'area cani alle tre in punto. Cammina piano sulle zolle di terra. In alcuni punti incespica affondando nel fango. Quando raggiunge Mariani, prima di sedersi, passa un fazzoletto sulla panchina bagnata per asciugarla dalla pioggia, poi prende posto accanto a lui senza dire una parola.
Un cane lupo si mette a scavare nell'erba per dissotterrare una pietra. Il barboncino di Mariani prova ad annusargli il sedere. Il lupo ringhia, ma l'altro fa finta di niente cercando di fregargli la pietra. Il lupo lo afferra per il collo senza affondare il colpo. Il barboncino batte in ritirata. Il lupo continua a darsi da fare con la pietra.
Lady Montella sgancia la tracolla e appoggia il borsone sulla panchina tra lei e Mariani. Resta qualche secondo a fissare i cani che giocano nel fango, poi si congeda, sempre senza aprire bocca, lasciando il borsone accanto a lui.
Il barboncino si mette ad abbaiare. Il lupo continua a ringhiare. Il barboncino comincia a correre in circolo. Il lupo riesce a liberare la pietra e prende a trotterellare nel fango tenendola in bocca. Il barboncino va ad acquattarsi tra le frasche.
Trascorsi un paio di minuti, Mariani si mette il borsone a tracolla, fa un fischio al barboncino che accorre scodinzolante, rimette il guinzaglio al cane e si dirige verso l'uscita del parco.
Lo seguo. Mariani procede a passo lento in direzione di Brera, il cane al suo fianco, il borsone a tracolla. Percorre via Pontaccio, si ferma davanti a un chiosco dalle parti del Piccolo Teatro per acquistare un pacchetto di caramelle, poi prende Foro Bonaparte. Dalle parti di Cadorna s'infila nel portone di un palazzo d'epoca scomparendo alla mia vista.


34

Lara insiste: Allora, me lo dici?.
Cosa?
Com' andata dopo che sei uscito dall'istituto per minori.
 andata com' andata.
Racconta!
Sicura?
Comincia dall'inizio.
 andata che avevo diciotto anni, un diploma di scuola superiore e zero quattrini per continuare a studiare. Facevo una fatica pazzesca a stare in mezzo alla gente a causa dei mal di testa che mi martellavano le tempie. Le mie carte valevano zero. Se ripensavo al mio passato era nonsenso allo stato puro, il perch proprio a me? all'ennesima potenza.
Il futuro, invece, una montagna da scalare. Di trovare un lavoro non se ne parlava. Barista, operaio, commesso. Avrei trascorso il resto della vita a barcamenarmi tra affitto da pagare e soldi da risparmiare. Mettere da parte un gruzzolo sufficiente a garantirmi un'istruzione universitaria decente avrebbe richiesto anni.
Ci pensai a lungo, tirai le somme.
Ero solo al mondo, ma sveglio. Avevo rabbia da vendere e fame di rivalsa. Soprattutto, ci sentivo meglio di un pipistrello. Cos decisi che i quattrini per l'universit li avrei trovati a modo mio: ripulendo le case dei quartieri alti.
Divenni uno dei migliori ladri sulla piazza.
Brera, Sant'Ambrogio, il Quadrilatero, Cadorna e San Siro erano il mio territorio di competenza. Prendevo solo i contanti e lasciavo stare i gioielli, perch i gioielli sono roba di famiglia. I gioielli parlano, raccontano storie che si tramandano da generazioni, e rubare gioielli  come rubare storie. Invece i contanti sono bastardi. I contanti passano attraverso molte mani e hanno cos tante storie da raccontare che alla fine non ne raccontano nessuna in particolare.
E poi i gioielli vanno smerciati. Rubare gioielli vuol dire avere dei complici, fare affidamento su un ricettatore che converta la refurtiva in denaro sonante. Inoltre, un complice pu farsi beccare, patteggiare con la polizia e fare il tuo nome. Un complice diventa un moltiplicatore di rischi. I contanti, invece, li prendi dai cassetti, li tiri fuori dalle casseforti, li sfili dai portafogli, e il gioco  presto fatto.
Mi feci le ossa sul campo.
Invece di studiare Economia divoravo manuali di antifurti. Al posto di uno stage in azienda feci l'apprendistato da un fabbro. Piuttosto che imparare a memoria volumi di Diritto internazionale montavo e smontavo serrature fino a notte fonda. Mi feci assumere in un negozio di casseforti per studiarne i meccanismi.
Il mio udito da cane faceva il resto.
Puntavo il bersaglio, allungavo le orecchie e mi mettevo in ascolto, ore e ore di chiacchiere, appollaiato sui tetti o nascosto nei cortili. Nei giorni precedenti seguivo ogni suo movimento. Sapevo a che ora sarebbe uscito, mi facevo un'idea abbastanza chiara di quando sarebbe rientrato. Al momento giusto m'infilavo in casa. Disinnescavo allarmi, scassinavo casseforti, ripulivo le cassettiere e i secrtaire delle camere da letto, frugavo nei doppifondi degli armadi. Finito un colpo, cominciavo a prepararne un altro. Nessuna pausa, zero scuse. Ero un ariete corazzato. Ero un carro armato. Combattevo la mia guerra personale. Il nemico era il caos. Il nemico era la sorte avversa. Sfidavo il mio destino tutti i giorni, gli ridevo in faccia cercando di pareggiare i conti. Cos facendo tirai su un bel gruzzolo.
Navigavo sempre a vista, ma almeno avevo il vento in poppa. Quando non ero impegnato a ripulire appartamenti, restavo chiuso nella mia stanza tutto il giorno, con un panno di feltro avvolto sulle orecchie. Leggevo fumetti, mangiavo mandorle e buttavo gi litri di Coca-Cola. Vissi in apnea per tre anni. Ancora un po' di soldi, poi mi metto a studiare mi dicevo. Un ultimo colpo e m'iscrivo a Economia mi ripetevo. Fino a quando, un giorno, feci il passo pi lungo della gamba.
Una rapina a un BancoPosta.
Disinnescai tutte le telecamere tranne una, quella all'angolo della strada. Il Fermo intercett il filmato, e in quel filmato la mia faccia appariva bella chiara. Non mi vedeva da pi di tre anni, eppure mi riconobbe dal cappello di lana che mi ero calato sulla fronte. Mi becc in ventiquattro ore.
Io restituii il bottino e lui si lavor ai fianchi il direttore del BancoPosta. Ero stato un ragazzino difficile, gli disse, Metro Boy!, quello finito sulle prime pagine di tutti i giornali qualche anno prima. Mi avevano impallinato la famiglia all'et di dodici anni. Meritavo compassione, meritavo un'altra occasione.
Il direttore traccheggi un po', ma alla fine ritir la denuncia. Il Fermo fece sparire il filmato, in cambio mi chiese di trovarmi un lavoro come si deve e mettere il mio udito da pipistrello a servizio dell'Arma. Da allora ho rigato dritto, ma all'universit non ci sono pi andato. Un informatore del Nucleo Investigativo, ecco cosa sono diventato!


35

Wow dice Lara appena finisco di parlare. Allora sar uno scherzo per te entrare in casa di Mariani e mettere le mani sui soldi!
Ammesso che ci siano dei soldi in quel borsone faccio io. E poi Mariani potrebbe averli gi portati chiss dove.
Sono passate poche ore, forse sono ancora in casa.
Se sono soldi ribatto.
Lara sbuffa.  comunque qualcosa di strano dice. Di sicuro c' di mezzo una truffa o qualcosa del genere.
Siamo in camera da letto.
I vestiti vecchi sono sempre l, appesi nell'armadio di noce, come se qualcuno gli avesse dato una sistemata appena ieri, invece nessuno li indossa da almeno un decennio. Puzzano di muffa. Lara li passa in rassegna a uno a uno, poi tira fuori dal mucchio una giacca militare con delle stellette sulle spalle e una sottoveste a balze. Indossa sia la giacca sia la sottoveste, poi si mette a mimare un passo di danza davanti allo specchio.
Okay, facciamo che sono soldi dico io. Per metterci sopra le mani dovrei entrare in casa, disinnescare eventuali allarmi, trovare il borsone e andare via senza che nessuno mi veda. Credimi, ci sono un mare di cose che potrebbero andare storte in questa storia.
Hai appena detto che eri il migliore sulla piazza risponde lei mentre si prova un cappellino di velluto rosso con la veletta sul davanti.
Sono passati anni da allora...
Non cos tanti! Lara viene a sedersi sul letto accanto a me. Potresti usare quei soldi per toglierti di torno i Madia, oppure mettere su un'attivit tua, magari iscriverti all'universit come avresti voluto. Oppure, se proprio non hai voglia di entrare in quella casa, allora vai dal tuo amico carabiniere, digli delle minacce, raccontagli quello che hai visto oggi nel parco.
Lui non pu far niente senza prove. Comunque, se anche dessi ai Madia quello che vogliono, quanto tempo passerebbe prima che mi chiedessero altri soldi? E poi, per entrare in una casa ci vogliono giorni di appostamenti. Dovrei farmi un'idea di com' fatto quell'appartamento, quante persone ci vivono dentro, abitudini e orari di ciascuno, se ci sono casseforti, dove tengono il cane e via dicendo. E se quel dannato cane si mettesse a fare casino mentre sono l?
Mariani potrebbe portare i soldi via da casa in qualunque momento dice Lara. Mi stringe la mano nella sua,  gelida la sua mano. Fallo e basta, senza pensarci troppo. Ricordati quello che ha detto a Lady Lions.
Cosa?
Che lui e la moglie andranno alla prima della Scala, te lo sei dimenticato? Vuol dire che domani sera non saranno in casa. A questo punto vai a prenderti i soldi durante lo spettacolo.
Se sono soldi... faccio io.
S che sono soldi! sbuffa Lara. Ride, una risata bella come la sua voce. Mi piacciono le risate di Lara, mi fanno bene alle orecchie e allo spirito. I suoi occhi neri brillano dietro la veletta. Pare pi eccitata che impaurita da tutta questa storia.
Avverto un fruscio. Qualcosa fuori sfiora l'erba e attraversa il campo. Mi volto d'istinto verso la finestra, ma il fruscio  gi svanito. Torno a guardare Lara, mi rendo conto che lei non ha sentito nulla. Si sta spalmando del lucido rosa sulle labbra. La sua faccia odora di frutta. La giacca che si  messa addosso sa di muffa. I capelli corti le danno un'aria sbarazzina.
Perch oggi hai le mani cos fredde? le chiedo.


36

Lara dice che quando le cose non vanno per il verso giusto, hai solo due possibilit: costruire qualcosa di buono oppure distruggere ci che resta.  tua la scelta.
Quando pensi di non avere pi vie d'uscita puoi piantare un coltello nella schiena di qualcuno, lasciarti cadere dal decimo piano di un palazzo, persino far saltare in aria la stazione di una metropolitana. Oppure, mettere gi il primo mattone di una nuova casa.
Se senti di voler morire, decidere di costruire  la migliore strategia di sopravvivenza, dice Lara, l'unica che pu fare la differenza. Il solo modo per non andare a fondo. Quando vuoi fare a pezzi il mondo, quello  il momento di stare fermo e rimboccarsi le maniche. Nel giorno dell'Apocalisse, cos'altro puoi fare se non piantare il seme di un albero, affondare le mani nella terra e metterti a scavare?


37

Caesar sta smanettando col cellulare, seduto alla scrivania.
Ho bisogno di un favore gli dico appena metto piede nella sua casa-guardiola.
Aspetta risponde assorto, gli occhi fissi sul display. Mi stanno mandando foto da Lima. Continua a trafficare col telefono per qualche secondo, poi solleva lo sguardo su di me e mi chiede: Che favore?.
L'indirizzo di casa di Mariani.
Come custode del cantiere, Caesar possiede gli indirizzi di tutti quelli che ci lavorano, compreso il boss dell'impresa di costruzioni. E poi lui sa tutto di tutti, ha una memoria da paura,  in grado di dirti quanti giorni di ferie ha preso ciascun ingegnere che varca l'ingresso del cantiere, o cosa c' nel panino che ogni operaio si porta dietro per pranzo.
Meglio non chiedere a cosa ti serve indirizzo di Mariani se ne esce lui. Mi fa l'occhiolino, abbassa la voce come se intorno a noi ci fosse qualcuno a cui non  dato di ascoltare la nostra conversazione, poi mi dice con il tono delle grandi rivelazioni che Mariani e la moglie vivono soli con una domestica indiana, e che i loro figli, ormai grandi, lavorano all'estero. Consulta un raccoglitore che sta sulla sua scrivania, poi prende un pezzo di carta e ci scrive sopra il nome di una via, seguito da un numero civico. L'indirizzo corrisponde al palazzo nel quale ho visto entrare Mariani ieri dopo l'incontro al parco con Lady Lions.
Piano attico conclude Caesar sempre a voce bassa. Che se allunghi dito tocchi stelle! Sembra su di giri oggi. Non si gratta, non si lagna. Gli mollo una pacca sulla spalla. A buon rendere dico.
La ragazzina indossa un bomber giallo.
Mentre esce dal palazzo  troppo impegnata a rovistare nello zaino alla ricerca delle chiavi dello scooter per accorgersi di me che scivolo dentro prima che il portone le si chiuda alle spalle. E cos, allo scoccare delle 18,15, un quarto d'ora dopo che il custode ha terminato il turno pomeridiano, metto piede nel palazzo di Mariani, un edificio d'epoca col fronte zeppo di fregi neoclassici che si trova in una traversa di Foro Bonaparte.
Il campo  libero. Salgo su per le scale e raggiungo rapidamente il piano attico. La porta d'ingresso a doppio battente di casa Mariani  talmente lucida che pare bagnata. Tutt'intorno, una sfilza di felci. E un tappeto rosso sul pavimento.
Li sento blaterare al di l della porta.
Voce di uomo,  Mariani.
Voce di donna, sar la moglie.
Voce dall'inflessione asiatica, forse la domestica, se quello che mi ha detto Caesar risponde a verit.
Guardo in alto. Sul soffitto del pianerottolo, un lucernario. Mi arrampico sulla scaletta di ferro, apro il vetro e metto la testa fuori. Mi ritrovo sul tetto. Una volta sopra, muovo qualche passo sulla falda in pendenza. Le tegole scricchiolano. Raggiungo un punto del tetto che a occhio e croce si trova al centro dell'appartamento di Mariani, metto gi lo zaino e mi stendo sulle tegole. Poco pi in l, la pluviale scende dritta sul terrazzo di casa.
Il cielo  tutto una baldoria di viola con sfumature rossastre. Da qui s'intravedono le merlature del Castello Sforzesco che galleggiano nel porpora, le torri rotonde col bugnato a punta di diamante ai lati e poi la torre del Filarete al centro, quadrata. L'aria  gelida. Mi rannicchio sul fianco. Poggio l'orecchio sulle tegole, chiudo gli occhi e aspetto.
L'appartamento parla, pochi metri sotto di me. Le parole attraversano gli strati del solaio e rimbombano nel tetto che fa da cassa di risonanza.
Moglie: Non trovo le chiavi!
Mariani: Andiamo, dai.
Donna asiatica: parla una lingua sconosciuta, forse  al telefono.
Frastuono di piatti.
Porta che sbatte.
Moglie: Trovate.
Cane che mugola.
Sbrodolio in pozzetto d'acqua, qualcuno sta pisciando.
Mariani: Il taxi  gi.
Anta di mobile che si chiude.
Qualcosa che rotola sul pavimento, forse una biglia.
Tintinnio di chiavi.
Ticchettio di tacchi.
Mariani: Torniamo verso mezzanotte.
Scricchiolio di parquet.
Donna asiatica: Buona serata, dottore.
Ancora scricchiolio di parquet.
Brusio di TV.
Porta blindata che si chiude.
Le voci mutano al passaggio da una stanza all'altra, mentre loro si muovono attraverso la casa. In cucina, dove abbondano le superfici riflettenti come ceramica e marmo, le voci suonano aspre, quasi taglienti. Al contrario, negli ambienti zeppi di mobili che attutiscono i suoni, le voci si levano morbide, persino suadenti. Il salone deve essere grande, foderato di tappeti e imbottiture, cuscini su cuscini e una sfilza di arredi di legno, perch la voce di Mariani, gi spessa, s'ingrossa e si scalda, mentre il bagno sar rivestito di piastrelle anche sul controsoffitto, lo capisco da come le sue parole rimbombano metalliche, quasi robotiche, mentre si libera la vescica imprecando forte, evidentemente la cosa avviene con una certa fatica.
Sei ancora in tempo a fermarti, mi dico.
Scendi da questo tetto, mi dico.
 una pazzia, mi ripeto, potresti aver equivocato l'intera faccenda. E se non ci fosse nulla di losco in questa storia? Se non si trattasse di soldi? O se si trattasse di soldi, ma Mariani li avesse trasferiti stamattina nel bunker di una banca?
Infilo il passamontagna, calzo i guanti di lattice, poi metto i copriscarpe felpati annodandoli intorno alle caviglie, infine do una stretta alle stringhe dello zaino in modo che aderisca bene al corpo.
Regola numero uno: agire con lentezza. Quando entravo a rubare nelle case mi muovevo sempre adagio. L'errore pi grande che puoi fare  farti prendere dalla strizza, ovvero dalla fretta. A conti fatti la differenza tra agire con lentezza e muoversi velocemente  solo una manciata di minuti, e quei minuti non valgono il rischio di mettersi nei guai. La fretta porta solo rogne. Scivolo sulla pluviale come fosse una pertica e atterro sul terrazzo.
Se senti puzza di guai taglia la corda pi veloce che puoi!, mi dico.


38

Sul terrazzo, grandi portefinestre, piante ovunque e un albero di ulivo. E poi gelsomini che si arrampicano sui muri, un lettino prendisole, il barbecue in un angolo. Soprattutto, niente infissi di metallo a protezione dei balconi!
Guardo all'interno attraverso i vetri, allungo le orecchie. Nessuno all'orizzonte, del cane neanche l'ombra, solo brusio di TV dal lato opposto della casa.  la domestica, penso, la tizia dall'inflessione asiatica, star davanti allo schermo, forse nella sua stanza. Forzo il battente di una portafinestra e m'infilo dentro.
Tutte le luci del salone sono spente tranne una lampada da terra. Il pavimento  foderato di tappeti antichi, le pareti coperte di quadri, i tavolini tra i divani zeppi di cornici e foto. Faccio attenzione a muovermi lungo i lati della stanza, dove il solaio non s'imbarca e il parquet non scricchiola. Passo in rassegna ogni quadro alla ricerca di eventuali casseforti a parete, scostando ciascuna cornice dal muro e puntando sull'assenza di sensori collegati ai telai dei dipinti. Niente casseforti, zero allarmi.
Allungo la testa nel corridoio.
Il corridoio  lungo e stretto. Il brusio di TV viene da una stanza in fondo. Sotto la porta chiusa, una lama di luce gialla. Il cane  l dentro, lo sento. Si mette a raspare con le unghie sulla porta fino a quando la porta si apre e lui si catapulta nel corridoio trotterellando nella mia direzione.
Resto immobile, spalmato contro la parete, mezzo nascosto da un armadio, in attesa di capire se la donna sia rimasta all'interno della stanza o se invece stia seguendo il cane lungo il corridoio.
Il cane procede verso di me, solo.
Dalla tasca prendo un cartoccio contenente una polpetta di carne macinata. Il trucco sar anche banale, ma funziona sempre. Il barboncino si ferma a un metro da me, abbassa le orecchie e mugola, esitante. Annusa l'aria che sa di carne e avanza di un passo. Fa per arretrare, diffidente, poi si siede sulle zampe posteriori drizzando le orecchie. Infine allunga il muso e addenta la polpetta, tutto scodinzolante.
Mi tengo alla larga dalla stanza da cui proviene il brusio di TV alla fine del corridoio ed entro in una camera da letto, che pare essere quella padronale. Il barboncino mi segue. Gli allungo un altro po' di carne.
I termosifoni bollono.
Il passamontagna stringe, lo zaino pure.
Allento le stringhe sulle spalle.
Guardo sotto il letto e dentro i comodini. Setaccio gli armadi e apro il com alla ricerca di cassetti con un doppiofondo. Tasto i cuscini della poltrona. Sbircio nel mobile del bagno e infilo la testa nella botola che d accesso al controsoffitto della doccia, l'orecchio sempre vigile.
Zero voci, a parte la TV dall'altra parte della casa. E nessuna traccia del borsone di Lady Montella o mazzette di contanti. Il barboncino continua a ronzarmi intorno.
Torno nel corridoio.
M'infilo in altre due stanze. Pile di libri sulle scrivanie, carta da parati a fiori, un mare di trenini e pupazzi. A vederle cos, sembrano camere di ragazzi. Gli armadi puzzano di naftalina e vecchi giubbotti. Alle pareti, foto incorniciate di bambini. Tutto sembra rimasto immutato da anni. Scavo in ogni angolo, ma anche qui niente soldi n borsa.
Torno in salone.
Il salone si apre nello studio.
Nello studio ci sono librerie a tutta altezza che foderano le pareti dal pavimento al soffitto. Se i soldi fossero nascosti dietro quei volumi potrei impiegare ore a setacciare tutte le mensole, invece ho solo voglia di tagliare la corda il prima possibile. Questa faccenda  una follia. C' una scrivania al centro della stanza, un grosso mobile d'epoca in legno massello. Sullo scrittoio, l di fianco, troneggia un computer spento. Prima di schiodare dall'appartamento decido di fare un'ultima cosa, dare un'occhiata nei cassetti.
Le mani sudano, le palpebre sudano, le orecchie sudano.
I cassetti della scrivania sono quattro, tutti chiusi a chiave. Con una mano tengo la pila, con l'altra il grimaldello.
Forzo il primo cassetto. Dentro ci trovo una collezione di penne stilografiche griffate e un orologio d'oro. Non tocco nulla, lo richiudo facendo scattare la serratura. Il cane mi lecca le scarpe.
Lentezza, mi dico, niente fretta.
Respiro.
Il brusio della TV  il solo rumore che sento.
Apro il secondo cassetto: un po' di cancelleria, varie cianfrusaglie, la tessera del Milan, un mucchio di carte fedelt e punti premio del supermercato, una pila di biglietti da visita di Mariani con le scritte dorate e i caratteri gotici a rilievo.
Apro il terzo cassetto.
Ed eccoli, infine, soldi! Blocchetti di banconote da cinquecento e duecento euro, impacchettati in fogli di pluriball con lo scotch di carta, impilati gli uni sugli altri con rigore geometrico. Nessun dubbio che si tratti di banconote, le vedo attraverso la plastica trasparente, tante banconote, incerottate in una decina di pacchetti. C' anche il borsone di Montella, un sacco nero di tessuto leggero di quelli che si appallottolano su se stessi.
Ho la bocca secca. La lingua  un pugnetto di sabbia. Deglutisco aria mentre infilo i pacchetti di quattrini nel borsone nero e poi il borsone nero nello zaino. Richiudo il cassetto a chiave. La TV dall'altra parte della casa non smette di vociare. Il cane riprende a mugolare.
Fila via, mi dico.
Invece resto fermo.
Do un'ultima occhiata alla scrivania.
Fila via!, mi ripeto.
S, ma c' un quarto cassetto.
Infilo la mano nel passamontagna, cerco di slabbrarlo per allentare la pressione sul viso, prendo fiato, mi rimetto a sedere. Il cane mugola, lo accarezzo fino a quando non smette di guaire. Apro il quarto cassetto e ci guardo dentro.
Quando mi alzo in piedi, la testa gira. Mi appoggio alla scrivania per non rischiare di cadere. Il cane si mette a correre verso il salone. Levo il passamontagna, mi passo la manica sul viso e mi asciugo il sudore, poi mi rimetto lo zaino sulle spalle e filo via.
Me la ritrovo davanti al centro del salone. Sette anni, forse otto. Capelli neri e pelle lattescente. Indossa un pigiama blu con delle stelline rosse. Ha una copertina sulle spalle a guisa di mantello e una tigre di peluche stretta tra le mani. Mi guarda in silenzio, immobile, gli occhi inespressivi di una bambola.  cos magra che pare un ologramma.
Il cane le si struscia addosso, facendo zig-zag tra i suoi piedi. Appena mi vede, la bambina sgrana gli occhi, come se volesse cacciare un urlo, ma l'urlo  muto, perch dalla bocca le esce solo un sibilo. Arretra di un passo e inciampa nel mantello, poi cade all'indietro sul pavimento. La tigre le scivola via di mano. Il cane si mette ad abbaiare.
Sento dei passi nel corridoio.
La bambina si tira su da terra senza staccarmi gli occhi di dosso. Raccolgo la tigre e gliela rimetto tra le mani.
I passi si avvicinano rapidi.
La bambina mi fissa immobile.
Una donna alle mie spalle grida.
Il cane continua ad abbaiare.
La citt fuori non smette di ringhiare.


39

Quindi la domestica ti ha visto? chiede Lara.
Da dietro.
Non ti sei girato verso di lei?
Certo che no!
E la bambina?
Non doveva esserci nessuna bambina. Avevo sentito solo tre voci: Mariani, la moglie e la domestica.
Ma ti ha visto?
S che mi ha visto, mi ero tolto il passamontagna.
E tu che hai fatto dopo aver raccolto la tigre da terra?
Che vuoi che abbia fatto? Sono uscito sul terrazzo e sono scappato via dai tetti!
Lara impila le banconote una sull'altra facendo delle torri altissime. Continua ad aggiungere banconote su banconote fino a quando la torre traballa e poi crolla e i biglietti svolazzano nell'aria posandosi sul pavimento.
Cosa c'era nel quarto cassetto? mi chiede.
Un documento.
Che genere di documento?
Una relazione tecnica su Millennium City.
L'hai presa?
L'ho messa nello zaino insieme ai soldi.
Le pareti del soggiorno di casa sono piene di crepe.
Alcune si notano appena, dove la carta da parati appare strappata. Altre sono profonde, tagliano in due il muro. E poi macchie di umidit e muffa dappertutto.  un miracolo che questa casa si regga ancora in piedi. Le pareti potrebbero caderci addosso da un momento all'altro.
Che hai? chiede Lara. Sembri gi di corda oggi. Si  tolta le scarpe e ora cammina sul tappeto frusciante spremendo le banconote con le piante dei piedi come se fossero chicchi di uva. Hai visto che si trattava di soldi? dice. Strano che Mariani tenesse un bottino del genere in un cassetto della scrivania!
Avrebbe portato tutto in una cassetta di sicurezza nel giro di ore, ne sono certo. Era questione di tempo. Per una volta mi ha detto bene.
Lara mi guarda. E non sei contento?
Se sono contento? Non lo so se essere contento. Le cose potevano andare meglio, ma anche peggio. Togliersi il passamontagna  stato un errore da pivello. In verit, da quando ho messo le mani su quei soldi ho una strana sensazione da fine partita.  solo che oggi ho un brutto presentimento dico.
Lara si mette in bocca una gomma da masticare. Ne vuoi una? chiede allungandomi il pacchetto di Big Babol. Faccio cenno di no.
Allora, li hai contati, quanti sono?
Seicentomila rispondo.
Wow.
I wow di Lara. Spalanca sempre gli occhi mentre dice wow. Dove pensi di nasconderli? mi chiede.
Cosa?
Come cosa? I soldiii!
Lara mette una banconota stropicciata da duecento euro in cima all'ultima pila rimasta in piedi. La pila traballa, ma non crolla. Guarda dice indicando la torre pericolante di soldi. Basterebbe una sola banconota in pi a buttarla gi dice. A fare la differenza tra restare in piedi o crollare  un biglietto che pesa meno di un grammo! Lara soffia sulla cima della pila, delicatamente. Le banconote svolazzano nell'aria ammucchiandosi sul pavimento insieme alle altre.
Immagina di poter conoscere il punto di rottura di ogni cosa, Chon. Quella soglia superata la quale basta aggiungere un microgrammo in pi perch tutto vada storto. Lara fa una bolla con la gomma da masticare soffiandoci dentro. La bolla diventa enorme, tanto da nasconderle mezza faccia. Lei continua a soffiarci dentro fino a quando la bolla le scoppia sul naso. Ci hai mai pensato, Chon?
A cosa?
A quale sia il tuo punto di rottura.


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Sulla copertina della relazione c' scritto:
Esame geomorfologico dell'area d'intervento
Due diligence
a cura di Mariani Costruzioni S.p.A.
Sotto il titolo, data e timbri. Do un'occhiata all'indice, poi comincio a sfogliarne le pagine, a partire dalla premessa:
A seguito della RFP (Request For Proposal) ricevuta da Lions Incorporated Italia S.p.A. per la partecipazione alla gara d'appalto denominata Millennium City, Mariani S.p.A. ha effettuato la presente due diligence finalizzata all'analisi geomorfologica dell'area di intervento con lo scopo di valutare la fattibilit tecnica dei lavori (...)
In altre parole, quando Mariani  stato chiamato da Montella a partecipare alla gara d'appalto, ha commissionato ai propri tecnici una perizia di parte sul terreno dove sarebbero sorte le torri per valutare gli eventuali rischi della commessa.
Continuo a leggere.
La relazione procede con la descrizione dell'area, planimetrie e tipo d'indagini effettuate. Si parla di carotaggi, stratigrafie, prelievi di campioni di terreno, prove penetrometriche e sismiche. Il documento  zeppo di tabelle, e ogni tabella contiene un'infilata di indici e coefficienti.
Non ci capisco granch di geomorfologia o idrogeologia, ignoro la normativa sismica, tantomeno sono in grado di comprendere la terminologia tecnica, cos lascio perdere le pagine centrali e vado dritto alle conclusioni. Leggo. Rileggo. Leggo una terza volta per essere sicuro di non aver preso un abbaglio.
(...) Le analisi effettuate sui campioni di terreno hanno rilevato presenza di pesticidi, idrocarburi, policlorobifenili. Le concentrazioni di sostanze cancerogene come il tricloroetilene sono risultate fino a cinquanta volte superiori ai limiti di legge. Gli alti livelli di contaminazione del terreno richiedono un'opera di bonifica da effettuarsi preliminarmente all'avvio dei lavori previsti. Costi e tempi dell'intervento di bonifica saranno oggetto di separata analisi.
In sintesi: le torri sono state costruite su un cumulo di veleni. Prima di tirare su i bestioni tutta l'area andava ripulita a fondo. Se  stato fatto, bene, ma in caso contrario la bomba ecologica potrebbe saltare in aria in qualunque momento.


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Da quanto dici sembra sia il costruttore a mungere il committente commenta Il Fermo con aria perplessa. Di solito  il contrario, per! Di solito  l'impresa di costruzioni che sgancia i quattrini per ottenere l'appalto.
Non in questo caso rispondo.
Ma non ha senso...
S che ha senso, se l'impresa di costruzioni ha scoperto qualcosa che il committente vuole tenere segreto.
Qualcosa tipo?
Siamo nella Pinacoteca di Brera.
Quando gli ho detto che avevo una soffiata bomba per lui, Il Fermo ha suggerito di vederci nella sala dove  esposto Cena in Emmaus di Caravaggio.
Cos ora siamo seduti qui l'uno accanto all'altro a fissare il dipinto.
Questa tela mi fa diventare matto dice. Sembra fatta male. Caravaggio  sempre molto accurato nei dettagli, invece questo quadro pare abbozzato. Nonostante siamo solo noi due nella sala, lui parla sottovoce, come se ci trovassimo all'interno di un tempio. Allora? Cos' che l'impresa avrebbe scoperto di cos losco?
Gli metto la relazione sotto il naso. Guarda le pagine segnate dai post-it gli dico.
Che roba ?
Una due diligence.
Sarebbe a dire?
Una perizia tecnica. L'ha fatta fare Mariani al tempo della gara d'appalto. Da quello che ho capito  una specie di studio preliminare che serve a valutare la fattibilit dei lavori di costruzione. Un'analisi dei possibili rischi, diciamo cos.
Prende in mano il documento senza guardarlo. Continua a tenere gli occhi fissi sulla tela. Quando c' di mezzo Caravaggio tutti parlano della luce dice. A me invece piace come dipinge i volti. Prendi la vecchia l dietro, per esempio. Guarda che faccia!
La vecchia  nascosta nella penombra, in secondo piano rispetto alle altre figure del quadro. Sembra uno spettro. Ha lo sguardo di una che  gi morta, ma non sa di esserlo dice Il Fermo. Sai che Lucia e io ci siamo conosciuti proprio in questa sala, diciotto anni fa? Era estate, si moriva dal caldo. Io ero seduto su questa panca, come ora. Lei  entrata scalza e sudata, con la borsa a tracolla e i sandali in mano. Si era tolta le scarpe a causa di un tacco rotto. Aveva addosso il suo solito broncio. Le ho detto che l'avrei portata in braccio fino a casa se solo mi avesse fatto un sorriso. Lei  scoppiata a ridere e mi ha detto: Non fare mai promesse che non puoi mantenere. Io me la sono caricata sulla schiena e l'ho portata di peso fino a casa senza metterla gi una sola volta, poi l'ho mollata sulla porta, ho girato i tacchi e me ne sono andato.
Fa un respiro profondo, si alliscia i capelli all'indietro facendosi il solito codino con l'elastico che tiene al polso, poi abbassa gli occhi sulla perizia e inizia a scorrerne le pagine, lentamente, soffermandosi sui passaggi che ho evidenziato. Come diavolo hai fatto a mettere le mani su queste carte? mi chiede. Gli racconto della conversazione ascoltata in cantiere tra Mariani e Montella e dell'incontro al parco. Si sono scambiati un borsone dico.
Quattrini?
Non lo so mento. Per la cosa mi ha incuriosito, sembrava strana. Poi gli racconto di come sono entrato in casa di Mariani mentre lui era alla prima della Scala.
Mi prendi in giro o cosa? salta su lui. Sei entrato in casa di questo tizio e ti sei messo a frugare per le stanze? Ha l'aria incredula.
 quello che ho detto.
Ti ha dato di volta il cervello? Mi fissa. Perch lo hai fatto?
Per vedere cosa c'era nel borsone.
E l'hai trovato?
Niente borsone. Mento di nuovo. In compenso, c'era questa relazione in un cassetto della scrivania nel suo studio. Ascolta, volevi una soffiata? Eccola! Sta a te decidere cosa fare di questa perizia. Sta a te scoprire se quella bonifica sia stata fatta o no, magari montare il caso, sempre che ci sia qualcosa di illegale nella faccenda. Nessuno sa che sono entrato in quella casa e dubito che Mariani sporger mai denuncia. Quindi tienimi fuori da tutto il resto. Chiusa qui.
Arriva una scolaresca. I ragazzini avranno undici, forse dodici anni. Si sparpagliano per la sala. I loro schiamazzi rimbalzano sulle pareti facendomi vibrare i timpani e girare le palle. Migliaia di riflessioni sonore al secondo mi bombardano le orecchie. Mi abbasso il cappello fino al collo.
Il Fermo piega in due la perizia e la mette in una tasca del cappotto, poi si alza ed esce dalla sala. Lo seguo. Arrivato nella loggia si affaccia alla balaustra e si accende una sigaretta. Lara  gi in cortile che mi aspetta, seduta ai piedi del monumento di Napoleone.
Sei sicuro che nessuno ti abbia visto entrare in casa di Mariani? chiede lui. Fa un tiro, buttando fuori il fumo piano, come se volesse prendersi del tempo per pensare. Se  vero che avrebbero dovuto bonificare quel terreno e non l'hanno fatto, o non lo hanno fatto nel modo giusto, allora si tratta davvero di una bomba. Truffa, disastro ambientale, anche corruzione e concussione se saltasse fuori che hanno unto qualche tecnico del Comune per insabbiare la cosa.
All'improvviso sembra su di giri. Ha gli occhi che brillano. Volpeggia pregustando un'altra indagine coi fiocchi. Pensa a tutti i quattrini che gli investitori hanno messo nell'operazione, compresa la cricca di mangia-kebab venuta dal Qatar dice. Potrebbe venir fuori uno dei maggiori scandali immobiliari degli ultimi anni!
Vacci piano,  ancora tutto da verificare freno io. Quella relazione potrebbe anche essere una bufala. Dal cortile Lara sorride, mi fa segno di raggiungerla. A questo punto siamo pari dico.
Di che parli?
Parlo del fatto che sono anni che mi tieni in pugno con la storia del furto al BancoPosta. Da allora ti ho portato decine di soffiate, compresa China Blue. Con questo documento che ti consegno oggi io ho chiuso.
Ma davvero?
Ho pagato il mio debito faccio io. Ora dimmelo.
Cosa?
Che non ti devo pi niente.
Io non ti dico proprio un cazzo! ringhia lui. I suoi occhi sputano fiamme.
Allora lo dico io. Da oggi non sono pi un informatore del Nucleo Investigativo. Mi dirigo verso lo scalone di pietra e raggiungo Lara in cortile.


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Ansia, vertigini, astenia.
Anche brividi. E un mal di testa che mi spacca le tempie dopo un po' che sto in mezzo alla gente. Gli racconto ogni cosa: accorgersi di una zanzara che ronza a dieci metri di distanza o sentire due tizi che chiacchierano venti file pi su nelle tribune di uno stadio come se fossi seduto l accanto a loro. Provare fastidio se qualcuno al cinema scrocchia le dita. Sobbalzare ogni volta che un aereo mi sfreccia sulla testa a 30.000 piedi di altitudine.  cos da sempre, gli dico, ma da qualche settimana a questa parte pi del solito.
Dottore ascolta.  specializzato in audiologia. Ha il collo taurino e i polpastrelli macchiati di nicotina. Puzza di fumo. Mi guarda fisso, prende appunti, studia la mia vecchia cartella medica, fa un mucchio di domande, passa in rassegna sintomi e azzarda diagnosi. Come tutti i medici da cui sono stato da ragazzino, parla di misofonia, acufeni, iperacusia. Dice che  necessario fare un test audiometrico per misurare la mia soglia uditiva, tanto per cominciare. Il test serve a verificare l'intensit minima che un paziente  in grado di percepire alle diverse frequenze, mi spiega. L'apparecchio disegner un grafico dice. Quel grafico  la sua curva uditiva.
So a cosa serve un test audiometrico, conosco bene la mia curva uditiva, sono consapevole di quali siano le frequenze che le mie orecchie sono in grado di percepire, ma lo lascio parlare. Aspetto di capire se c' qualcosa che io non sappia e che lui ha da dire.
Mi porta in una stanza adiacente e mi fa entrare nella cabina insonorizzata. Le invier diverse tipologie di suoni. Ogni volta che sente qualcosa deve premere questo tasto dice mostrandomi l'apparecchio. Comincer con dei toni medi, poi suoni dalla frequenza sempre pi alta. Vediamo dove arriva il suo udito! Esce chiudendosi la porta della cabina alle spalle.
Resto solo.
Indosso le cuffie.
Metto la mano sul pulsante come se fossi in un quiz a punti.
I primi toni sono a basse frequenze: premo il pulsante, bip.
Poi toni intermittenti, poi impulsi prolungati, poi suoni fluttuanti. Le frequenze impennano: bip bip.
L'ago schizza sul foglio tracciando curve e sinusoidi. Attraverso il vetro della cabina insonorizzata vedo che Dottore osserva il grafico e si consulta col tecnico accanto a lui. Il tecnico annuisce. Altri suoni: vibrazioni e ronzii che mi fanno ballare i timpani. Ancora, bip. Il tecnico trasale. Dottore mi lancia un'occhiata interrogativa, poi tira su la mano in segno di alt. Ci fermiamo, basta cos! dice nelle cuffie. Una vena gli pulsa obliqua sul collo taurino. D un'altra occhiata al grafico, poi si precipita fuori della stanza. Resto fermo qui dentro in attesa di capire.
Dopo una decina di minuti Dottore si rif vivo. Emana tanfo di sudore acido. Mi fa uscire dalla cabina insonorizzata. Quando ha premuto il pulsante le ultime due volte non le avevamo inviato alcun segnale dice. Ha l'aria turbata. Pare impensierito. La macchina era in stand-by.
Gli rispondo che se ho schiacciato il pulsante  perch ho sentito dei ronzii.
Lo so risponde.
E cos'erano se la macchina era in stand-by?
Ci ho messo un po' a capirlo, ma alla fine ci sono arrivato. Quelli che lei ha sentito sono ultrasuoni provenienti dall'apparecchio di un fisioterapista.
Quale fisioterapista?
Quello che lavora nello studio medico dall'altra parte del corridoio, a trenta metri da qui.


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Allora, che ti ha detto? chiede Lara.
La stessa cosa che mi hanno detto tutti gli altri specialisti prima di lui.
Sarebbe a dire?
Che ci sento meglio di un cane.
Le cose stanno cos: la maggior parte della gente pu sentire suoni dalle frequenze comprese tra i 20 e i 20.000 hertz. I cani, invece, sono in grado di percepire frequenze fino a 30.000 hertz, ovvero suoni molto acuti. Potendo muovere i padiglioni auricolari nella direzione da cui proviene il rumore, come un radar, i cani riescono anche a selezionare i diversi suoni concentrandosi su quello che pi gli interessa. Ecco, il mio udito funziona pi o meno come quello di un cane le dico. Per  pi potente.
Ok replica Lara, quindi?
Quindi niente!  cos da sempre. Sar cos per sempre.
Di Viole e Liquirizie  una piccola pasticceria di Brera con una vetrina sulla strada, quattro tavolini stipati uno sull'altro che rendono complicato persino sfilarsi il giubbotto prima di sedersi, e un bancone zeppo di dolci.
Lara si  rasata il cranio. Oggi  tutta testa, tutta occhi, tutta bocca in mezzo all'ovale del viso, e zero capelli. Tiene le mani strette intorno alla tazza. Mentre soffia sul t bollente il vapore le inumidisce il mento. Ne beve un sorso, poi un altro. Che roba ? mi chiede allungando la mano sul foglio che le ho messo davanti.
La diagnosi rispondo.
Dott. Aurelio Montefusco
Specialista in audiologia e otorinolaringoiatria
Ospedale San Luca, Milano
Paziente affetto da forma acuta d'iperacusia, data da iperattivit del sistema nervoso centrale. La sindrome determina esasperazione sensoriale e intolleranza ai rumori assumendo i contorni di una vera e propria misofonia.
Si allega test audiometrico. Il grafico evidenzia un'insolita capacit di percezione di suoni a frequenze alte, fino a 30.000 hertz. Il paziente necessita di approfondimenti diagnostici.
Trattamento terapeutico: in attesa di effettuare ulteriori analisi si consiglia esposizione guidata ai rumori e utilizzo di apparecchi acustici generatori di rumore bianco.
Rumore bianco? chiede Lara.
 uno speciale tipo di suono rispondo. In letteratura scientifica si dice che  caratterizzato da assenza di periodicit e ampiezza costante su tutto lo spettro di frequenze.
Mmh, sarebbe a dire?
Cio un rumore simile a un fruscio.
Lara prende un pezzo di tarte tatin. Il gelato alla vaniglia si  sciolto nel piatto e la torta  zuppa di crema. Vuoi assaggiare? mi chiede leccandosi i baffi.
Faccio cenno di no.
Mi fissa con i suoi occhi neri. Gli stessi di quel primo giorno sulla banchina dei treni, quando indossava il costume da civetta, due cerchi neri in mezzo a una nuvola di peli fucsia. Occhi color petrolio, limacciosi. Oggi il cranio rasato li fa sembrare pi grandi, pare un lemure, invece l'eyeliner che ne disegna i contorni li rende pi lunghi, come il personaggio di un cartone animato. La sua bella voce morbida e zuccherosa  un po' roca, con una sfumatura gutturale.
Sei raffreddata? le chiedo.
Fa cenno di s, poi si soffia il naso col tovagliolo di carta. D un'altra occhiata al test audiometrico. Li farai, gli accertamenti? chiede.
Mia madre mi avrebbe detto di tenere duro fino a quando fossi stato meglio. Da piccolo non voleva che nessun dottore mettesse le mani sui miei test.
 passato molto tempo da allora risponde lei buttando gi l'ultimo pezzo di tarte tatin.
Il dottore mi ha chiesto di firmare il consenso all'uso dei miei dati personali, per poter pubblicare i risultati del mio test.
L'hai firmato?
Certo che no!
La porta della pasticceria si spalanca, una lama di gelo mi taglia la schiena. Qualcuno entra scuotendo un ombrello grondante d'acqua. Fuori piove, ora. La vetrina si appanna e la strada fuori sfuma dietro un caleidoscopio di riflessi colorati.
E i tappi per le orecchie? chiede Lara.
Secondo questo dottore farei meglio a non usarli. Mi ha spiegato che i tappi tendono a peggiorare la situazione, perch il silenzio aumenta la sensibilit delle vie nervose che trasmettono i suoni dall'orecchio al cervello. L per l sto meglio, ma appena li tolgo accuso ogni fruscio.
Ed  cos?
S, ma se non li uso divento matto!
Quando usciamo dalla pasticceria si  fatto buio.
La pioggia si  trasformata in nevischio. Gli schizzi d'acqua gelata ci cadono addosso sciogliendosi. Ci mettiamo a camminare tra i vicoli del centro. Lara si ferma in una bottega di profumi e si spruzza sul collo un'essenza alla violetta. Superiamo un negozio di arredi d'epoca in via Pontaccio. Facciamo zigzag tra i banchetti delle cartomanti lungo via Fiori Chiari. Ci lasciamo alle spalle una gioielleria di coralli alla fine di via Madonnina.
Attraversiamo piazza del Carmine, poi c'infiliamo in una strada deserta che si chiama via Ciovasso. Passiamo davanti a un portone aperto. Butto l'occhio dentro. C' una galleria d'arte in fondo al cortile, e il cortile  una foresta di bamb e gelsomini.
Qualcuno caccia un urlo. Mi giro in direzione della sorgente del suono, ma tutto ci che vedo  il muro di un palazzo. Il cuore prende a battermi forte. Hai sentito anche tu? le chiedo. Mi guarda come se parlassi una lingua sconosciuta, vorrebbe rispondermi di s, ma scuote la testa. Ha l'aria dispiaciuta. Mi prende per mano e mi tira via.
Passiamo davanti alla vetrina di una libreria. Lei si fionda dentro e io le vado dietro. Si aggira tra i tavoli con l'aria di chi cerca qualcosa in particolare, poi va dritta allo scaffale delle pubblicazioni d'arte e prende a sfogliare un libro di fotografie sull'Africa. Immagini di cieli in fiamme e laghi bruciati dal sole. Cortecce e vento. Distese di terra, poi vuoto e luce. Ti ricordi cosa mi hai detto una volta a proposito dell'Africa? mi chiede.
Cosa?
La prima volta che ci siamo parlati, quel giorno nella metro. Mi dicesti che prima o poi ti sarebbe piaciuto andare a vivere in Africa.
Ho detto cos? Cerco di tornare indietro negli anni, ma quel giorno mi sembra appartenere a un altro spazio-tempo. Provo una fitta di malinconia, come nostalgia di qualcosa che non  mai avvenuto. C' profumo di violetta nell'aria, noto che Lara ha un piccolo neo sul collo.
Chiude il libro e lo rimette al suo posto. A cosa pensi? mi domanda.
Alla nostalgia.
Lei mi fissa, sorride.
Cos' la nostalgia, secondo te? le chiedo.
 l'amore che resta risponde.


44

La verit  sopravvalutata! sbotta Il Fermo. Al diavolo i filosofi. Al diavolo i conformisti. Al diavolo chi sostiene che la conoscenza  bellezza. Io dico: prendi dei pezzi di realt e mischiali alla fantasia, quella e solo quella sar la tua verit!
La lampadina azzurra che pende dal soffitto colora i volti di una sfumatura cianotica e ogni cosa qui dentro ha una temperatura fredda. Lolita ha gli occhi scuri. Pare latina. Tutto ci che indossa  un piercing all'ombelico, scarpe col tacco e un perizoma. Si dondola avanti e indietro nel buio livido descrivendo piccoli cerchi col suo bacino generoso.
Seduto sul divano ancora incellofanato, Il Fermo fissa il piercing e blatera a vanvera. Parla lentamente, con tono biascicato. Il suo alito puzza di vodka.
Un'ora fa mi ha telefonato dicendomi di raggiungerlo in questo appartamento all'Isola. Gli ho risposto che non abbiamo pi niente da dirci dopo l'incontro all'Accademia di Brera, ma lui ha insistito. Ho detto no. Ha continuato a insistere. C' una cosa molto, molto importante che devi sapere.
E allora eccomi, seduto su questo divano accanto a lui.
Le note di una musica dolce mi cullano le orecchie e mi rallentano i pensieri. Nell'aria odore di hashish.
Lasciati dire una cosa, Chon dice lui. Se stai bene con qualcuno non ti chiedere cosa diavolo fa quando tu non ci sei. 'Fanculo alla sincerit! Credi solo a quello che vedi e fattelo bastare. Conoscere la verit  l'anticamera dell'infelicit!
Una statuina raffigurante il gattino giapponese della fortuna e del denaro sorride da una mensola sulla parete di fronte. La zampetta oscilla meccanicamente facendo ciao. A ogni ciao la zampetta fa tic.  un impulso secco, irritante, che mi punzecchia i timpani con frequenza costante.
Lolita si gira di spalle e si allunga in avanti per mostrarci le rotondit del suo lato B.
Ciao, tic. Ciao, tic.
Chi lo dice che la verit ti rende migliore? Il Fermo non smette di parlare mentre fissa il culo di Lolita. Lasciati dire un'altra cosa, Chon! Fregatene dell'autenticit. Infischiatene della complessit. Non affannarti per sapere cosa c' dietro l'angolo. Non voltarti ogni minuto per controllare cos'hai alle spalle.  una perdita di tempo! Fatti bastare il dettaglio, sorvola sul quadro completo. Ricorda il momento, quello e soltanto quello sar il tuo mondo.
Ciao, tic. Ciao, tic.
Quindi meglio una bugia che ti fa star bene di una verit che ti rende infelice? gli chiedo. Lolita si rimette dritta e riprende ad ancheggiare.
Ci puoi scommettere il culo, coglioncello!
La maggior parte della gente direbbe che sei matto.
E tu lasciala parlare! La maggior parte della gente non pensa di poter morire da un momento all'altro. Lolita s'inginocchia tra le sue gambe e comincia a sbottonargli la camicia sul petto.
Allora, qual  questa cosa importante che dovrei sapere? gli chiedo. Lui si volta verso di me e mi guarda. Ha gli occhi spenti e l'aria di non capire un tubo di quello che gli sto dicendo. Mi hai sentito? Perch mi hai fatto venire qui? ripeto.
Ciao, tic. Ciao, tic.
Non me lo ricordo perch ti ho fatto venire qui risponde. Continua a fissarmi con sguardo inerte, poi sorride, rovescia la testa all'indietro e allarga le braccia ai lati del corpo. Lolita comincia a strusciargli le tette sul basso ventre, mentre lui muove piano le labbra come se stesse recitando una preghiera muta. Fissa il soffitto per qualche secondo, infine chiude gli occhi. Mi alzo e vado via.
In strada il sole mi abbaglia. La cacofonia infuria. Poi, di colpo, questa sensazione da fine del mondo.


45

Hai presente quando sei a teatro prima dell'inizio dello spettacolo, e tutti parlano, e tu sei l, seduto sulla tua bella poltrona di velluto col libretto tra le mani, e senti questo brusio continuo? Un rumore dalle frequenze costanti, che non aumenta e non diminuisce. Ecco, quel brusio continuo  pi o meno quello che sento io quando son per strada.
E poi, hai presente quando le luci si abbassano fino a spegnersi, il sipario si alza e quel mormorio continuo all'improvviso si arresta, perch tutti smettono di parlare nello stesso istante, e nella sala cala un silenzio che non si sente volare una mosca? Solo a quel punto ti accorgi di quanto era forte il brusio, prima non te ne rendevi conto. Ecco, quel passaggio istantaneo dal brusio al silenzio  pi o meno quello che accade quando per strada infilo i tappi nelle orecchie e abbasso il cappello sulla fronte.
Perch murmur? mi chiede Lara con la voce che sa di sonno.
Siamo al buio nel mio letto, sepolti sotto un cumulo di coperte che puzzano ancora di muffa nonostante siano rimaste stese all'aria aperta per ore, e Lara mi martella di domande, tipo cosa sento, come lo sento, quanto lo sento, e perch lo chiamo murmur.
Da piccolo lessi questa parola per strada rispondo. Era dipinta a caratteri cubitali su un murales. Ricordo che tutte le ali delle lettere si trasformavano in fiamme, e la scritta volava, e il muro bruciava, letteralmente, proprio come le mie orecchie dopo una giornata per strada. A casa cercai murmur sul dizionario e scoprii che  una parola latina, significa mormorio o rumore.
Le candele sono spente, dalla finestra entra un po' di cielo fosforescente. Nel buio riesco appena a scorgere il profilo del suo viso accanto al mio.
Ho studiato latino al liceo sussurra con un filo di voce.
Dormi le dico.
Ero brava in latino.
Mi poggia la testa rasata sulla spalla, ha il respiro pesante. Sento il suo fiato riscaldarmi il collo. Anch'io muoio dal sonno, anch'io non riesco a tenere gli occhi aperti.
Da piccola andavo spesso a teatro con i miei sussurra.
Hai i piedi freddi dico.
Mi abbraccia. Il suo corpo si abbandona, morbido, nonostante sia sempre un fascio di nervi. Mi soffia sulle orecchie. La stringo. Cerco di tornare con la memoria al momento in cui ci siamo infilati sotto le coperte, forse minuti fa, forse ore, ma non mi viene in mente niente, eppure ricordo Lolita, oggi pomeriggio, inginocchiata tra le cosce del Fermo.
Mi piace la parola murmur, ha un suono dolce sussurra Lara. Anche la musica a casa di Lolita era dolce. Ricordo il gattino che fa ciao. Tic, tic. E gli occhi del Fermo mentre dice: Non me lo ricordo perch ti ho fatto venire qui.
Il cuore di Lara batte lento in questo momento, lo sento.
Ricordo il momento in cui vidi quel murales anni fa, come fosse ieri, eppure non ricordo di essermi messo a letto stasera. Questione di ore, forse minuti.
La linea del tempo si contrae.
La linea del tempo si tende.
Ero brava in latino sussurra Lara. La sua voce pare un suono che appartiene a un altro mondo.
Dormi le dico.


46

Sono in cima alla Torre Ghiaccio.
Il turno sta per iniziare.
Squilla il cellulare: Occhi di husky.
Come va? gli chiedo.
Va che ci hai visto giusto, Metro Boy! Abbiamo confrontato la relazione che mi hai dato tu con i documenti depositati in Comune quando hanno chiesto le autorizzazioni. Da quello che si legge nei documenti ufficiali non c' traccia di sostanze inquinanti nel suolo. Risulta che quel terreno  immacolato come il culo di un neonato! Il suo tono  allegro oggi, la voce ferma. Nessun accenno al nostro incontro a casa di Lolita. Come se non fosse mai successo. Ci sei, Chon?
Ci sono.
Risulta anche che su quell'area  stata effettuata una bonifica di routine, ma nessuna decontaminazione o piano scavi per rimuovere eventuali veleni. Quindi, se la due diligence fatta fare da Mariani risultasse attendibile vorrebbe dire che hanno falsificato i risultati delle analisi sul terreno e la relativa documentazione spiega lui. Ancora tutto da vedere, ma il fiuto mi dice che quei due bestioni non dovrebbero essere l.
Il cielo  blu, l'aria tersa. Il vento spazza l'atmosfera scoprendo le montagne all'orizzonte. Lo sguardo vola lontano, libero da interferenze. Sono bellissime le Alpi viste da qui.
La Procura ci ha dato l'autorizzazione a procedere con le intercettazioni. Da ieri mattina registriamo ogni parola che dicono al telefono, anche se fanno un fiato al cesso gongola Il Fermo.
Lara dice che la vita  tutta l, due momenti, forse tre.
Da soli valgono un'intera esistenza. S'imprimono nel cervello, mettono radici nello stomaco, condizionano a cascata tutti gli avvenimenti successivi. Hanno un odore speciale, e tu passi il resto della vita a cercare di fuggirlo, quell'odore, oppure a rincorrerlo sperando di trovarlo ovunque, ma sempre con quella sensazione che sia altrove.
In quei momenti speciali il corso della vita subisce una deviazione, e niente  come prima. La fregatura, dice Lara,  che solo di rado riesci ad averne percezione nell'istante esatto in cui accade. La maggior parte delle volte, invece, te ne rendi conto solo a distanza di tempo di quanto fosse importante quel momento, e allora ti danni l'anima per non averlo capito, perch rimani per sempre con l'impressione che qualcosa di prezioso sia andato perduto. Due momenti, forse tre. Il resto  riempimento. Cos dice Lara.
Ci sei, Chon?
Ci sono.
Allora, quanti soldi hai trovato da Mariani?
Ora non posso, devo lavorare.
Ventimila, trentamila?
Devo andare taglio corto, poi chiudo la telefonata. Gli operai si mettono al lavoro. Nel giro di pochi minuti i decibel impennano. Resto ancora un po' a fissare l'orizzonte, i pensieri che se ne vanno a briglia sciolta.
Il cellulare squilla di nuovo: Numero sconosciuto.
Chi parla?
Chon! Le alte frequenze del timbro nasale di Vinni Madia mi scuotono dal torpore. Appena sento la sua voce chiudo la telefonata senza dire una parola e vado alla mia postazione. Infilo i tappi per le orecchie, abbasso la visiera del casco e impugno la saldatrice, poi chiamo a raccolta tutti i miei pensieri e li concentro a forza sulla massa di acciaio che ho davanti.


47

Seduto sul divano di casa a gambe incrociate, leggo Tex Willer e mangio mandorle.
 il numero in cui la costruzione della Western Railway viene messa in pericolo dall'assalto di una banda di criminali. Tex e il figlio Kit lottano all'ultimo sangue contro i banditi per difendere la corsa del treno verso il progresso.
C' una mosca che vola da qualche parte. La sorgente del ronzio si trova a una distanza tra i cinque e gli otto metri da me. Mi volto in direzione del suono. Vedo un minuscolo puntino nero che sbatte contro i vetri della finestra, poi sparisce nella tenda. Il ronzio si attenua, assorbito dalle pieghe del tessuto.
Metto in bocca una mandorla.
 amara, la sputo, ne mangio un'altra.
La mosca  alle mie spalle ora, a un paio di metri da me. Sorvola la coda del pianoforte, infine viene a posarsi sul Grande libro dell'udito, qui ai piedi del divano. Il timbro della biblioteca sulla copertina si vede appena, ormai sbiadito.
Lara ha il respiro affannato mentre attraversa i campi. La sento che canticchia una canzone, mastica un chewing gum, tira su col naso, allunga il passo, sale i gradini del portico, spalanca la porta di casa. Mi si para davanti con la chitarra sulle spalle, una borsa a tracolla, un paio di cartoni con le pizze. Ha il volto cianotico a causa del freddo.
Non mi va che tu venga qui da sola col buio le dico.
Non  ancora buio!
Lo sar a breve.
Di che ti preoccupi, Chon? Non sembra spaventata dagli eventi degli ultimi giorni. Posa cartoni e chitarra sulla coda del pianoforte e si sfila il cappotto. Ho portato due pizze. Saranno gelate a quest'ora, ma fa niente, sono buone lo stesso dice, poi vede il libro ai piedi del divano, lo riconosce. Wow, ce l'hai ancora! Tira fuori dalla borsa il sacchetto di un negozio che vende articoli high-tech e lo allunga verso di me. Tieni, questo  per te dice.
Che roba ?
Apri!
Nel sacchetto c' un iPod e un paio di cuffie professionali, tutto nuovo di zecca. Le cuffie hanno padiglioni enormi e cuscinetti ultramorbidi.
Nell'iPod ci ho messo un po' di file. Rumore bianco, come ha detto il tuo dottore. Li ho scaricati facendo una ricerca sui siti specializzati. Cos, quando ti stanno per saltare i timpani, puoi metterti le cuffie e ascoltare il tuo bel fruscio dice Lara. Si guarda intorno. Allora, che si fa?
Mi rigiro le cuffie tra le mani. Saranno costate un patrimonio. Con quali soldi hai comprato queste cose? le chiedo.
Con i soldi di mia madre risponde. Te l'ho detto, quando  morta ha lasciato un fondo fiduciario a mio nome. A diciotto anni ho ereditato un bel po' di quattrini.
E tuo padre?
Cosa?
Come va con lui?
Va che  sempre arrabbiato.
Perch?
Perch sono fuori corso all'universit, perch non ho un lavoro serio, perch canto nella metro, perch mi vesto in modo strano, perch ho i capelli troppo corti. Sono il suo anticristo, n io n lui ci possiamo fare nulla ormai. Ehi, ci mangiamo le pizze e ci vediamo un film, Metro Boy?
Non ce l'ho la TV.
Lo so, e neanche un computer. In effetti, non so come tu faccia a sopravvivere qui dentro. Lara tira fuori dalla borsa un iPad e me lo sventaglia davanti alla faccia.
L dentro ce l'hai un film d'azione con un po' di morti ammazzati, dialoghi da urlo e sesso come se non ci fosse un domani? le chiedo.
I cuscini del divano trasudano umidit impastata a polvere, e l'umidit ci raffredda il sedere. E poi il divano puzza di chiuso, le pizze sono ghiacciate e la mosca ci ronza intorno attirata dall'aroma di pomodoro, ma Lara sorride mentre fa volare le dita sullo schermo del tablet e la pelle del suo volto comincia a riprendere un po' di colore. Accendi il fuoco che qui si gela dice. E lasciami qualche mandorla! aggiunge entrando in Sky e cliccando sull'icona di Kill Bill.


48

Cammino per strada.
IPod in tasca, cuffie incollate alle orecchie. Le auto fanno baccano e la gente sbraita, ma io non sento niente, immerso nel fruscio.  dolce il rumore bianco.
Lui mi arriva alle spalle d'improvviso e mi assesta una manata sulla schiena, poi si mette a camminare di fianco a me.
Inchiodo sul marciapiede, faccio scivolare le cuffie sul collo. Il fracasso mi piomba addosso. Che diavolo fai, mi segui?
Seicento! dice Il Fermo con aria gongolante. Non venti, non trenta, neanche cinquanta, addirittura seicentomila euro! Quando mi hai detto che il gatto e la volpe si erano scambiati un borsone ho pensato a una cifra tra i dieci e i cinquanta, sono queste le stecche che girano nell'immobiliare. Anche se tu continuavi a negare io ero certo che insieme a quel mucchio di carte avessi trovato anche i soldi, ma mai avrei pensato che si trattasse di seicentomila euro di bigliettoni uno sull'altro! Il gatto e la volpe se lo sono detti al telefono, li ho sentiti con le mie orecchie. Da casa di Mariani sono spariti seicentomila euro in contanti.
Riprendo a camminare, lui anche. Mi sta alle costole.
E chi ti dice che sia stato io? gli chiedo.
Chon, ho l'aria di un coglione? Mi strattona il braccio, ci fermiamo di nuovo. Hai rubato pi di mezzo milione di euro, e si d il caso che sia il bottino di un ricatto. Mica penserai di tenerteli? Devi consegnarli alla Procura.
Se anche fosse, secondo te cosa dovrei dire alla Procura, che li ho trovati per strada?
A questo ci penso io, non preoccuparti.
Te lo ripeto, non li ho io quei soldi!
Una Suzuki col serbatoio rosso fuoco accosta al marciapiede a un paio di metri da noi. Sulla moto, due tizi col volto coperto da un casco integrale.
Il Fermo non sembra accorgersi di loro.
Un gruppo di liceali infagottate in bomber multicolor si ferma tra noi e la Suzuki. Uno dei due centauri si tira su la visiera del casco, per un istante incrocio i suoi occhi a mandorla. Io non mi muovo, Il Fermo neanche, le tizie saltellano come cicale smanettando con i cellulari. La Suzuki accelera e sparisce nel traffico. Riprendo a camminare. Il Fermo mi viene dietro, continuando a blaterare. Le ragazze restano l a cicaleggiare.
 un ricatto bello e buono! Mariani avr detto a Montella di affidare i lavori alla sua societ, in caso contrario avrebbe detto la verit sui veleni presenti nel sottosuolo. Oltre alla vittoria della gara d'appalto le avr chiesto anche dei soldi. E lei ha dovuto calare le braghe per non mettere a rischio l'affare. A quanto ne so, le operazioni di decontaminazione di un'area cos vasta costano decine di milioni di euro, e possono durare mesi o anni.
Il Fermo parla a raffica, pare euforico.
Ha gli occhi raggianti, gonfi, iniettati di bamba.
Cos Mariani ha portato a casa una commessa a cinque stelle e un mucchio di quattrini, mentre Montella ha messo a segno l'operazione immobiliare del decennio dice. Abbiamo controllato: delle cinque societ chiamate da Lions a partecipare all'asta pare che la Mariani Costruzioni fu l'unica a fare un'analisi dei rischi.
Tipo scrupoloso, Mariani faccio io.
Puoi dirlo forte! Le altre imprese, in fase di gara, presero per buoni i dati di progetto di Lions rimandando eventuali approfondimenti a un momento successivo. Lui invece ci volle mettere il naso, infatti fu l'unico a scoprire la presenza di quei veleni. Guarda caso, fu quello che si aggiudic la commessa...
Per ora, solo congetture.
Le prove le troveremo. Mariani e Montella hanno i nervi a fior di pelle. Al telefono fanno scintille. Sospettano l'uno dell'altra. Lui pensa che sia stata lei a organizzare il colpo per riprendersi i quattrini. Lei invece  convinta che sia stato lui ad architettare la cosa per metterla alle strette e alzare la posta proprio ora che sono in dirittura d'arrivo. Ovviamente se la fanno sotto per la scomparsa della perizia. Non  stato rubato alcun oggetto di valore da casa di Mariani, quindi  chiaro che il ladro  andato a colpo sicuro, sapeva cosa cercare. Sanno che qualcuno ha quel documento tra le mani e temono che possa saltar fuori da un momento all'altro. Hanno cambiato pi volte scheda telefonica, ma abbiamo rintracciato tutte le utenze. Li ascoltiamo giorno e notte!
A me non interessa.  affare tuo a questo punto.
 affar nostro, Chon! Nostro, hai capito?
Mi fermo di nuovo, lui fa altrettanto.
Ci guardiamo dritto negli occhi.
Prima o poi quei soldi dovrai tirarli fuori dice con un sorriso che gli illumina il volto. Prenditi del tempo, pensaci. Chiamami quando ti sei schiarito le idee.
Rimetto le cuffie sulle orecchie e vado via a razzo.


49

Marketing Room, la chiamano cos.
Si trova all'ultimo piano della Torre Ghiaccio, appena montata, tirata a lucido, allestita nei dettagli. Una ricostruzione in scala reale dei futuri uffici, allo scopo di mostrare ai potenziali clienti che aspetto avranno gli interni della torre una volta terminati i lavori. Vista cos, promette meraviglie: arredi di design, impianti domotici, finiture di gran classe. E poi una sfilza di bamb, un'orchidea bianca che si specchia ad arte sul piano di cristallo della scrivania e un computer di ultima generazione con lo schermo ultrapiatto da ventisette pollici. Sul desktop, la homepage di Millennium City che spara in loop i foto rendering del progetto.
Funziona cos: le aziende in cerca di una nuova sede vengono quass, danno un'occhiata al panorama mozzafiato e si fanno un'idea di come potrebbe essere il loro futuro quartier generale. A questo punto vengono spedite dritte dritte all'info-point allestito al piano terra. L, gli agenti immobiliari di Jones Lang LaSalle e CBRE si danno il loro bel daffare per spingerli a stipulare un contratto di pre let, assicurando loro una vetrina di primo piano nel business center pi all'avanguardia di Milano.
Il progetto degli interni prevede arredi minimal dice Lady Montella facendo strada alla delegazione di visitatori. Rappresentanti del Comune ed esponenti del real-estate-biz, immobiliaristi, giornalisti, progettisti, tutti provvisti di caschetto arancione e scarpe da cantiere.
Montella racconta di poltrone ergonomiche ad alto contenuto di design e cita il nome dell'azienda tedesca che si  aggiudicata la gara di contract per la fornitura degli arredi, dicendo che  il meglio che si possa trovare oggi sul mercato. Colori vivaci sui toni dei verdi, e poi tanto indaco per stimolare la creativit dice. Materiali pregiati e soluzioni innovative come mostrano le ultime tendenze dalla Silicon Valley, New York o Hong Kong. Per progettare gli interni abbiamo preso a esempio gli uffici pi all'avanguardia esistenti oggi nel mondo, Google, Facebook, Apple, Pixar, Lego, Saatchi & Saatchi. Massimo comfort ambientale e spazi sorprendenti, luoghi di lavoro che siano fonte d'ispirazione per i dipendenti.
Dice: Musicoterapia.
Dice anche: Aromaterapia negli ambienti di relax.
Mariani si dirige verso la facciata della torre. Il gruppo lo segue e si avvicina alla rete di sicurezza, dove gli operai hanno appena trasportato una lastra di vetro alta quasi quattro metri. Issano la lastra in posizione verticale sul ciglio del solaio sistemandola sul binario tra i montanti in ferro. Il logo di Lions Incorporated Italia S.p.A. giganteggia serigrafato sulla superficie del vetro.
I giornalisti sparano domande, chiedendo a Mariani e Montella commenti sull'andamento del mercato immobiliare.  lui per primo a prendere la parola. I tempi stanno cambiando dice. Dopo anni in cui il mercato ha registrato valori negativi si comincia a guardare avanti. Per un lungo periodo le banche hanno chiuso i rubinetti del credito. Inoltre, il sentiment disfattista degli operatori di settore ha contribuito a ritardare la ripresa. Eppure, nonostante molti abbiano tirato i remi in barca, Lions Italia e una cordata d'investitori illuminati hanno creduto in questo progetto. Ed eccoci qui oggi, a un passo dal traguardo! Millennium City  il centro direzionale per gli affari pi innovativo che si possa trovare oggi in Italia.
Mariani utilizza una terminologia da pagina finanziaria del Sole 24 Ore. Mentre parla gli brillano gli occhi. Per un istante la sua voce ha un guizzo d'orgoglio. Gli guardo le mani, sono mani forti, contadine, rigate da vene bluastre.
Ora  la volta di Montella. Nel corso dei lavori sono state coinvolte circa duemila maestranze, cinquanta aziende di fornitori e una ventina di produttori che operano nel settore del design. Per non parlare dei progettisti, ovvero architetti, geometri, ingegneri. E in futuro, per garantire i servizi previsti, nelle torri saranno impiegate circa cinquecento persone. Con Millennium City abbiamo dato al mercato un segnale forte. Finalmente i grossi fondi immobiliari hanno ricominciato a investire, i promotori a sviluppare, gli istituti di credito a innaffiare le idee di capitali. Quello che conta  il valore del progetto. Non c' crisi che tenga al cospetto di un'idea potente!
La testa mi turbina come una trottola. Infilo i tappi nelle orecchie e abbasso la visiera del casco. Insieme agli altri operai ci diamo dentro con la saldatrice fino a quando i profili della lastra di vetro si giuntano ai binari e il logo di Lions svetta sulla citt.
Il pubblico applaude, i flash lampeggiano. Montella, invece, fissa l'orizzonte. Come sempre quando il vento spazza il cielo, anche oggi si vedono le montagne lontane, innevate e granitiche.
Per tutto il tempo ho la sensazione che Mariani e Lady Lions si guardino di sottecchi. A stento si rivolgono la parola. La voce di lei, oggi pi cantilenante del solito, s'incrina a tratti, come attraversata da una tensione elettrica. Sorride a forza mentre i giornalisti continuano a farle domande. Millennium City catapulta Milano nel futuro dice fissando l'orizzonte. Comunque vada ne sar valsa la pena. Verranno a girarci i film, qui. Sceglieranno le nostre torri come location per gli spot pubblicitari. Occuperemo a lungo le prime pagine di tutti i giornali!


50

Al termine dello show la delegazione di visitatori fa un giro guidato per il cantiere, poi sparisce. Io resto qui a saldare giunti e fondere leghe ancora per un'ora, poi, a fine turno, torno a terra e mi dirigo verso l'uscita.
Caesar mi vede passare davanti alla portineria. Allunga la testa fuori e mi fa cenno di raggiungerlo. Caff caldo! dice.
Entro. Lui prende un thermos, mi versa dell'intruglio scuro in una tazza da t e me la mette tra le mani. Ne bevo un sorso. L'intruglio  insapore e bollente, e mi arroventa la bocca.
Fuori ci sono due gradi, eppure anche oggi Caesar indossa una maglietta a maniche corte. Tra le mani stringe una foto.  l'immagine di una ragazzina minuta con occhi scuri, gambe secche come stuzzicadenti e un pancione prossimo al parto. Mia figlia! dice con gli occhi che gli brillano. Lo so, sembra bambina, ma ha venti anni. Attacca la foto al sughero insieme alle altre e si versa anche lui una tazza di caff. Restiamo a bere in silenzio per qualche minuto, lui che continua a guardare l'immagine di sua figlia, io che guardo lui, poi lascio la tazza vuota sulla scrivania, abbozzo un sorriso e vado via.
C' una berlina scura davanti all'ingresso del cantiere, ferma con i lampeggianti accesi e la portiera posteriore aperta. Mariani si dirige verso l'auto a passo svelto, la ventiquattrore stretta in una mano. Sta per infilarsi dentro, quando la valigetta si apre accidentalmente rigurgitando sul marciapiede una sfilza di documenti. Lui fa un gesto di stizza, poi si china a raccogliere i fogli caduti. La portiera dell'auto rimane aperta ancora per qualche istante.
La bambina  l, seduta sul sedile posteriore. Ha un cappottino azzurro e il cagnolino di Mariani stretto in grembo. I nostri occhi s'incrociano.
Mariani richiude rapido la ventiquattrore e si tira su da terra. Mentre entra in auto la bambina gli strattona il braccio indicando nella mia direzione. Gli dice qualcosa, vedo le sue labbra muoversi, ma non sento la voce. La bambina agita le mani nell'aria.
Mariani si volta verso di me. Per una manciata di secondi loro fissano me, io fisso loro. Faccio dietrofront e torno verso le torri a passo svelto. Mi giro ancora una volta per guardarmi le spalle: Mariani  sempre l che mi fissa, mentre la bambina continua a puntare il dito nella mia direzione. Mi dirigo verso l'uscita posteriore del cantiere pi veloce che posso.


51

Non dovevo andare via in quel modo!
Non avevi scelta risponde Lara.
Dovevo uscire dall'ingresso principale senza dare nell'occhio, passargli davanti facendo finta di niente. Scappare  stato come ammettere la mia colpevolezza. Tanto valeva mettersi a saltare urlando: Sono stato io!.
Hai avuto pochi secondi per decidere.
Dovevano bastare a fare la scelta giusta.
Non c'era una scelta giusta!
C'era una scelta migliore e una peggiore.
Lara suona il piano. Il candelabro con le candele accese svetta sulla coda dello Steinway. Il suo viso galleggia in una bolla di luce. Tutt'intorno, nero. Se tu gli fossi passato davanti, Mariani ti avrebbe fermato dice.
Forse s, forse no.
Chon, usa il cervello!
E se fosse stata tutta una mia impressione?
Cosa?
Il fatto che la ragazzina mi abbia riconosciuto.
Hai detto che puntava il dito verso di te.
Infatti! Ha indicato nella mia direzione e poi ha detto qualcosa, ma non so cosa. Muoveva le mani, penso parlasse con la lingua dei segni.
Intendi quella dei sordomuti? chiede Lara smettendo di suonare.
Credo di s rispondo.  la nipote di Mariani, me lo ha detto Caesar. Il padre della ragazzina, il figlio di Mariani,  morto l'anno scorso. Lei vive con la madre, ma ora  venuta a stare dai nonni per un po'. Secondo Caesar, ha nove anni. Lui dice che non  sorda n muta, pare che a un certo punto abbia semplicemente smesso di parlare.
Ecco perch la sera che sei entrato in casa di Mariani non hai sentito la sua voce.
Perch non la usa pi.
Lara riprende a suonare.
Cosa suoni? le chiedo.
Una melodia che ho imparato da piccola.
Come si chiama?
Non ricordo. La intonava sempre mia madre. Le sue dita volano sui tasti. Cosa ne farai dei soldi? mi chiede.
Non lo so.
Davvero vuoi darli ai Madia?
Non riesco a togliermi dalla testa di aver commesso un errore dietro l'altro. Ho sbagliato a togliermi il passamontagna l'altra sera, e ho sbagliato ad andare via in quel modo oggi dico.
Smettila, Chon.
Ho fatto male a scappare.
Non avevi scelta.
Dovevo tirare dritto, uscire come se niente fosse.
Non avevi scelta! ripete.
Hai sempre una scelta...
E avanti cos per tutta la notte. Lei a suonare, io a rimuginare, fino a quando il fuoco si divora tutte le candele, la cera cola lungo il candelabro solidificandosi sul pianoforte e i nostri volti spariscono nel buio.


52

Sali all'ultimo piano.
Tira gi il cappello sulle orecchie, tira su la chiusura lampo del giubbotto, perch qui di notte il vento brucia come polvere di ghiaccio, poi scavalca la rete di sicurezza, siediti sul cornicione e guarda fisso davanti a te. Lo vedi? Sembra di volare.
Conosco queste torri come le mie tasche.
La lunghezza dei tralicci, la sezione dei profilati, le saldature tra i telai. So come i solai scaricano il peso sulle colonne. Conosco a memoria il numero dei tondini usati per armare il calcestruzzo o quanti passi devi fare tra un pilastro e l'altro. So come entrare senza passare per l'ingresso, so come uscire senza essere visto.
In genere m'infilo in cantiere attraverso un varco nella recinzione sul retro e accedo alle torri forzando una porta di servizio, poi sgattaiolo su per le scale di sicurezza e arrivo in cima. Ci vengo spesso qui di notte, a sentire il fischio del vento, dopo che tutti sono andati via. Quando me la squaglio la mattina presto Caesar fa finta di non vedermi. Qualche volta viene a sedersi accanto a me e parliamo di un sacco di cose stupide, come se siano meglio le patatine di McDonald's o di Burger King, o quante volte la settimana bisogna lavarsi i capelli con lo shampoo, o se sia davvero obbligatorio mangiare la pedina avversaria quando si gioca a dama. Caesar dice sempre che fa cos freddo quass che finch rimane con me non ci pensa a grattarsi, poi ride di gusto.
La torre parla. Pi che una voce sembra un lamento. Cigolii, stridori, piccoli tonfi. Impercettibili scricchiolii di assestamento, come se tutti i componenti appena assemblati avessero bisogno di tempo per abituarsi al nuovo assetto. Tonnellate di calcestruzzo e acciaio, montagne di marmi e vetri, dal blocco pi pesante al tondino pi leggero, giunti, viti, travi, montanti, persino cartongessi e guarnizioni, continuano a scricchiolare per giorni alla ricerca di un aggiustamento fino a quando la lagna finisce, il tutto finalmente in equilibrio.
 un buon posto questo per mettere ordine nelle idee.
Uno: Mariani non ha sporto denuncia, cos dice Il Fermo. Non ancora, almeno. La cosa ha senso. Gli conviene tenere la bocca chiusa. Mariani ha tutto l'interesse che l'intera faccenda resti alla larga da poliziotti e giornalisti, soprattutto l'esistenza della due diligence.
Due: la ragazzina mi ha visto. La sua versione potrebbe essere considerata poco attendibile, perch era buio in quella stanza, perch ci siamo trovati uno di fronte all'altra per pochi secondi, perch ha solo nove anni. Per, quando oggi in cantiere me la sono ritrovata davanti sono filato via a razzo, il che  quasi come farsi beccare con le mani nel sacco. A questo punto,  probabile che io sia balzato con tutti gli onori in cima alla lista dei sospetti, e persino che quella lista conti un solo nome, il mio.
Tre: lavoro per la Mariani Costruzioni. Basta chiedere in giro, o andare alle risorse umane. Questione di ore. Mariani arriver a me in un lampo.
Milano tace in questo momento. La sua eco arriva fin qui portata dal vento. Il profilo della citt occupa muto l'orizzonte e lo sguardo corre veloce senza interferenze verso i confini del cielo.  sempre cos di notte, Milano abbassa la voce fino a restare quasi in silenzio, e il mio udito si riposa, il mal di testa si quieta. Poi, per, con l'avanzare dei minuti la citt ricomincia a fare chiasso.
 quasi l'alba. Il mormorio di uomini e cose si solleva dal suolo prima debole, poi poderoso, diventando rabbioso al sorgere del sole. E come sempre quando il murmur monta, io mi ritrovo sbigottito al cospetto di una tale ricchezza di suoni, e penso che il linguaggio sia inadeguato. Ci provo a descriverli, ma non ci sono abbastanza parole per indicare le diverse sfumature di bisbiglio, o tutti i tipi di boato, oppure le infinite varianti di riso e di lamento che io sento.
E allora, la sola cosa da fare in questo momento  poggiare la guancia sul cemento e addormentarsi per qualche minuto nel vento.


53

All'inizio non sapevo come prenderli.
Intuivo solo che si trattava del tizio al tavolo d'angolo o della ragazza seduta all'ingresso, ma non ero in grado di dire che razza di rumori fossero: un insieme di scalpiccii, schianti e sibili udibili soltanto dal mio orecchio, uno stillicidio di succhiatine e sfregamenti che si sovrapponeva al fracasso d'ambiente, e tutto diventava ripugnante rumore di fondo.
Poi ho capito che si trattava delle bocche.
Bocche che succhiano, masticano, ingoiano. Me ne sono reso conto col tempo: quell'impulso a bassa frequenza che ricorda lo zoccolo di un cavallo su un sentiero di terra battuta altro non  che uno schioccare di lingua, mentre quella mitragliata di schianti simile a una frana di sassi vuol dire che qualcuno sta masticando delle nocciole tostate.
Ci sono voluti anni di pratica, ma oggi riesco a indovinare cosa sta mangiando chiunque si trovi nel raggio di una decina di metri da me.
Quando sento degli scoppiettii a ripetizione vuol dire che qualcuno sta deglutendo. La sua epiglottide oscilla, la trachea si chiude, la laringe si solleva e la saliva tra lingua e palato fa un suono simile alla carta da imballaggio pluriball quando ti metti a schiacciare le bolle d'aria.
Poi ci sono i denti che battono l'uno sull'altro. Li riconosci da quel rumore del tipo colpo-sfregamento-colpo-sfregamento. La cuspide del dente inferiore che batte contro la cuspide di quello superiore, ecco a cosa corrispondono tutti quei microschianti.
Succhiare della Coca-Cola con una cannuccia somiglia al fischio del vento e masticare un boccone di carne ricorda il suono di una scarpa che finisce in una pozzanghera.
Ecco perch non mi piacciono i ristoranti e detesto i fast food. Le persone non possono neanche immaginare i rumori che fanno mentre sono intente a mangiare.
Ha detto di essere avvocato dice Caesar mentre d il primo morso al suo Big Mac. Strappa la bustina di ketchup con i denti e la spreme con le dita facendo scivolare la salsa sul panino.
Che tipo era? chiedo.
Tipo giacca-cravatta-cappotto-scuro. Voleva sapere di te. Ha bussato a portineria, chiedendo se poteva rubarmi qualche minuto. Ha detto proprio cos: rubarmi. Ha detto che sono due giorni che non ti fai vedere in cantiere, che non hai timbrato cartellino n oggi n ieri e che societ ha bisogno di rintracciarti per faccenda fiscale. Aveva borsa rossa a tracolla di quelle che si usano per portare computer. Mi ha chiesto da quanto tempo ti conosco e se so dove abiti.
Glielo hai detto?
Certo che no, amigo! Gli ho detto che non sapevo niente.
E lui?
Ha insistito.
E tu?
Gli ho detto di andare a diavolo!
Hai detto proprio cos?
Non proprio, ma senso era quello. Mi fa l'occhiolino, poi butta gi l'ultimo morso del panino.
Il McDonald's  pieno di gente, e noi siamo seduti a un tavolo d'angolo, io spalle alla sala cos da non vedere le facce. Mi basta ascoltare i loro rumori. Per tutto il tempo che resto seduto qui li sento masticare, ingoiare, sputacchiare. E raccontarsi segreti, ridacchiare, persino scoreggiare.
Perch questo tizio va in giro chiedendo di te? dice Caesar pulendosi le dita sporche di ketchup su un tovagliolo di carta. C'entra con fatto che giorni fa mi hai chiesto indirizzo di Mariani?
Non rispondo. Caesar cambia discorso. Non mangi niente? chiede.
Non ho fame.
Apre un'altra bustina con i denti spruzzandosi il contenuto dritto in bocca. Questa volta  salsa barbecue. Tizio mi ha chiesto perfino se tu fossi su Facebook. Si dice cos, giusto: Facebook?
Faccio cenno di s con la testa.
Gli ho detto che non so niente di internet. Verdad! Ho quarant'anni, lavoro tutto giorno e non ho tempo per computer dice Caesar, poi si china sotto il tavolo e si sfrega l'orlo del pantalone sulle caviglie.  da quando ci siamo seduti che continua a chinarsi e grattarsi.
Fammi vedere le caviglie dico.
Dai, Chon!
Tira su l'orlo dei jeans.
Caesar allunga una gamba al di fuori del tavolo e fa come gli chiedo. La pelle delle caviglie  inspessita, rossa, punteggiata di minuscole croste. Ora contento? mi dice. Beve un sorso di Coca-Cola. Mentre avvicina il bicchiere di cartone alla bocca il ghiaccio dentro rimbomba, un suono sordo, cupo. Per le mie orecchie  come sentire un vulcano che erutta.
Tutto a un tratto Caesar cambia faccia. Sai che mia figlia ha avuto bambino? dice con voce allegra. Fino a oggi in mia famiglia tutte femmine, moglie, figlie, persino cane  femmina! Ma ora  arrivato nipote maschio, finalmente. E poi: Quando torner a Lima posso portarlo a vedere partite di calcio.
Dovresti proprio andarci, da un dottore.
Chon, hai sentito cosa ho detto?
Ho sentito. Ti  nato un nipote.
Non posso andare da dottore. Devo mandare soldi a casa. Soprattutto ora che c' nuovo bambino! dice raschiando con la cannuccia il ghiaccio sul fondo del bicchiere.
Le persone alle mie spalle non smettono un solo secondo di parlare. Parlano soprattutto del freddo. Ci girano attorno chiacchierando anche d'altro, ma poi tornano a lagnarsi del tempo. La tipa in fila alla toilette si stringe il maglione sul corpo e dice all'amica accanto a lei che un inverno cos gelido non se lo ricordava da anni.
Lara dice che chi parla sempre del tempo ha paura di morire.
Chi sbuffa senza sosta perch da giorni continua a piovere in verit ha una strizza pazzesca che un cancro gli divori il fegato nel giro di un paio d'anni.
Chi ti racconta che i chicchi di grandine caduti sul parabrezza avevano la dimensione di una pallina da golf in realt comincia a perdere colpi quando sale le scale di corsa.
Chi si mette a fissare la strada con sguardo apatico alla prima goccia di pioggia, o sobbalza al rombo di un tuono, sotto sotto teme che il cielo possa bruciare e la terra franare da un momento all'altro. Perch il tempo  la variabile impossibile da controllare. Lara dice che parlare del tempo  come parlare della propria morte.
Dimentica mie caviglie dice Caesar. Vedrai che passa.
Squilla il mio telefono: Numero sconosciuto.
Non rispondo.
Qualcuno starnutisce nella toilette.
Devo tornare in cantiere dice Caesar. Pausa pranzo finita.


54

Sono quattordici anni che mi tengo alla larga da qui.
L'edificio  una palazzina di cinque piani genere vecchia Milano, n bella n brutta, mai restaurata, neanche cos malandata. Le finestre del quarto piano sono chiuse, le tapparelle abbassate.
Il bar accanto al portone  rimasto lo stesso, ma al posto della lavanderia a gettoni all'angolo della via ora c' un negozio di giocattoli.
Attraverso la strada ed entro nell'androne.
Vado su a piedi, come i fratelli Madia quel giorno, con la differenza che loro fecero le scale di corsa, salendo i gradini a due a due, mentre oggi io metto un piede davanti all'altro lentamente, contando ogni passo.
Non c' pi nessuno l dice la vecchia vedendo che me ne sto impalato sul pianerottolo a fissare la porta. Ha le ciabatte ai piedi, indossa una vestaglia sbrindellata, ma i capelli sono freschi di messa in piega. L'appartamento  vuoto. Dopo quello che  successo i proprietari non l'hanno pi affittato.
Vuol dire che  rimasto vuoto in tutti questi anni? chiedo.
La vecchia sgrana gli occhi. Ma io ti conosco! esclama. Mi guarda le scarpe da ginnastica, il maglione blu sotto il giubbotto rosso, infine il cappello di lana calato sulla fronte. Sei Chon! Continua a fissarmi.
Restiamo entrambi in silenzio.
Io davanti alla porta di casa mia, chiusa.
Lei davanti alla porta di casa sua, aperta.
Anche da bambino ti vestivi cos dice dopo un po'. E poi gli occhi sono gli stessi. La vecchia allunga una mano e mi stringe il braccio, ma subito si ritrae, come se avesse pudore a toccarmi. Aspetta qui! dice, poi sparisce in casa. Torna dopo qualche secondo. Tieni. Tra le mani mi mette un sacchetto di mandorle sgusciate. Mi ricordo che ti piacevano.
Prendo le mandorle. Dico grazie. Non so che altro aggiungere.
Se una cosa ti piace da bambino, ti piace per sempre commenta lei. T'incontravo spesso con tua madre. Eri silenzioso, stavi sulle tue e avevi sempre un cappello in testa, come oggi. Quando ti ho visto l'ultima volta mangiavi proprio delle mandorle, seduto sulle scale, l... Con la mano indica l'ultimo gradino della rampa che sale al piano superiore. Poi ho saputo di te solo dalla TV, per quella storia della metropolitana e tutto il resto...
Cerco di sorridere, senza riuscirci. Per un po' nessuno dei due parla. Be', ora devo andare dice lei. Mi fa un cenno di saluto, poi sparisce nel suo appartamento chiudendosi la porta alle spalle.
Mi ritrovo da solo sul pianerottolo.
Ricordo che la tapparella della cucina era malconcia. Esco sul ballatoio e provo a tirarla su quel tanto che basta a forzare l'anta della finestra, infilare la mano dentro e alzare di pi la serranda, come facevo quando volevo entrare in casa senza essere visto.
La tapparella  ancora rotta, come allora. Scivolo nella mia vecchia cucina e mi richiudo la finestra alle spalle. Mi ci vuole qualche secondo per abituare gli occhi all'oscurit. Non si sente volare una mosca: 20 decibel di quasi silenzio. Fuochi e lavello appaiono incrostati di muffa e alcune ante della credenza sono aperte. Ci sono delle fruste di metallo in un angolo del pavimento. Quando mia madre doveva fare la crema pasticcera mi metteva quelle fruste tra le mani e mi chiedeva di montare gli albumi delle uova. Il trucco  montarli quando sono a temperatura ambiente diceva. Obbedivo, ma il suono del metallo contro la ciotola mi faceva andare fuori di testa.
Vado in soggiorno e apro la finestra tirando su la tapparella fino a met. Il fracasso della strada si mangia il silenzio. I decibel montano. La stanza sembra essersi rimpicciolita rispetto ad allora. C' un lenzuolo bianco sul tavolo da pranzo. Il divano letto sotto il quale mi nascosi quel giorno  ancora al suo posto, ma i cuscini appaiono lerci, mangiati dalle tarme. C' traccia di spennellate bianche su una parete. Sembrano date alla bell'e meglio, quel tanto che basta a coprire gli schizzi di sangue.
In camera da letto apro il cassetto della scrivania. L'astuccio di Diabolik  ancora l, accanto a un mio disegno dell'Uomo Ragno. In cima all'armadio, la collezione di Tex. Salgo su una sedia e tiro fuori dalla pila un paio di numeri a caso, poi torno in soggiorno e mi siedo sul divano letto, il giubbotto ancora addosso. Le molle della rete cigolano. Provo a sfogliare Tex, ma  cos buio che non riesco a leggere. La gente al piano di sotto non sta zitta un attimo.
Il telefono vibra nella tasca dei jeans.
Numero sconosciuto, non rispondo.
Passano un paio di minuti, il telefono vibra di nuovo.
Occhi di husky, rispondo.
Coglioncello! Il Fermo pare furioso. Mancava solo che ci lasciassi la tessera sanitaria in quella casa. Mariani  stato intercettato questa mattina mentre faceva il tuo nome. Come diavolo ha fatto ad arrivare a te, me lo spieghi? Ho sentito la registrazione della telefonata con le mie orecchie. Sappi che sei in cima alla sua lista degli stronzi dell'anno.
Hai di nuovo quella voce dico.
Quale voce?
La voce di uno che si  scolato mezza bottiglia di gin.
'Fanculo, Chon!
Sei tu che mi hai chiamato prima?
Prima quando?
Qualche minuto fa.
No, non ero io. Insomma, hai capito cosa ho detto di Mariani?
Ho capito.
Dove sei?
In giro.
Dobbiamo parlare.
Perch?
Per molti motivi, tutti buoni.
Te l'ho detto, ho chiuso col Nucleo Investigativo.
Balle. Dobbiamo parlare lo stesso.
Domani, forse.
Quando e dove?
Ti chiamo io gli dico, poi metto gi il telefono.
Mi stendo sul materasso lercio e chiudo gli occhi. Qualcuno ride al piano di sopra, qualcun altro ha il fiatone gi in strada, qualcun altro ancora grida, non riesco a capire dove.
Tutti si affrettano per arrivare da qualche parte, si danno da fare per ottenere qualcosa. Io invece vorrei fare un bel buco nel pavimento, perforare la crosta terrestre e scivolare negli strati della terra fino al nucleo. Vorrei sentire la lava che esplode e la pietra che frana, perch qualunque suono che venga dalla natura, anche il pi spaventoso,  meglio dell'affanno di un uomo che si danna per trovare il suo posto nel mondo.
Metto le cuffie sulle orecchie e accendo l'iPod. Clicco su Rumore Bianco #6 e alzo l'audio al massimo, poi tiro fuori dalla tasca il sacchetto che mi ha dato la vecchia e mi metto a mangiare le mandorle.
Se quel giorno fossimo andati a pranzo fuori, come voleva mio padre. Se quel giorno avessi urlato a squarciagola che qualcuno stava salendo le scale di corsa. Se quel giorno fosse arrivato un terremoto. Se quel giorno il sole avesse smesso di bruciare e la Terra di girare. Se quel giorno ci fossi rimasto secco anch'io.


55

Il tizio  seduto sulle scale del portico.
Lo riconosco dalla borsa rossa portacomputer.  come l'ha descritto Caesar: abito scuro e questa borsa a tracolla da hipster che fa a pugni col cappotto stile damerino. Mentre mi avvicino non mi stacca gli occhi di dosso, appollaiato sui gradini di casa.
Quando arrivo davanti al portico si alza in piedi.
 molto alto. Indossa scarpe cos lucide di cromatina che potrei specchiarmici dentro. Il suo viso  liscio come il culo di un bambino, ma gli occhi appaiono sporgenti e gonfi. C' una nota d'innaturalezza nella sua faccia che pare giovane senza esserlo. Non saprei dire quanti anni abbia. Trentacinque, o cinquanta.
Mi fermo a un paio di metri da lui. Mi tolgo le cuffie dalle orecchie, metto le mani in tasca e resto zitto. Non so che dire, cos aspetto che sia lui a parlare.
Metro Boy! attacca. Mi ricordo di lei, la TV ne parl a lungo. La sua storia mi colp, la trovai oltremodo toccante. L'agguato, il processo, infine la fuga. In particolare, trovai sbalorditivo il fatto che lei fosse rimasto nascosto per mesi nelle gallerie di una stazione della metropolitana facendo perdere le proprie tracce. Pensai che un tipo in grado di fare una cosa del genere sarebbe stato capace di azioni straordinarie. Pensai che quel ragazzino fosse forte, coraggioso, disperato. Mai avrei immaginato di conoscerlo a distanza di anni, e in tali bizzarre circostanze.
 un gigante, sfiora i due metri, eppure ha una voce sottile. Sul Grande libro dell'udito c' scritto che la voce di ciascun essere umano ha un timbro unico, come le impronte digitali. Non ne esistono due uguali al mondo.
Si sbagliava rispondo. Non ho fatto niente di straordinario nella vita. Sono solo un operaio. Passo le giornate a saldare pezzi di metallo.
Lasci che le dica una cosa: io non ce l'avrei mai fatta in quel buco sottoterra per tutto quel tempo. A causa del buio. Detesto il buio. E poi: Pensa che ne sarebbe ancora capace?.
Capace di cosa?
Restare rintanato l sotto per mesi.
Non lo so. Non ci ho mai pensato.
Credo di conoscere la risposta dice lui. La risposta  no. Perch da piccoli riusciamo a sopportare circostanze che da grandi consideriamo intollerabili. Sa cosa penso, Chon? Le persone sono convinte che gli anni irrobustiscano il carattere, invece io penso il contrario. Penso che il tempo si porti via ogni giorno un po' di quel coraggio folle che avevamo da piccoli. A quindici anni siamo dei leoni, forse insicuri, spesso confusi, ma forti come leoni! Poi per cominciamo ad avere paura, perch accumuliamo memorie, e le memorie intossicano il nostro corpo.
Mi tornano in mente le parole di mia madre quando diceva che i bambini sono felici perch non hanno ricordi.
Apre la borsa, tira fuori un cappellino da baseball e se lo mette in testa. Continua a parlare. Da adulto guadagni libert, puoi fare mille cose, come mettere su casa, costruirti una carriera, ma sei comunque pi fragile rispetto a quel momento perfetto in cui eri un piccolo uomo convinto di poter spaccare il mondo, con tutta la vita l davanti a te che aspettava solo di essere vissuta.
Si alza il vento. Nell'aria si solleva una nuvola di terriccio.
Abbassa il volto per proteggersi il viso. L'unico dono degno di nota che il tempo ci riserva  l'esperienza dice. Alcuni fanno coincidere l'esperienza con la saggezza. Lei  un tipo saggio, Chon?
Lara dice che al mondo ci sono un mucchio di persone interessanti. In alcuni casi avresti tutte le ragioni per disprezzarle, perch sembrano stupide, malvagie o semplicemente antipatiche, a volte persino intenzionate a farti del male, ma se hai la pazienza di superare l'avversione o persino la nausea che provi alla loro vista, ti rendi conto che tutti hanno qualcosa da dire. Basta farli parlare. Basta saperli ascoltare con la curiosit di un biologo che studia il comportamento dei pesci. C' sempre qualcosa da imparare.
Lavoro per Giovanni Mariani dice. Sono un avvocato. E poi aggiunge: Mariani Costruzioni, la societ per cui lavora anche lei.
Che genere di avvocato?
Quel genere che si chiama quando la faccenda  delicata ed  importante che tutto vada per il verso giusto. Vengo al punto, Mariani ha motivo di ritenere che lei abbia qualcosa che gli appartiene.
Non conosco Mariani. Non di persona, voglio dire.
Cionondimeno lui  convinto che lei abbia qualcosa di suo.
Silenzio.
Cosa si aspetta che le dica? chiedo io.
Chon! esclama lui sorridendo. Cos'altro se non la verit?
Il sentiero che conduce alla casa  deserto, i campi abbandonati. Ci siamo solo noi nel raggio di un chilometro. Che nome  Chon? cambia discorso.  cos anonimo. Sembra cinese. Perch le hanno messo un nome cinese?
Mio padre aveva un amico di Shanghai che si chiamava cos.
Da quello che ho letto sui giornali anni fa suo padre era uno sbruffone e uno spacciatore! se ne esce lui, poi cambia di nuovo argomento, il tono di voce che torna inerte. Mariani  pronto a riconoscerle una certa gratitudine nel caso lei ci dica dove si trovano gli effetti personali che gli appartengono. Vorremmo risolvere la cosa senza fare troppo rumore. Ci pensi, Metro Boy.
Scende i gradini del portico e fa un passo in avanti fermandosi a mezzo metro da me. Il gesto  cos rapido che non ho il tempo di vedere la ginocchiata arrivare. Mi colpisce alla milza con precisione da professionista del pestaggio.
Mi piego in due e resto immobile, sospeso a mezz'aria. Per qualche secondo il sole smette di brillare e il mio corpo di funzionare. Cado in ginocchio, poi finisco lungo disteso nella terra. Il dolore si propaga dal fianco verso il bacino, risale lungo la colonna vertebrale e attacca il collo. Mi fanno male gli occhi, sputo polvere, tossisco.
Al tempo in cui la chiamavano Metro Boy ricordo di aver visto una sua intervista in TV dice. Lei stava rispondendo ad alcune domande quando il suo microfono si sganci accidentalmente dal maglioncino che indossava e la giornalista le si avvicin per aiutarla a rimetterlo a posto, ma lei non le permise di toccarlo. Allontan quella donna con decisione. Disse: Faccio da me!. Nonostante fosse poco pi che un ragazzino il suo tono non ammetteva repliche. Aveva uno sguardo fiero, sicuro di s, tanto che la giornalista si fece indietro tra l'imbarazzato e lo stizzito riprendendo l'intervista dal punto in cui si era interrotta. Quelle tre parole - faccio da me - suonarono come una dichiarazione di guerra al mondo.
Tira fuori dalla tasca del cappotto un cartoncino bianco che sembra un biglietto da visita, poi si abbassa avvicinando il suo viso al mio. Si faccia vivo a questo numero, aspetto ventiquattro ore. Mi sventaglia il cartoncino davanti alla faccia. Se quella telefonata non dovesse arrivare, Metro Boy, sappia una cosa, che dovr essere molto forte e coraggioso, almeno quanto lo  stato anni fa quando la tirarono fuori da quel buco sottoterra.
Infila un angolo del biglietto nel terreno in modo che resti incastrato l davanti al mio viso, poi si allontana facendo a ritroso la strada dalla quale  venuto.
Quando entro in casa il soggiorno  sottosopra. Il divano sventrato e i cassetti rivoltati, i quadri tirati via dalle pareti e le tele strappate dalle cornici.
Mi guardo intorno alla ricerca del Grande libro dell'udito. Per fortuna non  stato toccato. Si trova ancora ai piedi del divano, dove l'avevo lasciato. Da una finestra entra un po' di sole. Mi siedo sul pavimento al centro di un cerchio di luce ad ascoltare il suono del vento. Quando arriva Lara, ore pi tardi,  ormai buio. Mi trova seduto l a terra, immobile, il libro stretto al petto.


56

Lara accende tutte le candele che riesce a racimolare in giro e il fuoco nel camino, poi viene a sedersi sul pavimento accanto a me. Mi toglie il libro dalle mani, toccandolo con grande premura, manco fosse un manoscritto antico.  tutto a posto dice con un filo di voce.
Non lo ! Le racconto ogni cosa: il pranzo con Caesar, la telefonata del Fermo, l'incontro con Avvocato. Voglio che tu non venga pi qui, torna a casa di tuo padre.
Mi fissa senza aprire bocca, come incapace di reagire.
Hai capito quello che ho detto? Tornatene a casa tua! le ripeto. Cos', sei qui per fare un dispetto a tuo padre? Ti piace dormire nelle coperte umide di muffa piuttosto che nei piumoni freschi di lavanda? Preferisci la pizza nei cartoni allo spezzatino servito nei piatti di porcellana?
Lei continua a fissarmi in silenzio.
Insomma, che diavolo vuoi da uno come me?
Uno come te? mi chiede.
Uno a cui hanno fregato la vita il giorno zero. Uno nato con un padre spacciatore e le orecchie di un cane, condannato ogni secondo della propria esistenza a sentire i lamenti di chiunque. Uno che ha visto i genitori lasciarci la pelle a dodici anni, vissuto in un orfanotrofio fino ai diciotto. Uno che ha dovuto sempre cavarsela da solo. Niente reti di sostegno, zero uscite di sicurezza. Tu come lo chiami tutto questo, sfortuna? Io lo chiamo nonsenso!
Silenzio.
Parliamo dei soldi di Mariani, e di quanto sia stato piuttosto facile trovarli nel cassetto di quella scrivania... Questo come lo chiami invece, fortuna? No, anche questo io lo chiamo nonsenso!
Silenzio.
Ecco com' uno come me. Un concentrato di paradossi, incongruenze e scalogne. Nonsenso all'ennesima potenza.
Silenzio.
A volte penso che mettere le mani su quei soldi sia stata la peggiore sventura che potesse capitarmi dico. Torna a casa tua, Lara.
Neanche per sogno risponde.
Le candele disegnano bolle di luce nell'oscurit. La cera cola sui tappeti solidificandosi in piccoli cerchi. Intorno a noi, cocci di vasi rotti.
Questo era sulla porta dice dopo un po', allungandomi un pezzo di carta. Do un'occhiata al biglietto, poi lo infilo nella tasca dei jeans.
Che pensi di fare? mi chiede.
Qualcosa mi verr in mente.
Una bottiglia di whisky ancora sigillata  rotolata in un angolo della stanza.  talmente vecchia che pare stia l da sempre. Anche ora, abbandonata sul pavimento,  rimasta intatta, indifferente a quello che le succede intorno.
Ti fa ancora male il fianco? chiede accarezzandomi la testa.
Soffiami sulle orecchie le dico stringendole la mano.
Calpestio di rami secchi da qualche parte nei campi. Sento dei bisbigli. Cerco di misurarne la distanza dalla casa, ma la consistenza di ogni cosa  nebulosa.
Ancora le sussurro. Il tuo respiro sulle orecchie.
Lo scoppio sul portico illumina la casa a giorno con la maestosit di un lampo, e io ricordo tutto a un tratto ci che ho sempre pensato del fuoco, che ha una voce simile a quella del vento, perch il crepitio delle fiamme  dolce come il fruscio dell'aria.
Quando le finestre esplodono, c'investe una mitragliata di vetri. Restiamo immobili per un tempo infinito, incapaci di fare qualunque cosa, mentre le fiamme si mangiano la casa. Dopo un po' Lara comincia a scuotermi. Mi prende per un braccio e mi aiuta a tirarmi su da terra. Ci trasciniamo fuori della porta sul retro, giriamo intorno alla costruzione in fiamme e restiamo davanti al portico a fissare il fuoco, imbambolati, fino a quando della casa non rimane che uno scheletro.
Dov' il mio zaino? le chiedo.
L'ho preso io,  qui.
E il libro?
Il libro anche.


57

Chiamo, non risponde.
Richiamo, risponde al quarto squillo.
Mi hanno bruciato la casa dico.
Sarebbe a dire? Il Fermo parla sottovoce. Nel telefono, rumore di sedia che striscia sul pavimento, poi porta che sbatte, poi eco di corridoio. Lo sai chi  stato? mi chiede.
I Madia, forse...
Chon, ora non posso parlare, sono in Procura. Vediamoci tra un'ora.
Il parco  deserto oggi. Il vento scuote i rami degli alberi. I tronchi fanno da cassa di risonanza e il frusciare delle foglie si amplifica all'infinito. Splende il sole. Cammino a passo svelto verso il solito posto. Mi sembra di non aver mai visto un cielo cos limpido. Mi sembra di non aver mai vissuto un inverno cos gelido.
Allora, che c'entrano i Madia? chiede Il Fermo.
Gli racconto del karaoke cinese, e poi del ricatto, la richiesta del mezzo milione, le minacce se fossi andato alla polizia.
Perch me ne parli solo ora?
Un po' di tempo fa sono venuto a casa tua, volevo dirti tutto, mi hai mandato via.
Balle! Tornavi il giorno dopo.
Se anche fosse, cosa avresti fatto?
Potevo rispedirli in galera, almeno ci provavo.
Avresti avuto bisogno di prove e di tempo.
Solo scuse! salta su lui. La verit  che dopo tutti questi anni morivi dalla voglia di rivederli in faccia. Tu volevi incontrarli. Altrimenti per quale motivo ci saresti andato? Per questo non mi hai detto niente n prima del karaoke n dopo, quando sei venuto da me.
Siamo seduti sui gradini di pietra che portano all'Osservatorio. Le cime degli aceri si piegano al vento e le riflessioni dei suoni sui tronchi sono come una coperta calda che mi avvolge le orecchie. Poi due passeggini attraversano il prato, un tipo che fa jogging ci sfreccia davanti, il campanello di una bicicletta suona all'improvviso. Mi stringo il giubbotto addosso, tremo, Il Fermo immobile, il cappotto aperto sul davanti, i suoi capelli che fanno le piroette nell'aria, pare indifferente al gelo. Mi soffio fiato caldo sulle mani, lui si fruga in tasca e tira fuori una fialetta di bamba, se ne versa un po' sul dorso del pollice, poi ci mette il naso sopra e se la butta in corpo fino all'ultimo granello.
Cristosanto, e se ti vede qualcuno? faccio io.
Non mi vede nessuno.
Come diavolo fai a lavorare in questo stato?
Fammi un favore, Chon, guarda altrove! dice lui. Guarda il cielo, per esempio. Hai mai visto un cielo cos bello a Milano? Parla piano cercando di scandire bene le frasi, ma le parole gli s'impastano in bocca come se avesse una caramella incastrata tra lingua e palato. Ti sei messo in un bel casino dice scuotendo la testa. Tira fuori dalla tasca un pacchetto di chewing gum. Ne vuoi uno?
Faccio cenno di no.
Si mette in bocca due gomme, prende a masticare nervosamente. I capelli gli ricadono sul viso. Con le dita si massaggia le narici. Che  successo alla casa? chiede.
Qualcuno le ha dato fuoco.
Ma davvero? fa lui. Be', quella stamberga non se la passava tanto bene. Aveva i giorni contati. Questione di settimane e sarebbero venuti a buttarti fuori di l. Magari ora ti trovi un posto decente dove stare. Si volta a guardarmi. Sembra che hai un nido di rondine al posto dei capelli.
Mi passo una mano sulla testa. Ho ancora delle schegge di vetro impigliate tra i capelli, i pantaloni anneriti, il maglione bruciacchiato, anche se il vento si  portato via l'odore del fuoco dai vestiti.
 venuto a cercarmi un tizio ieri dico.
Che voleva?
Ha detto di essere un avvocato.
Mariani non ha perso tempo!
Ha detto che mi danno ventiquattro ore per restituire quello che ho preso.
Ha detto cos?
Pi o meno.
E poi se n' andato come fosse un vecchio amico del liceo?
Non proprio.
Come allora?
Mi ha fatto male, ma non troppo.
Il motivo per cui ti ha fatto male ma non troppo  che sei l'unico che pu dirgli dove si trova la perizia. Quel pezzo di carta per lui  pi importante dei quattrini. Recuperato quello, con tutta probabilit il piano prevede che tu sparisca dalla circolazione.
Potrei averne fatto mille copie di quella perizia, averle gi spedite alle redazioni di tutti i principali quotidiani, o consegnate alla polizia.
Certo, coglioncello, ma in questo momento Mariani non ne ha la certezza e pu solo cercare di recuperare la copia che gli hai portato via da casa, tenerti sotto controllo, capire che intenzioni hai, intimidirti. Per ora ti ha messo alle costole il suo avvocato tirapiedi. Mariani non ha precedenti penali e, per quanto ne sappiamo, nessun legame con la criminalit, ma qui ci sono in ballo milioni di euro, denunce penali, la reputazione di una vita. Ho visto gente perbene fare fuori qualcuno per molto meno.
Sono l'uomo del giorno! I Madia mi bruciano la casa, Mariani vuole farmi fuori, tu mi stai alle costole con la storia dei soldi. Abbozzo un sorriso.
A Mariani ci pensiamo noi.
Pure ai Madia ci pensate voi?
Per questo ci vogliono le prove.
La mia parola non basta?
 la parola di uno che ha rubato seicentomila euro in contanti. Ascolta, Chon. Il PM mi sta col fiato sul collo. Dalle intercettazioni  venuto fuori il tuo nome, quindi sa che un mio informatore  coinvolto in questa storia...
E allora?
Potresti essere incriminato. La cosa si fa delicata. Stiamo montando il caso, ma ci vuole tempo per raccogliere le prove e far partire gli avvisi di garanzia. E il magistrato vuole parlarti.
Io non parlo con nessuno.
Per ora ho preso tempo. Ma non potr tenerlo a lungo lontano da te.
Trova il modo.
Non c' un modo.
Hai avuto quello che volevi.
Sarebbe a dire?
Quella perizia.  la chiave che pu aprirti le porte della citt, ancora una volta, anni dopo China Blue. Monta il tuo caso, goditi il circo e tienimi fuori da tutto il resto.
Stronzate! Dimmi dove sono i soldi e proviamo a risolvere la cosa. Non vorrai darli sul serio ai Madia? Facciamo cos, ti portiamo via da Milano per un po', poi penseremo ai Madia e a Mariani.
E Lara, fate sparire anche lei?
Lara chi?
Una fitta alla testa mi mette al tappeto. Il campanello di una bici a centro metri di distanza  una sparachiodi nella tempia. Per un attimo smetto di respirare, quasi non riesco a parlare.
Larissa Lorenzi dico.
Il Fermo si volta verso di me.
Te la ricordi? faccio io.
S che me la ricordo.
Ci siamo rincontrati per caso.
In che senso vi siete rincontrati per caso?
Qualche settimana fa, nella metropolitana. Non ci vedevamo dal giorno in cui ci trovaste in quel buco.
Chon, che diavolo stai dicendo?
Ti sto dicendo che i Madia potrebbero farle del male.
Il Fermo mi fissa, tira di nuovo su col naso. L'amaro gli sale in gola. Deglutisce. La coca comincia a dargli alla testa. Ha due cerchi neri intorno agli occhi.
Devo andare dico.
Non vai da nessuna parte.
S che vado.
Aspetta, parliamo di Larissa Lorenzi.
La prossima volta.
Allora parliamo dei seicentomila!
Fatti una dormita gli dico.
Mi alzo, mi allontano a passo svelto.
Che ti sei messo in testa, Chon? mi urla dietro a 63 decibel quando ho gi percorso una decina di metri. Il mio libro dice che l'intensit di un suono si riduce di 6 decibel ogni volta che la distanza dalla sorgente raddoppia. Attraverso il prato di corsa e comincio a contare.
Chon, lo so che mi senti... venti metri, 57 decibel.
Ti ha dato di volta il cervello? quaranta metri, 51 decibel.
Vai al diavolo! ottanta metri, 45 decibel.
Smetto di correre, mi metto a camminare.
Squilla il telefono: Numero sconosciuto.


58

Devo vedere il dottore dico.
Ha un appuntamento? chiede la segretaria.
Faccio cenno di no.
Mi lasci consultare l'agenda, vediamo quando  libero.
Non ha capito, devo vedere il dottore ora.
 con un paziente.
Aspetto.
Non potr comunque riceverla oggi!
Fa niente, aspetto lo stesso.
La sala d'attesa dell'ospedale  zeppa di gente. I numeri degli appuntamenti pulsano in progressione sul tabellone elettronico e smistano i pazienti nei diversi studi medici del piano. Zero posti a sedere. Su un tavolo basso, una pila di riviste. Scavando nel mucchio trovo i quotidiani di oggi. Ne prendo uno a caso e mi metto a sfogliarlo. L'articolo  nelle pagine interne, cronaca di Milano.
Ombre su Millennium City?
La Procura non conferma n smentisce.
Milano - Sono ombre livide quelle che si allungano sulla Torre Ghiaccio e sulla Torre Vento, centro direzionale di nuova costruzione a due passi dal centro. Solo voci di corridoio per ora, ma fonti vicine alla Procura parlano d'indagini in corso da parte del Nucleo Investigativo di Milano su presunte irregolarit avvenute nella gestione del cantiere.
Secondo indiscrezioni emerse nel corso della giornata di ieri, la Procura sta cercando di accertare la fondatezza dei sospetti. Massimo riserbo da parte degli inquirenti sulla natura delle anomalie oggetto d'investigazione, ma sembrerebbe trattarsi di possibili sostanze inquinanti presenti nel sottosuolo e di bonifiche del terreno troppo superficiali o non conformi al piano scavi originale. In attesa degli sviluppi dell'inchiesta l'area potrebbe essere sottoposta a sequestro.
Ricordiamo che Millennium City prevede la costruzione di due torri a destinazione direzionale per una superficie complessiva di 80.000 mq tra uffici, auditorium, negozi e un centro sportivo. Il cantiere sar ultimato entro l'estate. La commercializzazione degli spazi  gi in corso, affidata in co-agency a due giganti della consulenza immobiliare, Jones Lang LaSalle e CBRE. Locate a oggi in pre let circa il 30% delle superfici disponibili.
Ines Montella, CEO di Lions Incorporated Italia S.p.A., developer real estate che ha gestito la realizzazione del progetto, ha cos commentato le voci diffusesi nella giornata di ieri: Abbiamo appena siglato un accordo da due miliardi di euro col Fondo Sovrano del Qatar che ha rilevato una quota del progetto. Millennium City  il nostro orgoglio, nonch una delle maggiori operazioni di sviluppo immobiliare promosse a Milano negli ultimi anni, un progetto che rappresenta la perfetta convergenza tra interessi privati e pubblici. Ci teniamo a ribadire che la gestione del cantiere  avvenuta secondo principi di massima correttezza e trasparenza. Restiamo a disposizione della Procura per eventuali accertamenti.
Leggo l'articolo, lo leggo per la seconda volta. Metto via il giornale, ne prendo un altro. Si libera un posto, vado a sedermi. Apro le pagine di cronaca. Trovo altri titoli, trafiletti, accenni alla fuga di notizie sull'indagine del Fermo.
Veleni nel sottosuolo di Millennium City?
Livelli oltre i termini di legge, l'ecomafia delle bonifiche.
E poi:
Torre Ghiaccio e Torre Vento, verifiche light.
Dov'erano gli enti deputati al controllo dell'impatto ambientale quando era tempo di autorizzazioni?
Ancora:
La nuova Milano, le garanzie di Lions Incorporated Italia S.p.A.
Nessuna irregolarit dichiara il CEO del developer real estate.
Si apre una porta. Dottore mette il naso fuori del suo studio e dice qualcosa alla segretaria. Salto su dalla sedia e gli vado incontro. Mi vede, sembra ricordarsi bene di me. Chon Cimmino! Mi squadra dalla testa ai piedi con aria perplessa.
Ho bisogno di parlarle.
Dovevamo vederci oggi?
No, ma vorrei parlarle lo stesso.
Lancia un'occhiata interrogativa alla segretaria, lei scuote la testa.
Per favore... dico.
Ho solo cinque minuti risponde.
Mi fa strada nel suo studio, poi si chiude la porta alle spalle. Restiamo in piedi. Non dice nulla, aspetta che sia io a parlare. Odora di fumo come l'altra volta, ma anche di menta.
Mi sembra di stare sempre peggio spiego. Ho mal di testa tutto il giorno. Non  l'emicrania di sempre, ma un dolore che mi spacca le tempie. E poi non riesco a dormire e i rumori mi danno pi fastidio del solito.
Mi ascolta, poi scuote la testa. Gliel'ho detto, Chon, dobbiamo fare altre analisi. Una sola visita non basta.
Non c' tempo.
Che vuol dire che non c' tempo? ribatte con l'aria di non capire. La sua sindrome presenta una sintomatologia molto peculiare. In letteratura non esistono casi simili. A quanto ne so il suo disturbo potrebbe addirittura essere unico al mondo! Non sono in grado di aiutarla se non ho un quadro chiaro della situazione. Ho bisogno di consultarmi con altri specialisti.
Allora mi dia qualcosa che mi faccia stare meglio subito, pillole per dormire o gocce per l'ansia!
Impossibile risponde perentorio. Non sono uno psichiatra. E comunque non posso prescriverle nulla in assenza di ulteriori indagini. Quello che posso fare, invece,  ricoverarla oggi stesso qui in ospedale e tenerla sotto osservazione.
Di restare qui non se ne parla rispondo.
Faccio per andarmene.
Lui cerca di trattenermi per un braccio.
Perch non vuole restare, Chon? Me lo dica!
Mi libero dalla presa.
Mi lasci almeno un suo recapito, per poterla rintracciare.
Vado via senza aggiungere altro.


59

In farmacia, la tipa in fila prima di me ha la fronte sudata, un cappotto di pelliccia rosso e le pantofole ai piedi. Si gira pi volte nella mia direzione lanciandomi occhiate diffidenti. Quando arriva il suo turno si fa avanti verso il bancone, poi si volta di nuovo per assicurarsi che io resti a distanza dietro la linea gialla sul pavimento. Faccio un passo indietro e guardo altrove.
Prego dice il farmacista.
Lei gli racconta che ha avuto una crisi di nervi. Ho persino picchiato il gatto,  assurdo, io adoro il mio gatto, non gli farei mai del male! Sostiene che il gatto le ha graffiato il divano, e quindi lei gli ha dato un calcio. Da quel momento ha iniziato a sudare e ora si sente come se le stesse esplodendo il petto. Vorrebbe del Lexotan, dice. Gocce per calmarsi. O dello Xanax. Qualunque cosa che possa farle passare il batticuore. Parla a voce bassa con la mano davanti alla bocca.
Vorrei andare l e dirle di mettersi il cuore in pace, perch anche se bisbigliasse appena e io uscissi di qui e girassi l'angolo della strada continuerei a captare le onde sonore emesse da quel buco che si ritrova in mezzo alla faccia.
Una fitta di dolore mi trafigge le tempie. Chiudo gli occhi e mi appoggio a un espositore di creme. L'espositore traballa e un paio di scatole precipitano sul pavimento. Mi chino a raccoglierle per rimetterle al loro posto. Si tratta di prodotti anticellulite. I corpi galleggiano flessuosi sulle confezioni, in una luce bianca che pare sacrale.
La tipa tira fuori il portafogli dalla borsa e prende dei soldi. Allora, pu darmi queste gocce? chiede.
Il farmacista la invita a tornare con la prescrizione del medico.
Lei sostiene che il suo medico non risponde al telefono e lo prega di fare uno strappo alla regola. Per favore dice.
Lui le spiega che non pu fare alcuna eccezione.
Lei ribatte che gli porter la prescrizione l'indomani.
Lui non cede, lei insiste.
Lui la invita a farsi da parte.
Lei si mette a frignare. Le trema la mano mentre rimette il portafogli nella borsa. Lui le ripete che non pu aiutarla e la prega di lasciare il posto a qualcun altro. Lei si gira indietro ancora una volta per vedere se la sto guardando. Torni con la prescrizione del suo medico conclude lui. Lei inforca gli occhiali da sole con furia ed esce dalla farmacia in una nuvola di peli rossi, strusciando le pantofole sul pavimento.
 il mio turno.
Prego dice il farmacista.


60

Il cielo  nero, la foschia bassa.
Il cantiere pare un cimitero di vetro e cemento. Da una grata su un terrapieno viene fuori del fumo bianco. Le luci delle torri sono tutte spente. La finestra di Caesar, invece, brilla nel buio.
Batto il pugno sulla porta. La sua faccia maya spunta tra le tendine della finestra, a controllare chi sta bussando, poi mi fa entrare e chiude a chiave.
A telefono sembravi nervoso dice.
Metto gi lo zaino e sprofondo nel divano senza levarmi il giubbotto di dosso. Ce le hai ancora quelle pillole che ti hanno dato al pronto soccorso? gli chiedo. Quelle per l'ansia.
S, perch?
Ho bisogno di qualcosa che mi faccia dormire per un po' di ore. In farmacia vogliono la prescrizione di un medico, ma io non ce l'ho.
Caesar prende una scatolina dal cassetto della scrivania. Queste ti mettono a nanna! esclama lanciandola nella mia direzione.
L'afferro al volo,  una confezione di Xanax, ancora sigillata. Posso mettere il telefono in carica? gli chiedo.
Caesar m'indica una presa elettrica sulla parete rossa, quella che si  dipinto in ricordo del monastero di Santa Catalina dove era stato da piccolo. Apro lo zaino, prendo il caricabatterie e infilo la spina nella presa.
Avvocato di Mariani  venuto anche oggi a chiedere di te dice Caesar. Tira brutta aria qui. Prima c'erano giornalisti con telecamere, aspettavano Montella. Lei per non si  vista. Hai letto giornali oggi?
Faccio cenno di s.
Perch non ti lavi? fa lui. Hai aria di uno che ha dormito su marciapiede.
C' un lavandino in un angolo. Mi avvicino per guardarmi allo specchio. Ho la barba di due giorni, il maglione blu ancora chiazzato di bruciature. Mi do una sciacquata alla faccia, poi vado a buttarmi di nuovo sul divano.
Oggi Caesar sembra gi di corda. Ha la solita maglietta a maniche corte, uno sciame di croste sulle braccia e la testa altrove. Lo capisco dagli occhi tristi anche quando sorride. Mentre parla gli pulsa il muscolo sullo zigomo. Se sta zitto gli trema una palpebra. E tu cos'hai? gli chiedo.
Mi indica una delle foto attaccate al sughero sulla scrivania,  l'immagine del nipote appena nato. Mi ha chiamato mia figlia, dice che bambino ha problema a polmoni. Malformazione, si dice cos? Insomma, respira male! Lo hanno messo in incubatrice, ma devono operarlo. Vorrei tornare a Lima, ma non posso lasciare lavoro ora dice. Indica il thermos sul fornello elettrico. Ho appena fatto caff, vuoi?
Faccio cenno di no.
Restiamo in silenzio per qualche minuto.
Mi dici una cosa? chiedo io dopo un po'.
Certo, amigo!
Me lo racconti di quando sei stato al monastero di Santa Catalina?
Sorride, si d una grattata alle braccia, poi comincia a parlare con gli occhi che gli luccicano come vetro opalino al sole. Quel giorno c'era anche mio cugino, aveva undici anni, due pi di me. Mentre stavamo entrando in monastero chiedemmo a mia madre se noi due potevamo restare l fuori a giocare a calcio. Lei non voleva, ma noi insistemmo e promettemmo di non muoverci. Alla fine disse di s, ma invece di aspettarla a ingresso mio cugino e io scappammo via e andammo in paese, rubammo due biciclette e girammo per strade tutto pomeriggio pedalando come matti su marciapiedi. Ci fermammo in negozio e rubammo cartoline di monastero e tavolette di cioccolata, poi ci nascondemmo in parco e facemmo patto. Decidemmo che da grandi avremmo aperto ristorante insieme a Lima. E ridemmo con lacrime a occhi, pensando a nostro ristorante e a faccia di negoziante quando ci aveva visto correre via con cartoline e cioccolata. Nel frattempo mia madre aveva chiamato polizia e ci stavano cercando per tutto paese. Ci trovarono ore dopo seduti su panchina di parco con mani ancora sporche di cioccolata. Alla fine prendemmo sacco di botte, monastero lo vedemmo solo in cartolina e ristorante mai aperto, ma ci rest ricordo di risate e nostro sogno. Ecco come andarono cose! E ogni volta che guardo mia parete rossa mi viene in mente pomeriggio con mio cugino. Si chiama Pedro.
Provo a immaginare Caesar bambino. Lo stesso di ora, ma in formato ridotto. Massa di capelli neri e corpicino tutto muscoli. Un cingolato da guerra in miniatura.
Devo andare dico.
Io guardo lui, lui guarda me. Insiste: Resta altro minuto! Sai che sei stato prima persona che ho conosciuto a Milano? Mi aiutavi sempre con italiano. Mi prendevi in giro perch articoli non mi entravano in testa. Restavi con me in cantiere fino a tardi e mi facevi esercitare con verbi. Poi mi dicevi parola e io dovevo dire articolo giusto, ma io dicevo sempre quello sbagliato, ricordi? Invece con verbi ero bravissimo.
Sorrido, faccio cenno di s. Mi dispiace molto per il tuo nipotino. Spero che con l'operazione si risolva il problema dico. Meglio che vada, ora.
Caesar prende un sacchetto dalla credenza e l'infila nel mio zaino. C' pane qui dentro, se ti viene fame. Ciao, cazzone combina guai!
Metto lo zaino sulle spalle e lo Xanax in tasca, poi filo via e mi dileguo nella foschia ancora bassa.


61

Il cavalcavia  deserto.
In verit, pi che un cavalcavia  un ponte, perch sotto ci passano i binari della stazione Garibaldi a segnare il confine tra i quartieri Isola e Brera.
Da una parte, edifici malandati, jazz bar e botteghe artigiane, osterie shabby chic e una distesa di palazzine basse, accalcate intorno alle torri del Bosco Verticale. Dall'altra, le nuove residenze di Porta Nuova mischiate ai palazzi storici del centro con le gallerie d'arte nei cortili, piani nobili e negozi griffati. Dai night club di corso Como si solleva un brusio indiavolato. I grattacieli di fronte, invece, sono muti dopo la chiusura degli uffici, monoliti di vetro che intercettano le luci della citt come piani a specchio.
Mi siedo sul marciapiede e butto gi tre compresse di Xanax una dietro l'altra. Mangio un po' di pane, bevo un sorso d'acqua. Fisso i graffiti sul muro dall'altro lato del ponte. Sfoglio qualche pagina a caso del Grande libro dell'udito, poi lo rimetto nello zaino come fosse una reliquia, perch dopo l'incendio di ieri notte non c' nient'altro che possieda al mondo, a parte i vestiti che indosso. Di sotto passa un treno e, come sempre quando sento lo sferragliare sui binari, mi viene in mente Lara.
Mi vibra il cellulare nella tasca del giubbotto.
Sul display: Occhi di husky.
Dove sei? gli chiedo.
In macchina, sto guidando.
Vai a casa?
La vendo la casa!
Un'auto mi sfreccia davanti rombando a 75 decibel.
La odio quella casa! riprende lui.  Lucia che l'ha arredata con quei mobili moderni del cazzo. Pare un ospedale. Io non ci resto a vivere da solo in un ospedale. Ha la voce impastata. Le parole gli rotolano in bocca.  sbronzo o fatto di coca, forse entrambe le cose. Oggi mi sono arrivate le carte del divorzio. Sulla busta c' il nome di uno studio legale del centro. Mi sa che devo prendermi un avvocato anch'io.
Lo sento singhiozzare nel telefono.  un pianto sommesso, quasi trattenuto. Scusa dice. Tira su col naso. Oggi abbiamo fatto irruzione in un appartamento di via Padova con quelli dell'antidroga. Un branco di ragazzini salvadoregni che giocavano a fare i gangster. Si prendevano a coltellate per strada, si dividevano le piazze dello spaccio con i marocchini, taglieggiavano i negozianti. Doveva essere una cosa di routine, e invece uno di questi coglioncelli fatti di crack mi ha puntato addosso una pistola. Ho fatto fuoco e lui ci  rimasto secco. Tira di nuovo su col naso. Per farla breve, la sua pistola era scarica e il coglioncello aveva quindici anni. Ho sempre avuto un'ottima mira. Mai una volta che abbia pisciato un tiro, cazzo! Oggi ho mirato alla spalla, invece l'ho preso in piena faccia. Non ci stavo con la testa.
Sta zitto per un po'.
Chon.
Cosa?
Tu non piangi mai?
Perch me lo chiedi?
Perch non ti ho mai visto piangere, neanche il giorno in cui hanno fatto fuori i tuoi.
Una bici passa sulla pista ciclabile. La seguo con lo sguardo fino a quando non sparisce al di l della curva. Oggi non mi chiedi dei soldi di Mariani? faccio io.
'Fanculo ai soldi!
Continua a singhiozzare.
Stai ancora guidando? gli chiedo.
No, mi sono fermato in un parcheggio.
Silenzio.
Ricomincia a parlare: Ieri ho visto su YouTube uno di quei documentari sugli animali. Parlava degli albatros. Diceva che questi uccelli hanno un'unica compagna per tutta la vita e si accoppiano solo con lei. Per non stanno sempre insieme, a volte si separano anche per lunghi periodi. Durante quei mesi se ne vanno in giro a fare i fatti loro, ma alla fine tornano sempre dal compagno o dalla compagna della vita e ci si accoppiano ancora, e ancora, fino alla morte. Tossisce. Non so perch ti sto raccontando questa storia.
Di nuovo silenzio.
Sei ancora l? gli chiedo. Non risponde. Ehi, parlami.
Non dice pi una parola, ma lo sento singhiozzare a lungo nel telefono, e continuo a sentirlo singhiozzare mentre me ne sto seduto sul marciapiede a fissare i grattacieli di fronte e finisco il pane rimasto, e un aereo taglia in due il cielo da qualche parte sopra le nuvole. Continuo a sentirlo singhiozzare anche quando mi rannicchio a terra, bombato di alprazolam e ansiolitici, e l'ansia cala e il sonno monta e il murmur si acquieta. E continuo a sentirlo singhiozzare fino al momento in cui finalmente mi addormento.
Quando apro gli occhi Lara  seduta sul marciapiede di fronte. Suona la chitarra cantando un pezzo di Joni Mitchell.  una melodia dalle note dolci. Il suo canto vola leggero sui binari.  quasi l'alba. Quando finisce si alza, attraversa la strada di corsa e viene a sedersi accanto a me. Pensavo non ti svegliassi pi dice. Lancia un sassolino di sotto, e il sassolino finisce sui binari con un tonfo metallico.
Come sapevi che ero qui? le chiedo.
Me lo hai detto tu quando mi hai chiamato ieri sera.
Non ricordo di averti chiamato ieri sera.
Be', lo hai fatto! risponde. Ehi, hai mangiato qualcosa? Apre la borsa e tira fuori un Twix. Met lo tiene lei, met lo allunga a me. Fa cos freddo che il biscotto  una pietra. Lo sento sbriciolarsi tra i denti mentre mastica. Ti ricordi quanti Twix ci siamo fatti fuori nella metro anni fa? dice ridendo.
Per non parlare dei Duplo rispondo.
Dei Triplo, vorrai dire...
Ripenso a quei giorni, ed  come se fosse accaduto ieri.
Non ricordo di averla cercata poche ore fa, eppure ogni dettaglio di quei mesi passati insieme nella metropolitana  scolpito nella mia memoria. L'edicola-cambusa odorava di sigarette e cioccolato, l'astronave-madre puzzava di urina o detergente, a seconda dell'ora, e le navicelle-treno sputavano fumo che sapeva di ferro, eppure noi ci sentivamo sul tetto del mondo. Il biglietto che hai trovato sulla porta di casa l'altra sera, prima dell'incendio le dico. Ricordi?
S, mi ricordo.
C'era scritto un numero di telefono. Era dei Madia. Li ho chiamati, vogliono vedermi di nuovo dico.
Il sole sta sorgendo. In questo momento il cielo  una bolla di luce pallida. Di sotto sfreccia un treno. Davanti ci passa una bici. La gonna di Lara si solleva mossa dal vento scoprendole le cosce bianche.
Perch indossi sempre la stessa gonna? le chiedo.
Mi piace risponde come se fosse la cosa pi ovvia del mondo. Ehi, Chon!
Dimmi...
Ho un'idea.
La guardo, ha una strana smania negli occhi.


62

Che diavolo gli  successo? mi chiede indicando il libro.
Il ragazzo dietro al bancone della biblioteca ha una voce stentorea, tutta allegra, ogni parola un rombo di tuono. Mi fissa con aria interrogativa. Davvero vuoi restituirlo? dice. D un'altra occhiata al timbro sbiadito sulla copertina. I bordi del libro sono anneriti, in alcuni punti strappati. Ne sfoglia qualche pagina, si accorge che parecchi brani sono sottolineati. Sicuro di averlo preso qui alla biblioteca di via Melzo?
Sicuro faccio io.
Quando?
A dicembre di quattordici anni fa. Era il cinque o il sei del mese, non ricordo con precisione.
Il ragazzo sgrana gli occhi. Ce ne hai messo di tempo per leggerlo!
Non devo avere un bell'aspetto dopo l'incendio, un giorno passato a vagabondare e la notte su un marciapiede. Lui mi fissa incuriosito, in attesa che sia io a dire qualcosa, ma non ho nulla da aggiungere. Capisce che faccio sul serio. Aspetta, vado a vedere se trovo la scheda in archivio dice alla fine, poi sparisce dietro i raccoglitori.
Torna dopo qualche minuto. Le schede che abbiamo qui arrivano fino a un massimo di dieci anni fa. Quelle degli anni precedenti sono state portate in magazzino. Non abbiamo pi nulla su questo volume qui... Fa spallucce. A questo punto tienilo pure, nessuno verr a reclamarlo!
No, preferisco restituirlo rispondo io.
Il ragazzo ha capelli ricci, biondi, lunghi. Indossa dei jeans che gli cadono bassi sulle anche e una felpa sbrindellata con la figura di un orsetto. E scarpe da basket. E braccialetti colorati ai polsi. Sulla scrivania dietro il bancone c' un libro aperto su una pagina zeppa di formule e grafici simili a strutture reticolari.
Che cosa studi? gli chiedo.
Tecnica delle costruzioni. Faccio architettura! tuona tutto contento. Ho un esame settimana prossima.
Al Politecnico?
Fa segno di s. Questo lavoro ha un sacco di tempi morti, perch non viene molta gente qui durante il giorno, e mi permette di studiare. All'inizio volevo fare il guardiano notturno in qualche garage, ma poi ho trovato questo annuncio come segretario in biblioteca e ho preso l'occasione al volo.
Non  male come lavoro dico io.
No, non lo . Stare qui mi piace, e poi questa palazzina  bella. Il ragazzo sembra avere voglia di parlare.  una costruzione liberty. Un tempo c'era il cinema Dumont qui, uno dei primi di Milano, rimase aperto fino agli anni Trenta. Vede che fisso l'orsetto sulla sua felpa. Sorride.  Totoro, lo conosci?
Faccio cenno di no.
 il protagonista di un film d'animazione giapponese dice. Totoro  un incrocio tra un orsetto e un procione, uno spirito buono che fa da custode della foresta. Il film  bellissimo, devi vederlo! Ha vinto un sacco di premi. Lo ha fatto un regista che si chiama Miyazaki.
Vorrei andarmene, ma i miei piedi sembrano incollati al pavimento. Mi piacerebbe dire qualcosa a questo ragazzo che mi fissa raccontandomi di Totoro e del cinema Dumont, ma dalla bocca non esce niente. Mi guardo intorno. Il bancone all'ingresso sembra lo stesso di allora, e anche la posizione dei classificatori sul retro. Allungo lo sguardo all'interno della sala. I tavoli per la consultazione sono tutti vuoti, compreso l'ultimo in fondo. Era l che mi mettevo a far scorrere le pagine affinch l'aria mi accarezzasse le orecchie, il cappello di lana sempre calato sulla fronte.
Il ragazzo se ne sta davanti a me con una certa flemma. Parla lentamente, come se tutto il tempo del mondo fosse suo. E tu che fai? mi chiede.
Sono un operaio.
Lavori in un cantiere?
S, faccio il saldatore. Allora okay per il libro, posso lasciartelo?
Annuisce.  un libro vecchio, ma gli trover un posto qui dentro.
Puoi sempre fargli una nuova scheda.
Certo! ribatte lui. Oggi potrebbe essere il primo giorno della sua seconda vita. Il grande libro dell'udito, giorno zero!


63

Anche la ragazza all'ingresso di Nobu mi squadra da capo a piedi. Ai suoi occhi devo avere l'aspetto di uno squatter, il maglione bruciacchiato, il giubbotto che puzza di fumo e il cappello sulla fronte.
Mi segua dice. L'accompagno al tavolo.
La sua voce  un sussurro a 20 decibel. Se non avessi orecchie da pipistrello dovrei chiederle di ripetere quello che ha detto. L'abito lam le sventaglia morbido sulle cosce mentre mi fa strada all'interno ondeggiando tra i tavoli.
Una volta dentro perlustro la sala.
Atmosfera business chic infarcita di vibrazioni fusion. I camerieri strisciano tra i tavoli silenziosi come gatti, infilando le carte di credito nelle macchinette ciucciasoldi. La penombra impera, indifferente ai cicli solari. Vinni e Michi papponeggiano a un tavolo d'angolo bevendo un prosecco in attesa del pranzo.
La ragazza mi fa strada, poi sparisce.
Eccoti! esordisce Vinni. Ti aspettavamo. Si alza e mi assesta una pacca sulla spalla neanche vedesse un vecchio amico, poi si rimette a sedere accanto al fratello.
Dai tavoli si solleva un brusio dalle frequenze costanti. A quattro metri da me, sulla sinistra, un uomo abbaia qualcosa a proposito di un viaggio che  stato annullato. Da qualche parte alle mie spalle una vecchia ha perso un oggetto di famiglia, e se ne lagna. Una ragazza cinguetta carinerie al fidanzato nell'angolo opposto della sala.
Che fai l impalato? Siediti! ordina Vinni con quella sua vocetta garrula. Prendo posto su una sedia di spalle alla gente. Come sempre, preferisco non vedere le loro facce, condannato mio malgrado a sentire il rumore delle loro bocche.
Ehi, girocollo blu, ti abbiamo chiamato un sacco di volte ma tu non rispondi mai, cos abbiamo dovuto attaccare un'altra volta un biglietto alla porta di casa tua dice Vinni piluccando un'oliva. Sputa il nocciolo nel palmo della mano e lo infila in un tovagliolo di carta. Meglio cos, noi preferiamo i metodi di una volta, non c' niente di pi sicuro di un pezzo di carta e di una penna. Non ci piacciono questi cellulari. Siamo andati dentro che ci mandavamo i fax, oggi invece vedi la gente parlare da sola per strada dentro cuffiette per la musica. Il mondo si  girato sottosopra e noi non ce ne siamo neanche accorti mentre facevamo avanti e indietro nel cortile della prigione.
Come l'altra volta al Cuba Club, a parlare  il fratello secco. Quello grosso annuisce e basta. Vuoi ordinare qualcosa? mi chiede Vinni. Faccio cenno di no. Vengo subito al punto dice. Devi tenere a bada lo scimmione!
Denti che masticano, bocche che deglutiscono, microschianti che mi mitragliano le orecchie, tipo proiettili a salve.
Dita che digitano pin sulla macchinetta del POS, bip bip che mi solleticano i timpani, come pigolii.
Musi! continua Vinni. Quello che chiamano Il Fermo. Il giorno stesso in cui siamo usciti di galera  venuto da noi. Non abbiamo fatto in tempo a fare la prima pisciata nel cesso di casa che lui era gi l a passarci il rotolo di carta igienica.
Mentre parla continua a mangiare olive, una dietro l'altra. Si scola tutto il prosecco che ha nel bicchiere, e il cameriere accorre a versargliene dell'altro. Te la faccio breve dice Vinni. Musi ci ha detto dove trovarti. E poi ci ha proposto l'affare. Anzi, in verit l'affare non ce l'ha proposto, ce l'ha imposto!
Michi il grosso fa segno al cameriere di portare una nuova bottiglia, nel suo consueto silenzio. Vinni invece non smette di parlare, mangiare olive e bere. Secondo l'accordo dovevamo chiederti cinquecentomila euro. La met di questi soldi sarebbe andata a lui. In cambio ci avrebbe assicurato una certa libert di movimento... Ha detto che ci avrebbe lasciato curare i nostri affari senza intralciarci cos da rimetterci in pista dopo tutti questi anni passati al fresco. Noi gli abbiamo chiesto come diavolo avresti fatto a tirar su cinquecentomila euro in cos poco tempo, ma lui ci ha tenuto a ribadire che sei un tipo in gamba, pieno di risorse, e che avresti saputo come procurarti i soldi.
Arriva un cameriere con la bottiglia. Ne arriva un altro con le ordinazioni. Quest'ultimo poggia le pietanze sul tavolo lentamente, enunciando il nome di ciascun piatto con tono solenne.
Tartare di ricciola.
Filetto di salmone teriyaki.
Insalata di carciofi con salsa dry miso.
Ostriche kataifi.
Per finire, filetto di manzo al pepe di wasabi.
A Michi tocca il filetto. La carne sfrigola nella padella. Il vapore che sale dal piatto gli ammanta la faccia e la pelle del mento gli diventa tutta lucida.
Mi scoppia la vescica. Devo andare in bagno dico.
La toilette  buia. Nell'aria, profumo di viole. Mi gira la testa. Faccio di tutto per centrare il water, ma il getto schizza sul bordo. Pulisco la tavoletta alla bell'e meglio con un po' di carta igienica. Si muore di caldo qui dentro. Ho ancora il giubbotto addosso. Mi lavo le mani con un sapone che odora di zenzero. Mi guardo allo specchio. Note di una musica lounge aleggiano in filodiffusione. Mi accorgo che ho una macchiolina marrone sul collo. Mi avvicino allo specchio per vedere meglio.  sangue rappreso. Me lo lavo via con un po' di saliva.
Ti dicevo dello scimmione riprende Vinni quando torno al tavolo. Be', l'accordo del fifty fifty non ci sta pi bene! I soldi li vogliamo tutti per noi. Quel tipo  fuori di testa, la coca gli ha bruciato il cervello. Sappiamo che  pieno di debiti fino al collo.  diventato pericoloso. E a noi non piace fare accordi con i poliziotti pericolosi.
Non  un poliziotto,  un carabiniere dico io.
 uguale, non ci piace lo stesso fa Vinni, poi abbassa la testa sul piatto con fare riluttante. Annusa il salmone senza toccarlo. Quindi trova il modo per levarcelo di torno. Se ti vuole mungere dei quattrini vedetevela tra voi, fatti vostri! Per quanto riguarda il nostro accordo, sono passate cinque settimane da quando ci siamo visti al Cuba Club. Ieri il tuo carabiniere  venuto da noi e ci ha detto che tu i soldi ce li hai. Come te li sei procurati  affare tuo, ora per muovi il culo e portaceli, cos chiudiamo la faccenda.
Michi non smette di mangiare.
Finito il manzo, si concentra sui carciofi.
Mi volto indietro a guardare la sala: niente finestre, zero lampadari. La luce s'irradia da un reticolo di tagli sotto il soffitto, metafisica. Sbuca fuori dalle rientranze delle pareti scivolando sugli arredi e colorando lo spazio di una sfumatura bluastra. Resto zitto. Cerco di mettere insieme i pezzi, tutte le informazioni al loro posto. Torno a guardare Vinni e Michi. Anche le loro facce sono bluastre.
Qualcuno in cucina fa cadere una pentola.
Le frequenze si impennano per un secondo.
Michi spazza via anche il piatto di carciofi.
Perch incontrarci in un posto cos? chiedo.
Cos come? replica Vinni. Non  male! A Michi piacciono i posti pieni di borghesi culistretti.
Un posto pieno di gente, intendo.
 una cosa buona che ci vedano parlare come vecchi amici! esclama Vinni mettendo in bocca un assaggio di salmone. Qualcuno potrebbe pensare che non scorra buon sangue tra noi dopo i casini del passato, eppure oggi siamo qui in questo ristorante di gran lusso a goderci le luci basse e tutta questa gente vestita alla moda con i loro cellulari messi l sulla tovaglia accanto al piatto, come fossero armi pronte a sparare. Vuol dire che siamo stati capaci di mettere da parte il rancore. Giusto, Chon?
Lara dice che il male  sempre pi forte del bene.
Lara dice che i ricordi belli, per quanto meravigliosi, sfumano col tempo. L'incanto svanisce in fretta e la memoria si affievolisce, soffocata dagli anni che passano. Quando ti succede qualcosa di bello, la mente ricorda, ma dopo un po' la pancia dimentica.
Il male invece pianta le radici nella testa e poi germoglia nello stomaco, tossico. Il male attacca gli organi vitali. Infetta l'organismo alterandone l'equilibrio fino a quando hai orecchie per sentire e occhi per vedere. Cos dice Lara.
Un'altra cosa, Chon aggiunge Vinni. Lo scimmione ci ha detto che tu lavori nel cantiere di Millennium City, giusto? Be', Michi ha questo desiderio, vorrebbe vedere Milano da lass. Sul giornale c' scritto che sono le torri pi alte d'Italia.
Michi sta rimestando nel piatto. Mentre mangia un'ostrica si schizza di salsa. Mette gi le bacchette e comincia a strofinarsi il tovagliolo sulla camicia.
Ehi, girocollo blu, mi hai capito? fa Vinni. Te ne stai seduto l con quell'espressione da sfinge senza aprire bocca. A guardarti da fuori sembri il pi schizzato di tutti, lo sai?
Lo fisso senza rispondere.
Insomma, ci fai salire su una delle torri? insiste Vinni.  possibile? Puoi farla questa cosa per Michi?


64

Fuori dal ristorante il freddo  un pugno in pancia.
La cacofonia infuria. La febbre da shopping impazza. Comincio a camminare senza meta. In via Monte Napoleone faccio lo slalom tra buyer, addetti ai lavori e giornalisti, tutti in tiro per la Settimana della moda. Passo accanto a una Ferrari che rosseggia in divieto di sosta davanti alla Scala. Un tram frena di botto un attimo prima di mettermi sotto in via Manzoni.
Mi viene in mente che non mangio da ieri. L'ultima cosa che ho messo nello stomaco  lo Xanax di Caesar. Compro un cestino di pizzette fritte in una traversa accanto alla Galleria, poi vado a sedermi sul sagrato del Duomo.
Tutti vogliono guadagnarci qualcosa in questa storia.
Il Fermo vuole i soldi di Vinni e Michi.
Vinni e Michi vogliono i miei soldi.
Io ho rubato i soldi a Mariani.
Mariani li ha estorti a Montella, ed entrambi se la fanno sotto che lo scandalo venga a galla.
A me, invece, scoppia la testa.
Uno stormo di piccioni svolazza a mezzo metro da terra. Guardo in alto. Ci vorrebbe un po' di pioggia per spazzare via tutte le bugie, ma dal cielo piove solo luce. Gli schizzi di sole colpiscono le finestre dei palazzi intorno rompendosi in un caleidoscopio di riflessi, mentre i minuti passano un secondo alla volta verso il momento della resa dei conti e a me sembra tutto un gioco di specchi.
C' la citt e ci sono io.
C' la collera che monta.
C' la borsa con i soldi, e tutti che vogliono metterci sopra le mani, ma io sono l'unico a sapere dove si trovi, e si trova in un posto dove nessuno andrebbe mai a cercarla.
Infine c' Lara con quella strana smania negli occhi. I suoi occhi tra mille, ora. Sbuca fuori dalle scale della metropolitana e attraversa piazza Duomo camminando verso di me. Il suo cranio liscio pare un teschio. Ha la chitarra a tracolla e la gonna di tulle che le sventaglia sulle cosce, come al solito. Le sue labbra si muovono piano.  tutto a posto, Chon sussurra nella folla.


65

Solo una questione di quattrini, tutto qui dice Il Fermo.
Come tutto qui?
Niente di personale, Chon.
Che diavolo dici?!
Ehi, cambia tono, coglioncello, che oggi non  giornata risponde Il Fermo con gli occhi che sputano fiamme.
Le cose vanno cos.
Il Fermo e Pelato stanno entrando in Procura. Appena li vedo corro loro incontro. Il Fermo dice a Pelato di andare avanti e aspettarlo dentro, e cos ci mettiamo a parlare, lui e io, sulle scale davanti all'ingresso del Palazzo di Giustizia.
La temperatura sale subito. Io ribollo di rabbia, lui nicchia tentando di farmi stare buono, ma io continuo a dargli addosso, a quel punto si scalda anche lui. Gli chiedo come abbia potuto farmi una cosa del genere dopo tutti questi anni. Lui s'imbufalisce e mi chiama per l'ennesima volta coglioncello. Gli salto addosso. Ho le gambe molli, a stento tengo gli occhi aperti dopo una notte passata al gelo, ma riesco comunque ad assestargli una spinta bella potente con tutta la forza che mi rimane in corpo. Lui perde l'equilibrio e cade all'indietro. Pelato, che si trova nell'ingresso del palazzo, se ne accorge e viene fuori di corsa. Ehi, che succede? ringhia mettendosi tra noi.
Il Fermo gli fa segno di allontanarsi. Ci penso io qui, lascia perdere.
L'altro tergiversa per qualche secondo.
Ci penso io! ripete Il Fermo.
Mentre Pelato torna dentro lui si rimette in piedi sistemandosi il cappotto alla bell'e meglio. Un bottone  saltato dall'asola rotolando da qualche parte sui gradini. Quattrini, certo! Cos'altro dice cercando il bottone con lo sguardo.
Hai lasciato che quei due avanzi di galera mi minacciassero per metterti in tasca qualche euro? gli urlo.
Abbassa la voce! salta su lui senza staccare gli occhi dagli scalini. Se i Madia avessero davvero voluto toglierti di mezzo avrebbero chiuso la questione mentre erano ancora in cella.
E quindi?
Quindi non ti faranno certo fuori ora.
E tu ne sei sicuro?
Basta dargli la loro parte.
Ci scommetteresti la pelle?
La pelle no, ma il culo s! risponde. Si mette a ridere di gusto come fossimo vecchi amici di bevute che si stanno dando delle pacche sulle spalle, poi continua a perlustrare i gradini alla ricerca del bottone, fino a quando lo trova, si china a terra per recuperarlo e se lo infila in tasca. Quante storie! I soldi ce li hai, che ti frega se una parte la intasco io? Mi servono.
Fino a ieri dovevo restituirli alla Procura, oggi mi dici di darli ai Madia.
Be', fino a ieri non sapevi come stavano le cose. Per forza dovevo dirti di restituirli alla Procura.
Cristosanto!
Non c' nessun Cristo qui. Ci sono solo io, e la differenza  che lui non ha bisogno di soldi, io s.
Sei un bastardo.
E se anche fosse?
Una Suzuki col serbatoio rosso accosta al marciapiede davanti alle scale del Palazzo di Giustizia. La stessa moto che ho visto accostare al marciapiede a un paio di metri da noi, dieci giorni fa. Anche stavolta, due tizi col casco. Quei due l faccio io indicandoli. Li hai mai visti prima?
Il Fermo si volta a guardarli. Non lo so, non credo, perch? Come sempre nelle ultime settimane ha l'aria stanca e gli occhi gonfi. I capelli gli scendono sulle spalle lunghi e sudici. Il cappotto buono pare sgualcito. Il bottone appena saltato non  l'unico che manca all'appello.
Sei in gamba, Metro Boy dice tornando a guardarmi negli occhi. In qualche modo te la saresti cavata.
Che diavolo stai dicendo?  stato un caso se ho trovato quei soldi a casa di Mariani gli rispondo. Solo un maledetto caso!
A volte ti fai in quattro, ma niente va per il verso giusto. Altre volte invece non muovi un dito, eppure gli eventi si infilano uno dopo l'altro secondo un sistema perfetto di casualit che batte il cinque alla fortuna. Io lo chiamo nonsenso, altri lo chiamano destino. Molti dicono che si tratta di un disegno divino.
E se le mie orecchie non avessero fiutato qualcosa di strano tra Mariani e Montella quel giorno in cantiere? E se Mariani avesse portato i quattrini via da casa prima che io riuscissi a metterci sopra le mani? E se Mariani non fosse andato alla prima di Madama Butterfly quella sera?
Potrei andare avanti per ore.
Basta frignare! dice Il Fermo.
Al di l dell'ingresso Pelato ci fissa. Il Fermo abbassa la voce. Mi punta il dito contro. Ascolta bene, Chon. Ti ho protetto in passato e lo sto facendo anche ora col PM per la storia del furto. Dovrei arrestarti, invece sto facendo i salti mortali per pararti il culo ancora una volta dopo anni.
 tutta da ridere! sbotto io. Che vuoi fare, mettermi dentro per il furto dei soldi che tu vuoi intascarti? Oppure arrestare il tuo informatore numero uno per averti servito il caso dell'anno su un piatto d'argento? La verit  che nel momento esatto in cui ti sei fatto dare da me quel pezzo di carta cominciando a occuparti del caso hai detto addio ai quattrini, che sono diventati di fatto la prova di un reato. Se volevi mettere davvero le mani sui soldi avresti dovuto insabbiare la faccenda, evitando di attirare l'attenzione della Procura sul mezzo milione. Ma tu sei troppo avido, volevi i soldi, ma anche il tuo nome di nuovo sui giornali e la ribalta a tutti i costi!
Se dai la met di quei soldi a me e l'altra met ai Madia trover il modo di aiutarti col PM tirandoti fuori dai guai. C'inventeremo qualcosa. Ci pensa su qualche secondo: Anzi, dalli a me i soldi, tutti i seicentomila, ci penso io ai Madia!.
E se mi rifiutassi di farlo?
Peggio per te.
Dir al magistrato quello che so.
E cosa sai, Chon? Dimmelo!
Che sei un venduto, in combutta con due assassini, strafatto di alcol e droga per la maggior parte del tempo.
Il Fermo avvicina la sua mascella squadrata a pochi centimetri dalla mia faccia. Il suo alito puzza di gin. La voce  furente. Ti ho tirato fuori da quel buco nella metro che avevi le piaghe sulle gambe sbraita puntandomi di nuovo il dito contro. Fino a ieri dormivi in una stamberga con le mura marce. I tuoi vestiti da bravo ragazzo puzzano di muffa. Sei un coglioncello orfano senza arte n parte. La tua sola fortuna  che ci senti come un pipistrello, e non  neanche merito tuo,  stato il caso a volerlo! Nella vita non hai combinato nulla a parte ripulire qualche appartamento. Sono stato io a evitarti la galera dopo la bravata del BancoPosta. Ti ho dato un'occasione facendoti diventare un nostro informatore. E tu che fai ora, mi minacci? Davvero vuoi metterti contro di me?
Mi hai protetto solo perch ti tornavo utile.
E allora? Chi diavolo sei, Biancaneve? Funziona cos nella vita. Io faccio una cosa per te, tu ne fai una per me.
Se non avessi fatto quello che volevi mi avresti spedito in galera. Questo si chiama ricatto. E va avanti da anni.
Be', potevi rifiutarti! Potevi andare in galera e liberarti di me. Invece hai accettato di stare alle mie condizioni. Lo sai perch?
Il Fermo si volta di nuovo verso la strada. La Suzuki  ancora l. Proprio in quel momento la marmitta ruggisce e la moto accelera. La Suzuki s'infila nella corsia del tram, poi sparisce lungo corso di Porta Vittoria.
Il Fermo torna a guardare nella mia direzione. Sei stato alle mie condizioni perch sei un debole dice. Perch non hai le palle per saltare il fosso e assumerti la responsabilit delle tue minchiate. Perch ti fa comodo stare dalla mia parte. Perch sei ancora quel ragazzino segaiolo che si nasconde sotto il letto quando gli altri fanno buh a voce troppo alta. Te lo dico per l'ultima volta, Chon: tira fuori quei soldi e lasciamo le cose come stanno.
Qui non si tratta solo di me.  in gioco anche la vita di Lara.
La vita di chi? ribatte con tono beffardo. Scuote la testa. Io sar pure strafatto di coca, ma a te ha dato di volta il cervello.
Che c' di strano in quello che ho detto? I Madia potrebbero prendersela con lei, persino Mariani a questo punto.
Il Fermo infila la mano nella tasca del cappotto e tira fuori un pezzo di carta ripiegato in due. Tieni dice allungandomi il foglio. L'ho preso dal nostro archivio.  uno degli articoli che finirono in prima pagina dopo l'imboscata di anni fa a casa tua.
Cosa dovrei farne?
Leggerlo.
Perch?
Leggi, Chon!
Prendo il foglio. La mano mi trema. Do un'occhiata all'articolo, giusto il tempo di scorrere il titolo: Agguato in un appartamento di Porta Venezia.
E allora? faccio io alzando lo sguardo.
Allora dimmelo tu, chi  Lara?


66

Lara  mia amica.
Il Fermo insiste. Chi  Lara?
Ma che razza di domanda ? Lo sai chi ! Sei tu che ci trovasti nella metro. Te l'ho gi detto, ci siamo rivisti per caso. C'era anche lei quel giorno all'Accademia di Brera, mi aspettava in cortile mentre parlavo con te sulla loggia. Non te lo ricordi?
Faccio per andarmene.
Mi tira per un braccio. Non c'era nessuno quel giorno ad aspettarti nel cortile dell'Accademia. Sei andato via da solo. Ma, soprattutto, non c'era nessuno con te nella metro quattordici anni fa.
La testa brucia tipo lanciafiamme. Che stai dicendo? Mi trema la voce. E poi che ne sai tu?
So un sacco di cose invece! So che ti trovai in quel buco denutrito, disidratato e pieno di piaghe. So che ti portai in ospedale dove rimanesti per giorni, e che una volta fuori di l ti trovai un istituto per minori dove stare. So che fui io ad accompagnarti a fare le interviste in TV quando scoppi il caso di Metro Boy, e a insistere con quelli della direzione dell'istituto, negli anni successivi, affinch ti tenessero l invece di buttarti fuori, esasperati dalle tue continue alzate di testa. E so che quando uscisti da l, maggiorenne, col tuo solito maglioncino blu da bravo ragazzo, c'ero soltanto io ad aspettarti fuori dell'orfanotrofio.
Il fracasso in strada  cos forte che non riesco a stare in piedi. Mi copro le orecchie con le mani, mi siedo sulle scale.
Il Fermo si mette gi accanto a me. Leggi l'articolo insiste.
Abbasso di nuovo gli occhi sul foglio.
Agguato in un appartamento di Porta Venezia, dice il titolo.
Tre le vittime, dice il sottotitolo.
Chi furono le tre vittime, Chon?
Silenzio.
Te lo dico io chi furono le vittime continua lui. La prima fu Caterina Gaetani, tua madre, faceva la maestra in un asilo nido, aveva trentadue anni, niente male, una bella fanciulla con lentiggini e capelli rossi, ma un pessimo fiuto nello scegliersi gli uomini. La seconda fu Giovanni Cimmino, tuo padre, spacciatore con l'abitudine di fare la cresta sugli incassi, trentotto anni, simpatico ma sbruffone, fosse stato meno arrogante oggi sarebbe vivo. La terza vittima a cadere sotto i colpi dei Madia fu Larissa Lorenzi, che tutti chiamavano Lara e che di anni ne aveva dodici, tua compagna di classe, spilungona, sguardo vivace ma taciturna, figlia di un pezzo grosso di una banca d'investimento, con una madre malata di cancro.
Abbasso lo sguardo.
La mano mi trema, il foglio anche.


67

Le luci dell'albero di Natale brillano, colorando il pavimento di sfumature calde. Lara striscia sotto il divano letto e viene a rannicchiarsi accanto a me. Oggi ha i capelli legati in una treccia che scende dritta sulla schiena gi fino al sedere. Impugna la punta della treccia come fosse un pennello e la allunga verso il ragno facendogli il solletico. Il ragno va a schiacciarsi contro il battiscopa.
Cosa c'? mi chiede. Giornata no?
Faccio segno di s con la testa.
Lei mi soffia sull'orecchio, come sempre quando le dico che ho male alla testa, poi infila la mano nella tasca dei jeans e prende un pacchetto di Big Babol alla fragola. Scarta una gomma e se la mette in bocca. Mastica per un po', poi sputa la cicca facendone una pallina colante di saliva che appiccica a un tubolare della rete.
Dai, che schifo! faccio io.
Lei si mette a ridere. Non sai che la Big Babol  buona solo per i primi dieci secondi? dice prendendone subito un'altra dal pacchetto. Devi masticarla un po', poi sputarla.
Tutto qui sotto odora di Big Babol alla fragola, le sue dita, l'aria, la mia faccia, e le sue labbra sono lucide, appiccicose di zucchero.
Perch non ce ne andiamo al parco? propone.
Quando?
Ora.
Le scarpe di mia madre attraversano il soggiorno e si fermano davanti al tavolo da pranzo. Rumore di piatti. Mio padre  seduto a capotavola.
Non mi va di stare a casa oggi dice Lara. Natale mi mette tristezza.
 pronto da mangiare! dico io.
Chissene... risponde lei facendo spallucce. Si gira su se stessa, si stende a pancia sotto e poggia la guancia sul pavimento. Senti com' freddo. Si mette a giocherellare con la treccia rigirandosela tra le dita. Sul retro della sua felpa c' il disegno di una civetta.  la prima volta che gliela vedo, questa felpa. Nuova? chiedo.
Annuisce. Me l'ha regalata pap. In verit, sarebbe un regalo di mia madre, ma lei non pu uscire in questi giorni, perch non sta bene, cos ha chiesto a lui di andare a comprarla. Gli ha dato l'indirizzo del negozio e gli ha detto quale felpa prendere. Sputa la gomma che ha in bocca, la appiccica al tubolare della rete accanto alla cicca di prima e prende l'ennesimo chewing gum dal pacchetto.
Okay faccio io.
Okay cosa?
Andiamoci, al parco. Anche se non ci sar nessuno oggi, e a quest'ora.
Wow, meglio... Sono tutti tappati in casa a mangiare.
Appena mi passa il mal di testa dico.
Lei mi soffia di nuovo sulle orecchie.
Cinque minuti dico.
Fattelo passare presto, 'sto mal di testa.
Lei striscia fuori e si mette seduta sul divano. La rete si piega sotto il suo peso. Sento le molle scricchiolare a pochi centimetri dalla mia schiena.
Vieni a tavola, Lara? dice mia madre.
Chon, esci da l! urla mio padre. Il brodo freddo fa schifo.
Una fitta di dolore mi attraversa la fronte.
Mi concentro sul ragno.
Il ragno  mio amico, perch non fa rumore.


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La ragazzina si trovava l per caso dice Il Fermo. La madre era stata ricoverata d'urgenza in ospedale e il padre aveva acconsentito che venisse da te per evitare che passasse il giorno di Natale sola a casa. Durante le indagini parlai con i tuoi professori a scuola: dissero tutti che in classe eravate vicini di banco e che passavate un bel po' di tempo insieme. Quel giorno Larissa Lorenzi si trov nel posto sbagliato all'ora sbagliata. Se fosse arrivata a casa tua un'ora dopo oggi sarebbe viva.
Mi scruta, in attesa di una reazione.
Devo andare dico senza battere ciglio.
Tu non vai da nessuna parte.
Ho delle cose da fare.
No, tu vieni con noi!
Pelato  ancora l che aspetta nell'ingresso del Palazzo di Giustizia. Non ci stacca gli occhi di dosso. Il Fermo gli fa cenno di raggiungerci. Pelato viene nella nostra direzione infilando la mano nella giacca come se volesse impugnare un'arma.
Che vuoi fare, arrestarmi? chiedo al Fermo. E con quale accusa?


69

Quando apro gli occhi mi ritrovo in un letto d'ospedale.
Un dottore giovane giovane col camice bianco mi dice che ho dato di matto. Ti dimenavi come un ossesso spiega. Avevi la bava alla bocca. Ti hanno portato qui con la forza. Erano in quattro.
Dottorino puzza ancora di latte, pare fresco di specializzazione, si sforza di fare il gentile e di tanto in tanto sorride. Parla piano illustrandomi i fatti, cerca di mostrarsi accorto con le parole. Dice che sono stato sottoposto a ricovero forzato a tutela della mia sicurezza. In qualunque momento il provvedimento pu essere trasformato in ricovero volontario, dice, ma devo accettare di sottopormi al trattamento sanitario. Dipende sooolo da me, cos dice.
Voglio andare via di qui rispondo.
Impossibile dice.
Provo a muovermi, ma una fascia elastica mi tiene le braccia bloccate lungo il corpo. Il Fermo  in piedi davanti alla finestra. Guarda fuori dandomi le spalle. Chiudi la bocca, Chon. Il giudice ha convalidato il provvedimento. Per almeno sette giorni devi tenere il culo inchiodato a quel letto. Si volta nella mia direzione. Ha il viso graffiato e un occhio nero.
Chi  stato? gli chiedo.
Sei stato tu, coglioncello.
Dottorino continua a parlare. M'infila un ago nella vena del braccio e dice che Lara non esiste. Mi spara un sedativo nel sangue e dice che io sono fuori di testa. Lara  una proiezione della mia mente, afferma, e io sono affetto da una psicosi che causa allucinazioni visive e uditive. Si chiama delirio lucido. Lara sei tu, conclude.
Rispondo vaffanculo.
Rispondo che i matti sono loro.
Lara esiste eccome!
Lara  stata sempre con me nelle ultime settimane.
Il Fermo ribatte che nelle ultime settimane mi ha fatto seguire notte e giorno. Non c'era mai nessuno con te dice. Ti hanno visto al supermercato che farfugliavi per i corridoi con le tasche piene di cibo. Ti hanno visto seduto in una pasticceria che fissavi il tavolo in silenzio, ti hanno visto sfogliare dei volumi di fotografie in una libreria del centro, persino steso sul marciapiede di un cavalcavia. Solo, Chon, sempre solo!
Chiamiamo Lara, sono sicuro che risponder al telefono.
Il Fermo si avvicina al letto e mi allunga il cellulare.
Faccio il numero di Lara.
Il numero della persona chiamata  inesistente.
Dobbiamo fare un patto tu e io dice Il Fermo.  molto importante che tu collabori. Posso aiutarti. Siamo ancora in tempo per metter le cose a posto, se fai come ti dico.
Chiamiamola di nuovo. Vedrete che risponder!
Non c' nessuna Lara dice Il Fermo. Lara  morta il giorno di Natale di quattordici anni fa.
Il numero della persona chiamata  inesistente.
Mi metto a urlare. Continuo a urlare per ore, fino a quando la citt smette di parlare e il mondo di girare.


70

Dieci milligrammi di Tiopental mi mettono a nanna.
Mi sveglio, mi addormento, mi sveglio di nuovo.
Che giorno ? chiedo.

Nessuno risponde. Passano ore, forse giorni.
Ok al trattamento sanitario dico. E allora faccio il bravo. Mi mostro remissivo. Ingollo tutte le pillole che mi danno. Ogni tanto sorrido. Mi tolgono la camicia di forza.
Dottorino entra, Dottorino esce.
E poi quel trillo, tutto il giorno. Pi che un trillo pare il rintocco di una campanella, tipo din. La sorgente si trova a una ventina di metri da me in linea d'aria. Potrebbe trattarsi delle porte di un ascensore, penso, suonano cos ogni volta che si aprono.
Qualcuno traffica nel corridoio appena davanti alla mia stanza. Sono due le voci che sento. Uomini. Colleghi del Fermo, penso. Mi fanno la posta. Le mie orecchie captano le loro chiacchiere, e le chiacchiere mi ballano la rumba in testa mentre mi sveglio e poi mi riaddormento.
Bla, bla, bla, le voci fuori.
Mi portano da mangiare.
Non voglio mangiare.
Lascio il cibo nel piatto.
Ne ho le palle piene di stare qui, Voce Uno.
A chi lo dici?, Voce Due.
Apro gli occhi, un'infermiera porta via il vassoio del cibo, chiudo gli occhi.
Bla, bla, bla.
Passa altro tempo.
Riapro gli occhi, non c' nessuno in stanza, ora.
Bla, bla, bla.
Voce Uno e Voce Due sono ancora fuori della porta.
Devo pisciare, vado in bagno.
Mi prendi un caff?
Voce Due si allontana.
Strappo i cerotti e mi sfilo l'ago dalla vena del braccio. Jeans, maglione e giubbotto sono appesi nell'armadio. Mi vesto di corsa, metto lo zaino sulle spalle, infilo in tasca il telefono, poi allungo le orecchie e mi metto in ascolto.
Din, porte di ascensore che si aprono.
Din, porte di ascensore che si chiudono.
Afferro la sedia che  accanto al letto e la sbatto contro il pavimento, una, due, tre volte, fino a quando la voce rimasta nel corridoio apre la porta e si allunga nella stanza. Cazzo succede qui? chiede Voce Uno, altezza media, corporatura media, barba rossiccia che gli copre mezza faccia.
Gli assesto un calcio tra le gambe con tutta la forza che mi resta nelle cosce. Non si aspetta il colpo basso. Voce Uno si piega in due e si mette le mani sulle palle, il viso dolorante.
Mi fiondo fuori della stanza.
Al capo opposto del corridoio c' un tizio tarchiato che ha tutta l'aria di essere Voce Due. Sta venendo verso di me con un caff tra le mani. Appena mi vede, getta via il caff e mi punta la pistola contro. Fermati! grida.
Io tiro dritto. Lui spara un colpo in aria, ma io mi metto a correre in direzione opposta. Passo davanti a un'infermiera, lei caccia un urlo. Supero gli ascensori. Din, din. M'infilo nelle scale, veloce come una saetta. Scendo i gradini a due a due fino al piano terra, senza voltarmi indietro neanche una volta, lo zaino stretto al corpo. Esco dalla clinica attraverso un'uscita di sicurezza. Arrivato in strada, mi metto a correre pi veloce che posso.
Lara dice che una vita si paga con la vita.
Al diavolo i buonisti, i clementi a oltranza, i giustificazionisti. Il pentimento dell'assassino ha sempre una data di scadenza e se anche fosse eterno non compenserebbe la pena di chi resta a piangere il morto. Il perdono  bicarbonato per stomaci deboli, aiuta a digerire i chiodi, ma la verit  che non c' modo al mondo di rimediare al danno. Chi sostiene di dimenticare mente. Beato chi riesce a lasciar andare.
C' un vago senso di giustizia nella legge del taglione. La vendetta non restituisce il maltolto, ma ristabilisce un equilibrio di senso, e dove c' prospettiva di senso non pu esserci tormento. Cos dice Lara.
ORA
Cosa c' di pi bello di qualcosa che poteva essere ma non  stato? Confessalo. Che muori dalla voglia di sapere come sarebbe stata la tua vita se solo quella volta le cose fossero andate per il verso giusto. Un'esistenza prossima alla perfezione, soltanto se.
Allora fatti male. Tormentati pi che puoi. Prenditela col destino avverso. Mortifica il tuo presente col pensiero dei treni persi, gli errori commessi, i sogni infranti. Macerati nei rimorsi fino ad avere la nausea di te stesso.
A quel punto, tira fuori tutto lo strazio che hai nel cuore e fallo diventare la cosa pi speciale che ti sia mai capitata. Trasforma i silenzi in urlo, il rimpianto in azione, la frustrazione in incanto. E vai a conquistarti il mondo, perch non ti rimane molto tempo.
Quanto a me, c' ancora una cosa che mi resta da fare, qui all'ultimo piano della Torre Vento. La sedia su cui sono seduto continua a traballare. Lara  a cavalcioni sulle mie gambe. Il suo fiato caldo mi bagna le labbra, una bolla di tepore nel gelo. C' aria di neve stasera.
FALLO CHON dice.  TANTO CHE ASPETTI. Cinque parole, che schizzano nell'aria come proiettili. La velocit del suono a zero gradi centigradi  di 331 metri al secondo. SAPEVI FIN DALL'INIZIO CHE SAREBBE FINITA COS dice.
Pigio il tasto.
Il radiocomando cinguetta.
Il detonatore fibrilla.
Inizia il conto alla rovescia.
Tic.
90 secondi.
La carica di C-4  nella feritoia di un pilastro in cima alla Torre Ghiaccio. Ciclotrimetilentrinitroammina. Potenziale di distruttivit: alto. Velocit di detonazione: 8.000 metri al secondo. Sembra un pongo diceva Lara qualche minuto fa mentre modellava i panetti di esplosivo al plastico dandogli la forma di una farfalla. Bisogna mettere una tanica di benzina vicino alle cariche, cos l'esplosione incendier il combustibile facendolo schizzare dappertutto. Allora s che ci sar da divertirsi! Tic.
65 secondi.
I fratelli Madia arrivano a destinazione. Escono dall'ascensore e approdano in cima alla Torre Ghiaccio. Non li vedo, ma li sento. Gli stivali pitonati di Vinni battono le scale con foga mentre salgono l'ultima rampa fino al piano attico. Le suole sbriciolano i granelli di malta sui gradini producendo uno sfregamento simile alla carta vetrata, e io ripenso a quel giorno di quattordici anni fa sulle scale di casa mia, un fruscio morbido che era tutto l'opposto, suole nuove di pacca che scivolavano su marmo levigato.
Arrivati in cima, Vinni e Michi danno un'occhiata alla vista mozzafiato. Si sono portati dietro una pila, vedo dei lampi di luce balenare tra i pilastri. Tic.
53 secondi.
Occhi di husky risponde al primo squillo.
Dove diavolo sei!?
A Millennium City.
Solo?
Con i Madia.
Che ci fai l?
Quello che mi hai suggerito tu.
Sarebbe a dire?
La cosa giusta.
Torna in clinica!
Troppo tardi.
Balle! Sai cosa penso, Chon? Che tutto questo faceva parte di un disegno. Ignoravi come o quando sarebbe successo, ma fin dal momento in cui ti mettesti a parlare con me nel mio ufficio quel pomeriggio di Natale di quattordici anni fa, tu sapevi dove volevi arrivare, ed  qui che volevi arrivare, a oggi. Per anni sei rimasto nell'ombra aspettando che quei due finissero di scontare la pena, e quando quel giorno  arrivato hai fatto in modo di girare gli eventi a tuo vantaggio, aggiustando il tiro di volta in volta a seconda delle circostanze affinch le cose andassero nella direzione che tu volevi. Madia e le loro minacce, Montella e Mariani con i loro soldi, persino me. Ci hai presi tutti per il culo! Ti abbiamo offerto un'occasione su un piatto d'argento e tu ti sei servito il pasto.
Silenzio.
E quindi, Metro Boy, che succede oggi?  il giorno della resa dei conti?
Devo andare.
Non fare minchiate, possiamo ancora mettere le cose a posto. Parliamone, tu e io, seduti sulla nostra panchina al parco.
Non c' pi tempo rispondo, poi chiudo la comunicazione.
Tic.
25 secondi.
Milano sembra taciturna stasera. A quest'ora il murmur  un brusio dalle frequenze basse. Da quass le strade sembrano lame di luce che tagliano i blocchi. Davanti ai miei occhi, un tappeto di palazzi vecchi tra grattacieli e nuovi sviluppi, e poi torri di appartamenti, il Bosco Verticale, CityLife e la nuova Fiera, campanili ovunque. Quintalate di pietre antiche, tonnellate di vetro e cemento. Le nuvole assorbono il chiarore che sale dal suolo e il cielo pare una calotta luminescente.
Tic.
20 secondi.
C' ogni ben di Dio al deposito dei carabinieri.
Irruzioni nei covi dei malviventi, confische di refurtive, fermi di ambulanti. Gli agenti rastrellano tutto quello che trovano e stipano la merce sugli scaffali: esplosivi, panetti di coca, pezzi d'arte importati illegalmente, speedball o crack, pasticche di ogni genere, anfetamine e tranquillanti, anche lingotti d'oro, cianfrusaglie, borse false, persino ricambi di computer e giocattoli che non rispettano le norme di sicurezza.
 come andare al supermercato. Basta entrare dalla porta sul retro e prendere ci che ti serve mi disse Il Fermo una volta, quando mi condusse l spiegandomi come infilarsi dentro senza dare nell'occhio. Lui ci andava regolarmente a fare scorte di bamba.
Quando si accorgeranno che una cassa di C-4 manca all'appello il cielo di Milano sar gi un pandemonio di fuoco e fiamme dice Lara con gli occhi che brillano.
Tic.
10 secondi.
Anche Vinni risponde al primo squillo.
Dove sei, girocollo blu? mi chiede.
Sto arrivando.
Ti aspettiamo.
Problemi a salire fin lass?
Abbiamo fatto come ci hai detto. La porta sul retro era aperta. Abbiamo preso l'ascensore di servizio, poi le scale fino all'ultimo piano dice Vinni. Allora, dove sono i soldi?
Ce li ho io. Cinquecentomila, in contanti.
E il carabiniere scimmione?
Dopo stasera non vi dar pi rogne.
Bravo, Chon! Ora muovi il culo e vieni qui.
 contento Michi del panorama?
Michi  in un brodo di giuggiole. Ora vieni!
Un'ultima cosa.
Cosa?
 bella la vista da lass?
 stellare la vista da quass!
Tic, tic.
1 secondo.
Tutta questione di energia.
Il gas che si espande, la temperatura che frigge, la pressione che schizza alle stelle. Quando l'ultimo piano della Torre Ghiaccio salta in aria a 130 decibel, per un istante tutto  luce e silenzio.
L'onda d'urto frantuma le pareti.
L'onda di risucchio le rade al suolo.
Il bestione di cinquantuno piani freme ma resta in piedi. Una torcia di calore e luce. Le lingue di fuoco si allungano nel cielo e una pioggia di cristalli e detriti taglia l'aria precipitando sul cantiere. Brandelli dei fratelli Madia schizzano dappertutto fondendosi con la polvere. Sangue e cemento, vetro e ossa. La materia non si distrugge, cambia solo di stato. Vinni e Michi resteranno in questo mondo sotto forma di gas e lerciume.
La Torre Vento resiste al botto, ma lo spostamento d'aria manda in pezzi i vetri facendoci fare un volo di diversi metri. Lara e io rotoliamo sul pavimento, la sedia pure. Restiamo immobili per qualche secondo, stretti l'uno all'altra. Quando riapriamo gli occhi, intorno a noi solo calcinacci e vetri, e la Torre Ghiaccio di fronte che fiammeggia nel buio, sventrata dallo scoppio.
Io guardo Lara, Lara guarda me. Siamo malconci, ma interi. Lei ha il viso nero di fumo, un graffio sulla fronte e la gonna a brandelli, ma sorride felice.  TUTTO A POSTO dice.
Dalla tasca del giubbotto prendo le cuffie che lei mi ha regalato e me le piazzo sulle orecchie. Da questo momento in poi galleggio nel silenzio, dolce rumore bianco.
Millennium City  il centro del mondo, ora.
Forze dell'ordine e mezzi di soccorso si riversano nelle strade convergendo verso il luogo dell'esplosione. La torre in fiamme rimbalza in diretta streaming sugli schermi di tutte le emittenti.
M'infilo nelle scale e corro gi per cinquanta piani facendo i gradini a due alla volta. Appena sono a terra mi fiondo fuori. Sollevo lo sguardo verso l'alto. Una colonna di fumo sale al cielo, sghemba e nera, appestando l'aria. Il prefabbricato di Caesar appare circondato da detriti, seppure integro. Lui  l, davanti alla porta che gesticola al telefono e si gratta la testa, e non si accorge di me, preso com' a parlare con i soccorsi.
Mi lascio il cantiere alle spalle e mi allontano di corsa per una via secondaria. Dopo un centinaio di metri mi fermo a prendere fiato. Proprio in quel momento vedo la berlina del Fermo che svolta l'angolo e mi punta contro. Impossibile andare avanti o tornare indietro. Cercare di nascondersi, neanche a parlarne.
Il Fermo  alla guida, solo. I nostri sguardi s'incrociano. Rallenta fin quasi a fermarsi, sembra voglia accostare. Io resto immobile sul marciapiede, incapace di muovere un muscolo. Mette la mano sulla portiera, come se volesse aprirla, ma invece di catapultarsi fuori, sussurra qualcosa. Vedo le sue labbra muoversi. Poi torna a guardare avanti, accelera e tira dritto verso la colonna di fumo alle mie spalle. Sul marciapiede resta solo cenere e le parole addio, coglioncello che si fanno strada nell'aria immobile fino a posarsi su di me.
Da questo momento in poi non sento pi nulla, tranne la voce di Lara che mi sussurra cose belle. Mi giro, lei  accanto a me. La prendo per mano e allungo il passo.
Certo che Lara esiste dico. Siete voi che non la vedete.


EPILOGO

Si tingono di giallo le indagini sull'attentato di Millennium City.
Tre le presunte vittime. Tutti i punti oscuri dell'inchiesta. Veleni nel sottosuolo, emessi oggi gli avvisi di garanzia.
Milano - Proseguono le indagini sull'attentato di una settimana fa al nuovo centro direzionale Millennium City, business center a cinque stelle in costruzione nel centro citt. L'esplosione ha sventrato gli ultimi cinque livelli della Torre Ghiaccio avvertendosi in tutto il capoluogo lombardo. Bench investito dall'onda d'urto, il secondo edificio, la cosiddetta Torre Vento, gemella della prima, non ha subito danni strutturali che possano comprometterne la stabilit. Gli ingegneri sono al lavoro, i primi rilievi evidenziano danni per oltre quaranta milioni di euro.
Numerose le piste al vaglio degli inquirenti.
A una settimana dal disastro tutti sembrano convenire sulla matrice dolosa. Tra le macerie, scoperte tracce di esplosivo al plastico. Bench il cantiere fosse chiuso al momento dell'esplosione, si sospetta che all'interno dell'edificio si trovassero due o tre persone, per ragioni ancora da chiarire.
Le alte temperature che si sono sviluppate a seguito dell'incendio rendono difficili le analisi dei resti rinvenuti, ma i sospetti degli investigatori si concentrano in particolare su tre nomi, che risultano dispersi dalla sera del disastro.
Il primo  Chon Cimmino, ventisei anni. Balzato all'attenzione dei media col soprannome di Metro Boy quattordici anni fa, quando fece perdere le proprie tracce restando pi di due mesi nascosto nelle gallerie della metropolitana di Milano, Chon lavorava a Millennium City come saldatore. Avrebbero perso la vita nell'esplosione anche i fratelli Michele e Vincenzo Madia, pregiudicati da poco tornati in libert dopo aver scontato una condanna per triplice omicidio in seguito all'agguato avvenuto, sempre quattordici anni fa, in un appartamento di Porta Venezia, agguato nel quale persero la vita Caterina Gaetani, Giovanni Cimmino e Larissa Lorenzi, ovvero la madre, il padre e una compagna di scuola del giovane Chon.
Perch Chon Cimmino si trovasse nella torre di Millennium City insieme ai fratelli Madia  la domanda a cui dovranno rispondere gli inquirenti.
Inoltre, se esista una relazione tra l'attentato alla Torre Ghiaccio e le indagini sulla presenza di sostanze tossiche nel sottosuolo  tutto da vedere. Le indagini vedono coinvolti Mariani Costruzioni, societ edile che si  aggiudicata l'appalto cinque stelle, e Lions Italia, gruppo immobiliare che ha ideato il progetto investendo milioni di euro nell'operazione.
Raggiunti questa mattina da avvisi di garanzia i vertici di Mariani Costruzioni e Lions Incorporated Italia, oltre che l'allora responsabile dell'Arpa di Milano (Agenzia Regionale Protezione Ambiente), ente che ha il compito di vigilare sulle analisi del sottosuolo, e due tecnici del Comune.
Il cantiere  stato posto sotto sequestro dalla magistratura.
Congelata la fase di commercializzazione degli spazi prime a uso direzionale, in corso fino al giorno del disastro. Le attivit di promozione erano gestite in co-agency da Jones Lang LaSalle e CBRE, giganti della consulenza real estate che operano a livello globale. Dovessero accertarsi responsabilit di rilevanza penale a carico di Lions Incorporated si potrebbero preannunciare ricorsi milionari per danni da parte delle societ che hanno gi stipulato i primi contratti di locazione, con danni incalcolabili per il colosso inglese. La superficie a oggi commercializzata con la formula del pre let  pari al 40% di quella totale, a un canone annuo che varia tra i quattrocentocinquanta e i seicento euro/mq, tra i pi alti registrati a Milano negli ultimi anni.
A complicare il quadro investigativo la notizia dell'agguato di ieri sera ai danni di Marco Musi, vicecomandante del Nucleo Investigativo di Milano conosciuto col nome Il Fermo, raggiunto da tre colpi al torace mentre rientrava nella propria abitazione in zona Mecenate. Trasportato in codice rosso all'ospedale Niguarda, Musi  stato ricoverato nel reparto di terapia intensiva dove si trova tuttora in prognosi riservata. Le sue condizioni sono apparse critiche fin da subito. Alcuni testimoni sostengono di aver visto due uomini a volto coperto allontanarsi dal luogo dell'agguato su una motocicletta di grossa cilindrata negli istanti successivi agli spari. L'episodio ha tutta l'aria di un'imboscata. Si sospetta una vendetta maturata negli ambienti della malavita cinese ancora scossa dalle indagini del caso China Blue. Risalenti a due anni fa, le indagini furono coordinate proprio da Musi. Attuale vicecomandante del Nucleo Investigativo di Milano, Musi era al lavoro anche sul caso Millennium City. Il giorno successivo all'attentato alle torri, aveva dichiarato: Conoscevo Chon dai tempi del processo a carico dei fratelli Madia. Era solo un ragazzino di dodici anni, ma la sua testimonianza fu decisiva per la risoluzione dell'indagine e la condanna degli assassini. Non ne siamo certi, ma temiamo che Chon abbia perso la vita nell'esplosione. Non sappiamo ancora perch si trovasse nell'edificio insieme ai killer dei suoi genitori a distanza di quattordici anni dal delitto, ma faremo il possibile per chiarire i punti oscuri della vicenda.
Prevista una conferenza stampa del pubblico ministero oggi alle 17.
Metto gi il giornale e sollevo lo sguardo.
Il Vesuvio giganteggia a est. L'aria  fredda, ma limpida. Il vento soffia dal mare carico di salsedine e spazza la banchina spargendo sulla terraferma polvere d'acqua. Il porto di Napoli  deserto a quest'ora del mattino. Sul molo c' un cargo in fase di attracco, batte bandiera di un paese del nordafrica. I cigolii delle ancore calate in mare fanno urlare i gabbiani che si alzano in volo.
Cerco di mettere in fila i pensieri che mi passano per la testa. Penso a Occhi di husky e ai suoi capelli lisci, gialli come paglia, troppo corti sul davanti per stare fermi dietro le orecchie, e all'elastico che teneva al polso in mezzo a un mucchio di braccialetti d'argento, lo teneva sempre l, l'elastico, per potersi legare i capelli in qualunque momento.
Penso anche ai capelli rossi e ricci di mia madre. Me li ritrovavo ovunque sui vestiti. Li tiravo via a uno a uno arrotolandoli stretti intorno alla punta delle dita fino a quando i polpastrelli mi si gonfiavano come palloncini. Ricordo che da bambino rimanevo ore tappato in casa con le mani sulle orecchie e le dita arrotolate nei suoi capelli. A quattro anni mi mise sotto il naso un fumetto di Tex Willer e mi disse: Quando la testa ti fa male prendi uno di questi, vedrai che ti dimenticherai del rumore!. Poi m'insegn a leggere. Pochi mesi dopo mi facevo fuori un fumetto dietro l'altro. A casa avevamo pi Tex, Diabolik, X-Men e Daredevil che l'edicola all'angolo della strada.
Infine penso ai capelli di mio padre, scuri e indiavolati. Ci metteva sopra quintalate di gel per farli stare fermi. Aveva l'abitudine di lasciare il tubetto del gel aperto sul lavandino del bagno, e mia madre diventava matta perch doveva sempre rimetterlo a posto. Successe anche quella mattina di Natale. Lei gli url dietro chiedendogli dove fosse quel maledetto tappo, fino a quando si accorse che era finito nello scarico del lavandino, e fui io a infilare le dita l dentro perch lei non riusciva a tirarlo fuori. In quel momento mio padre era in soggiorno, disse che il viaggio a Napoli che avevano programmato per Capodanno doveva essere annullato a causa di un affare andato storto. Lei rimise il tappo sul tubetto di gel, lo sistem nel mobile del bagno come faceva ogni mattina, poi si chiuse a chiave in camera da letto.
Sapevo che a quel viaggio ci teneva da morire. Alla fine torn in soggiorno dicendo che a questo punto non voleva andare neanche sul lago, come aveva proposto mio padre. Dopo un po' mise qualcosa sul fuoco per il pranzo. Io accesi le luci dell'albero e l'aiutai a preparare la tavola, poi telefonai a Lara.
Rispose al primo squillo, pareva ansiosa. Pensavo fosse mio padre! disse. Stamattina la mamma  stata male e lui l'ha portata di corsa in ospedale. Non hanno voluto che andassi con loro. Disse che era a casa da sola.
Ma  Natale! feci io. Non puoi stare da sola il giorno di Natale... Di' a tuo padre che vieni qui, pranzi con noi. Dieci minuti pi tardi Lara buss alla porta di casa mia.
Quel Natale fu una delle poche volte in cui mio padre, mister ogni cosa come dico io, moll il colpo e fece come voleva mia madre. Fu cos che restammo tutti a Milano.
Penso a tutte queste cose, ai miei genitori e al nonsenso. Penso agli albatros che volano liberi e selvaggi, eppure fedeli al compagno della vita, e a Occhi di husky, che una settimana fa, invece di frenare, ha tirato dritto dandomi la possibilit di andarmene. Infine penso al mio vecchio libro sull'udito e alla nuova scheda che gli avr fatto il tipo smilzo in biblioteca. Dopo un po', tra una cosa e l'altra, mi metto a guardare il mare e finisco per non pensare pi a niente.
Ogni citt ha una voce, ogni voce un timbro. E la voce di Napoli ha un timbro aspro e gentile al tempo stesso. C' qualcosa di meraviglioso eppure respingente qui. Grazia e disarmonia, dolcezza e sconcezza, tutto impastato, confuso, sfocato, tanto che  impossibile capire dove inizi l'una o finisca l'altra, ed  proprio questa commistione di melodia e chiasso che rapisce l'anima e spezza il cuore. Forse  per questo che mia madre voleva venire qui, perch anche la sua vita era uno strano miscuglio di cose belle ma brutte.
Tufo, pietra, cemento, sabbia, persino acqua. Giocano con i suoni producendo un effetto unico di riflessioni ed echi che rimbalzano nell'aria, sbattono sui colori, si saldano alla luce, fino a quando il vento del golfo se li porta tutti via.
C' una piccola chiatta addossata al molo.
Ci salto sopra e mi siedo su una pila di gomme. Lara  accanto a me. Batte i denti per il freddo. Sulla testa nuda si  messa un berretto di pelle. Come al solito mastica un chewing gum dietro l'altro. Oggi le sue labbra sanno di banana.
Mi frugo nella tasca del giubbotto. Dentro ci trovo il dente di mio padre. A vederlo cos sembra un sassolino marrone. Me lo rigiro tra le dita e mi vengono in mente i capelli carbone di Caesar, e subito immagino l'espressione della sua faccia maya quando metter le mani nel mobile pieno di foto e dentro ci trover il borsone con i soldi.
All'inizio ci rester secco di stupore e si chieder da dove diavolo arrivi quella montagna di quattrini, poi metter insieme i pezzi e manger la foglia. Penser se sia il caso di restituirli o tenerli, ragioner a lungo sulla cosa, si gratter le braccia a sangue, alla fine si dir che sono un dono del cielo e si prender un cheeseburger alla mia salute. Scuoter la testa e si far una grossa risata. Prenoter un biglietto sul primo aereo per Lima. Magari aprir un ristorante col cugino Pedro. Di certo penser che sono dannatissimo figlio di buona donna.
Muoviamoci! salta su Lara.
Lancio il dente di mio padre in mare, lo sento fare plop, poi affondare. Mi metto lo zaino sulle spalle, risalgo sulla banchina e penso alle parole che mi ha detto Il Fermo mentre Lolita gli sventagliava il sedere in faccia: Ricorda il momento, quello e soltanto quello sar il tuo mondo.
Lara si sistema la custodia della chitarra a tracolla, poi va avanti precedendomi di qualche metro. La gonna di tulle svolazza nella brezza, come sempre. A un certo punto si volta indietro e indica il cargo che ha appena attraccato al molo. Come diavolo facciamo a salire l sopra, Metro Boy?
Il sole  caldo, il vento si porta via il rumore, le orecchie sonnecchiano. Sorrido. In qualche modo faremo le dico.
...
.
...
FINE.